Scrittori precari consiglia

ULTRARNO

Venerdì 30 aprile 2010 – NOTTE BIANCA – Firenze

Cuculia Libreria Cucina (dalle 19) – Libreria Café La Cité (dalle 21) – Popcafè (dalle 23)

Letture di: Edoardo Nesi, Enzo Fileno Carabba, Paola Presciuttini, Sergio Nelli, Vanni Santoni, Paolo Ciampi, Rosaria Lo Russo, Enzo Fileno Carabba, Francesco Recami, Francesca Matteoni, Marco Simonelli, Enrico Piscitelli, Ilaria Giannini, Gregorio Magini.

Presentazione dei romanzi Devozione (Einaudi) di Antonella Lattanzi e Pozzoromolo (Meridiano Zero) di Luigi Romolo Carrino.

Maggiori info qui.

Stasera live!

Giovani, nazisti e disoccupati

Non odio farmi le canne o chi se le fa. Disprezzo solo chi ne fa ancora un mito. Dopo gli anni Novanta mi sembra assolutamente démodé parlare continuamente con occhi splendenti ed eccitati di cilum, bong, rollare, filtrino, mista e quant’altro come se ci fosse ancora qualcosa di trasgressivo in quei lemmi sdruciti dall’uso e dal tempo. No, non sono venuto qui per fare morali a voi che, se siete qui, avete un problema serio. Voglio solo delle motivazioni, dei giudizi, delle alternative, delle domande impertinenti. Io, a vent’anni, non mi sento per niente un giovane. Quando esco il mio primo pensiero non è mettermi in mostra.

Mi sembrerà strano ma, pur avendo vent’anni, non ho nessuna voglia di suicidarmi e non odio il mondo, e i miei genitori li ritengo persone degne di rispetto per ciò che hanno sempre fatto e per gli studi che grazie a loro posso seguire libero da ansie adulte. Il mio solo problema è la mia generazione. La loro generazione. Io non mi sento parte di nessuna leva del cazzo. Non mi frega se i colori che indosso si abbinano tra loro, se i pantaloni stanno dentro le scarpe da boxeur, se il cappello storto suscita maggiore attenzione di quello ben calzato. Non mi guardo in giro per fare commenti sulla fica, non urlo nei pub, nemmeno li sfascio, per attirare orde di prevedibili ragazzine decerebrate in bagna per l’exploit bullo di turno, non corro per rovinare di cartoni un coetaneo in centro il sabato pomeriggio fuori da una discoteca, discoteca che non frequento perché all’aumentare dell’affluenza diminuisce l’agio complessivo e la mia capacità respiratoria va in panne.

Non so approcciare, non so stare una notte con una donna ubriaco a raccontargliela. Non sono uno snob. Sono un pratico sognatore. Un cocciuto, un passionale. Io voglio stare fuori dall’acqua dove c’è l’aria vera, non mi bastano quindici minuti di gloria nella vita. Non voglio essere considerato parte di questa gioventù continuamente in vetta alle statistiche, la gioventù più di tutto, più violenza, più alcol, più droghe, più viaggi, più conoscenza, più ignoranza, più sesso e, nello stesso tempo, la generazione del niente, niente che li caratterizzi, niente rivoluzioni, niente tratti distintivi, niente musica che li identifichi, niente mode che li distingua, niente ritrovi che li accomunino, niente profondità, niente futuro, niente sogni, niente passato, niente presente, niente valori, niente ideali, niente famiglia, niente futuro.

Io, tanto per cominciare, non ho mai raggiunto nessun primato, da una parte come dall’altra. In compenso, ho discrete credenze d’acciaio, desideri abbastanza inattaccabili e una fortissima probabilità di successo visto che non sono uno che spreca ore in università a regalare gli occhi vai a capire per cosa. Io, a vent’anni, non mi sento per niente un giovane. Bologna non mi piace, se ci sono venuto è per laurearmi, la robba, come la chiamano loro, la trovo ovunque, e a Trento o a Perugia, per fare un esempio concreto, ne avrebbero a vagonate a prezzi migliori. Non voglio sbiascicare per esservi più simpatico, non voglio fare finta di non essere capace di fare niente, non voglio essere uno del gruppo. Non voglio perdermi in questa o quella storia, non voglio sentirmi strano, non voglio presentarmi con frasi tipo: «Io sono troppo pazzesco», non sono pazzesco, non sono speciale, non farò mai nulla di incredibile per dimostrarvi quanto ci stia dentro o sia un figo, non voglio tirarmela, non voglio fare il misterioso, il depresso, l’emo, il marcio, quello contro a tutti i costi, non sono un capo, non sono un coglione, non voglio litigare con i miei, essere sbattuto fuori di casa, farmi lasciare perché in questo momento ho voglia di divertirmi, rubare caschi dai motorini, toccare i duecento in autostrada, mettere un impianto fuorilegge sulla mia autovettura, cercare rissa con chiunque con la scusa che mi ha guardato.
Non voglio fingere un me stesso più adattabile ai parametri dei coetanei che mi circondano. Non voglio costringermi a stare bene con loro per evitarmi la realtà. Non sto facendovi show della mia natura per portarvi a pensare che, in sostanza, io, sentendomi più adulto, sono meglio di qualunque essere italiano della mia età. Non c’entra un cazzo. Non sono un tipo posato, non sono un moralista. Anzi. È tutto un altro discorso. Sono un anarchico convinto, ma non ho bisogno di taggarmi una A cerchiata sullo zaino che lo ricordi agli altri, che mi permetta di strizzare l’occhietto trasgressivo ai compagnucci di corso, non mi interessa neppure che gli altri lo sappiano. Non mi beo della mia anacronistica condizione esistenziale. Ci convivo, per necessità. Lo dico sempre a chiunque abbia di che ridire: tu sentiti libero di fare ciò che ti pare, a me lasciami libero di non essere un giovane del 2010. Non voglio usare preposizioni errate, sbagliare i congiuntivi di proposito per sembrare sempre fattissimo, infilarmi le dita tra i dreadlock esteticamente sporchissimi e ridere per ogni cosa futile, comprarmi un cane scalcinato per poter essere ammesso nella cerchia degli amici frastagliati di un centro sociale occupato autogestito senza nessun motivo politico o ragione sociale, solo per sfogo adolescenziale tipo l’acne, non voglio fare combutta con gentaglia borghese poser che poi la domenica mattina, dopo aver cazzeggiato, bevuto, dormito, pisciato, scopato, cagato, aver fatto della patetica questua la loro apparente ragione di vivere in Piazza Verdi tutta la settimana, girano l’angolo e fanno drin drin al citofono delle dimore storiche dove, da generazioni, vivono e si riproducono le dinastie cui appartengono,si immergono nella Jacuzzi di mamma, si ripuliscono dal travestimento usato per combattere il sistema nei sei giorni precedenti, indossano gli Henry Cotton, la Ralph Lauren standard e i gemelli di famiglia, perché ok dire no al sistema che ti vuole imprigionare ma senza esagerare sia mai che papà si arrabbi e poi al lunedì addio mastercard o sostanziosa mancetta per continuare a giocare al disadattato sociale, e poi via, in ordine e signorini come si deve a prender posto nella Bentley di famiglia perché guai perdersi l’Eucarestia o il pranzo con la famiglia altolocata al completo nella tenuta dicampagna dell’anziano patriarca di turno.

Non voglio più dover spiegare cosa sono agli sguardi dei vecchi in cancrena esistenziale perenne che cercano di sfangare la quotidianità soffocante nel bar sotto casa mia. Voglio sfuggire ai pregiudizi dei quarantenni che vivono in simbiosi coi loro videopoker di fiducia. Dai loro amici e dalle loro routine messe in piedi per scappare all’idea della morte con cui non saprebbero convivere. Non voglio essere triste costantemente o anoressico silenzioso e dark perché fa fico avere sempre dei problemi o dire cose tipo il mondo è una merda sto sempre male loro mi odiano voglio morire non valgo niente nessuno mi capisce. Voglio che mi stia lontano chiunque abbia paura di essere fuori dallo spazio e dal tempo. Io lo sono, ma non lo temo. Chi non ha coraggio di accettare la sua innata diversità, anculo. Io dico basta all’emarginazione in cui mi/ci volete battere a tutti i costi. Non l’ho scelto io. Che cazzo credete? Che io volessi essere vecchio a vent’anni? Non sarò l’unico, già, ma qui, a Bologna almeno, sembra che sia l’unico che abbia la faccia di merda di affermarlo sbattendosene delle reazioni eventuali.

Mi piace molto il death metal e trovo aberrante il reggae e la techno. La boccettina non la tocco da quasi tre giorni, e – come ex tossico – potrei già ritenermi soddisfatto, credo. In un anno ero passato dalle trenta sniffate giornaliere
alle novantadue di domenica scorsa. Oggi siamo a mercoledì, e so già di avere vinto. Adoro trovarmi la vita incasinata e sapere che sono capace in breve di rimettere tutto a posto. Di solito voi, dopo quanto capite di non essere più dipendenti dalla trielina? Sì, il mio dramma è essere degno di questo status. Non voglio fidanzarmi perché non m’innamoro sul serio. È un mio diritto? Sembra di no. Chi ti circonda ti condiziona, chi ti guarda sa che la strada verso l’amore perfetto è parecchio distante dal distributore automatico di solitudine a cui ti sei fermato
ormai da tre anni, se non di più. Chiara, la commercialista con cui stavo, era in procinto di aprire uno studio dove regolarizzare le ultime pratiche della sua esistenza, tra cui il nostro rapporto. Chiara, la cretina che non capiva come io potessi essere così senza farlo di proposito. Sei un bastian contrario, diceva nella sua intonazione così infantile da venir voglia di riprenderla o segnarla con un pessimo da seconda elementare sul registro in cui amavo annotare le volte in cui la facevo godere. Di marzo, l’anno scorso, andavo da Dio, tra parentesi.

Michele Vaccari

Estratto da Giovani, nazisti e disoccupati (Castelvecchi, 2010)

Dar Cinese

“Che posso parlare italiano?”. Manco avevo fatto in tempo a inforcare le bacchette da cinese che ti sento uno che dice: “che posso parlare italiano?”. E ho pensato, mannaggia che brutti tempi ci tocca di vivere. Ricordo che stavamo a un cinese vicino a Porta Maggiore. Uno dei primi cinesi di Roma, ai tempi. Una sciccheria. Che poteva essere? Il Settanta, Settantuno? No. La data non la ricordo, però era senza meno l’anno che Zigoni giocava alla Roma: la magica, con rispetto parlando. Lo ricordo perché si può dire che io e Zigoni eravamo pappa e ciccia. Un grande uomo Zigoni. Ve la ricordate la pelliccia? Beh, a Roma ce l’avevamo io e lui. Il Murena e Zigoni. “Mure’”, mi disse una volta, “tu c’hai la faccia da cinema, da Times”. Chissà… se la mia vita non fosse stata l’odissea che è stata… ad ogni modo nel ristorante cinese ti entra questo ragazzo e chiede a due camerieri cinesi se può parlare in italiano che, cristo, penso, stai in Italia, e che cacchio di lingua vuoi da parlare? Ma mi sto zitto. Non intervengo. Capisco. Io ho sempre capito un attimo prima: ecco perché sto qui ancora in piedi a parlare. Guardo in faccia Gesucristo, il Marconi Sandro, chiamato così per via che portava i capelli lunghi in quanto si diceva comunista extraparlamentare. “Ma in che senso extraparlamentare?” gli ho chiesto una volta. “ Nel senso extra, che è grande!”. Poveraccio che fine Gesucristo! Comunque, come che sia sia, quando sento il ragazzo che chiede se può parlare italiano, alzo la testa e vedo la faccia di Gesucristo che se la ride. Io la conosco quella faccia da bastardo. Gesucristo era il tipo che gli piaceva mettere l’acidi di nascosto nelle bibite alle feste per ammorbidire le ragazze, diceva. L’abbiamo fatte tutti le cacchiate, però dico: datti pace! Ci aveva lo sguardo avvelenato, il Gesucristo. Mi guardo attorno: a parte un tre o quattro ragazze che, non per fare il superbo, ma manco mi ricordo più, c’erano Franco Er Matto, del Mandrione, il Mazza e, ovvio, Mario Gotti. Era ancora un ragazzino. Magro da mettere paura, ma paura, che manco si poteva vedere con il binocolo pei cavallucci marini. Era uscito fresco fresco di gabbio per una cosetta, furto o rapina impropria, ma tutti dicevano che si era comportato da bravo, che aveva protetto non so chi giù dell’Alessandrino, il quale era uno che contava e il quale diceva ora di volergli bene. Faceva il vanoso, sapete come fanno i pischelli per farsi notare! Diceva che per non parlare non era andato in infermeria neanche quando gli erano venute le creste di gallo al coso e che se le era bruciate da solo con la sigaretta. E poi diceva cose tipo che ora conosceva tutti; che dentro lo tenevano in palmo di mano. Faceva l’uomo di mondo: “a Rebibbia se mangia bene ma a Regina ci stanno gli amici”, diceva. “Ma quali amici che sei un ragazzo”, gli diceva il Mazza. “Un ragazzino”, rideva Er Matto. E io ho capito che Gotti entro qualche minuto avrebbe smesso di essere un ragazzo. Non mi piacciono certe scene. Conosco la regole. È una debolezza mia, ma non mi piacciono certe scene. Mi tocco in tasca la scatoletta d’argento. Ce l’avevamo solo io e Zigoni. O forse era lui, sì era lui, che me l’aveva regalata una sera che, non vi dico come stavamo ridotti, c’eravamo messi a sparare ai lampioni e poi lui mi ha detto, “a Murena pensa che sarebbe bello morire adesso” e poi mi ha regalato la scatola d’argento, tutta piena di roba di prima qualità, e si è messo a vomitare. Comunque, come che sia sia, mi tocco, dentro la tasca, la scatola e faccio a una ragazza: “seguimi al bagno che ti presento un amico”.

Mentre quello scrocchiazeppi se ne annava con una ragazza nel cesso, e “un amico da presentare”, mi ritrovavo a chiacchierare dei più e dei meno co’ er Mazza e Mario. ‘Nsomma, gira che terigira, sembrava che dovessi sporcarmi le mano io per l’ennesima volta con la faccia mpiastricciata delle mignotte della salaria. Avevo iniziato un piccolo giro da quelle parti e speravo de lancià, na moda… boh che ve devo dì, na tradizione. Ma sogni apparte, adesso stavamo là perché ce piaceva incontrà gli angeli de carne e de aria tutti assieme.
Oltre al piacere della nevicata comune, c’era anche da parlà di affari grossi, dei più e dei meno appunto, perché le mignotte guadagneno, ma poi invecchiano e non è che le trovi tutte pè la via…le sostitute. (Certe volte me faccio morì). Quindi! Se doveva decide un nuovo affare, e visto il mio passato da militare e da mezzo legionario ho detto “Ahò! Facciamo er botto allora!”. Le faccia scialaquate la dicevano lunga: “Ner senso: aaarmi! Traffichiamo armi e esplosivi. Anzi quarcosetta l’ho pure portata”…” “Posso parlare italiano?”. Aridaje. “Ahhh coso giallo! A limone colla bocca… ma co che cazzo del lingua voi parlà? In mandarino? (Certe volte me faccio morì)”
Quello me guarda storto. Io m’alzo e lo guardo in cagnaccio… “Ah stronzo!” Je faccio capì.
Se ne va e gli amici se la ridono sotto le mano. Me metto na sorsata de quella roba che nun sa ne de te ne de me, che chiameno “grappa” (mah!). La butto giù a scaldamme la voce e…arriva il primo colpo che me pija na coscia.
“Mortacci!” famo tutt’insieme, manco un coro de capuccini de Trisulti! Chi se butta a destra chi a sinistra e stamo già col ferro in mano.
Me metto a strillà “Daje a sti stronzi! Spremiamoli” (Certe volte me faccio morì).
Quer fregno giallo è rientrato con altri 7 amici, le pischelle so le prime a pijasse un colpo n testa, tanto voto pe’ voto almeno mo ce passa l’aria, quindi un pensiero in meno.
Ma me passa de pensà “Ma Er Murena…ndò cazzo sta!?”

È proprio vero che ci sta un momento in cui sarebbe bello morire perché così sarebbe più bella tutta la vita che hai vissuto. Non lo so se può da essere chiaro cosa sto dicendo. Forse è una cosa che posso capire solo da me, con rispetto parlando. Al massimo Zigoni. Quante volte mi sarò ritrovato in scene del genere? Quante volte avrò saputo un attimo prima che la scena in questione stava per succedere? Quante volte avrò cercato di scappare portandomi una tipa mai vista prima dentro un cesso? Il cesso di un cinese, poi. Sì, lo so che non vuol dire: un cesso è un cesso, e non c’entra niente stare a vedere se è di un cinese o di un negro. Non c’entra niente ma a me quel cesso, quel cubicolo che manco a Secondigliano, io non me lo scordo ancora oggi. Che ho fatto? Ho acchittato un paio di botte sul portasaponette e ho detto a cosa di pippare. Quella si è chinata a pippare e io le ho detto: “rimani in postura”. È una manovra che mi ha sempre sfriguliato dentro un non so che e, invece, non lo so… non lo so, forse era che il cesso rimaneva piccolo e mi ricordava Secondigliano, mi dicevo. O era che è cinese, mi dicevo. O era che mi stava per capitare come a Giovannone detto il Pancia, uno preciso, forte, ben voluto, ma che a forza di fare avanti e dietro dall’India per la roba non so che gli era successo ma, un giorno, pare che ha visto Gesù Cristo o la Madonna e ha cambiato vita. Insomma non ce la facevo e, ma era come se non fossi io a parlare, ho detto alla tipa di rialzarsi e tirarsi giù la gonna,e poi le ho chiesto come si chiamava e se era felice, ma, forse, manco l’ho fatta parlare e gli ho detto che io, io, il Murena, quello che la gente abbassava l’occhi davanti a me, io, il Murena, felice non lo ero. Ma quale felicità!, dentro un cesso cinese a scappare dalle solite scene di merda e, allora, ho detto a cosa, “ora uscimo dal cesso e pure dal locale di questi cinesi, senza salutare nessuno, andiamo a casa mia e prendiamo tutti i soldi che c’ho… ce l’ho pure dentro i cassetti, perdio… e partiamo… andiamo in India… e ci sposiamo.” Mi sa che dissi a cosa che l’amavo pure. E non doveva essere una bugia perché me lo ricordo come fosse ora che uscivo da quel cesso da cinese che piangevo manco un agnello a pasqua, con rispetto parlando.

E intanto sparamo, e de striscio qualche schioppettata ce la pijamo pure, però semo fatti e volemo ride co’ sti mafiosi cinesi… ma chi so? Ma questi lo sanno o no che noi trattamo coi Siciliani e i Calabresi. E là so cazzi veri, no sta roba di importazione.
Ce guardamo e volemo diverticce. E quindi nun li accoppamo. Sparamo agli ginocchi. Ndò fa male. Ndò nun t’alzi più. E quanno cadono frignano. L’omo po esse der nord o der culo de sto monno, ma quanno sta a soffrì frigna allo stesso modo. Frigna c’ha paura e la paura nun conosce distinzione. A quanto pare questi stanno a fa la fine della cedrata Tassoni. Uno tira fori na specie de mitragliatetta e allora me girano i cojoni.
Apro la valigetta e pijo er cannone mio, quello americano. Quello che quanno spara strilla. Strilla più forte de tutti e vedo gli altri due amici miei che se appoggiano colla schiena ar tavolo e se tappano le recchie. E fanno bene, perché mo’ Franco se mette a strillà de butto.
È un colpo. Dritto e bello dove je batte er respiro e me lo vedo volà via. A quel punto gli amici sua se ripareno ed ecco che m’arriva er Morena. Sto stronzo sta fatto come na zucchina. I cinesi lo vedono se girano pè sparaie e lui senza batte ciglio e col sorriso da deficiente e piagnenno come n’agnello a Pasqua (co rispetto parlanno), se copre co’ la pischella e se mette alle spalle delle teste de cazzo a sparà.
A quel punto so cazzi loro. Noi ce guardamo. Lo guardamo. Ce famo un segno e daje coll’imboscata.
J’arrivamo dietro sparanno. Quelli se cagano sotto e tra sangue e lacrime se mettono a chiede perdono.
Cor cazzo! M’avete bucato i pantaloni novi, sporcato de sangue e salsetta la giacca e mo “perdono”. Ma n’atevene a morì…
Faccio a Morena e agli altri “Legate ‘sti burini alla statua der panzone va, che ve faccio vedè il nuovo bisness de cui ve volevo dì”
Li legano. Se lagneno. Tiro fuori gli attrezzi. Sistemo tutto per bene, perché so Matto ma so anche un cazzo de professionista. Uscimo fori e dico ai miei “Avete del fuoco? Io sì”
BOOOOOOOOOOOM.
In coro e divertiti me fanno “Ammazza! È un bisness cor botto Franco”.
“Ve l’ho detto. Mo manco colle bacchette li raccolgono” (Certe volte me faccio morì… la maggior parte però, ve faccio morì).

Pier Paolo Di Mino e Alex Pietrogiacomi

25 aprile: per la Resistenza e per i Partigiani

La Madonna romana

E’ stato un parto difficile, rischioso, inatteso. Il barbone di mio marito non se l’aspettava. È vero che sono vergine, insomma si è giocato con Giuseppe un po’, sai tra marito e moglie dopo qualche anno si può pure giocare un po’? No? Mi dice: facciamo qualche cosa di diverso, sempre noi due a guardare ‘ste due bbestie che alitano. E allora mi sono messa tutta in tiro, vestitino nero in pelle, frustino e poi… è successo quello che è successo. E chi se l’aspettava? Dicevo: un parto travagliato, e vai all’ospedale è pieno, e vai alla pensione a due stelle e nulla, e vai di qua e vai di la e solo una catapecchia abbiamo trovato ad una stella, ma grande eh! E nessuno che ci ha dato una mano, ce ne fosse stato uno! Dico uno! Tutti che sono venuti quando è nato er pupo, prima nessuno però eh. Arriva il pastorello, e poi Melchionna, Luigi e Baldassare con i doni, che almeno loro ci hanno portato qualcosa, gli altri solo che volevano vedere il ragazzino che mi sono pure preoccupata che ho pensato: ma qui non fanno i figli che stanno tutti a guardare? Il parto dicevo è stato travagliato, non voleva uscire mica? E mio marito che lo tirava per le gambine e mica usciva! Ed il cordone sul collo, guardate lasciamo perdere che solo a pensarci mi prendono i brividi. M’ha fatto penà nelle prime ore figuriamoci che può fa’ quando inizia ad avere trent’anni. Mi farà uscire pazza, già lo so che farà una brutta fine. Ora vi saluto: vado a cucinare le lenticchie ed il cotechino che almeno ‘sto capodanno è successo qualcosa di diverso nella vita mia.

Andrea Coffami e Angelo Zabaglio

La piazzetta

È da poco passata la mezzanotte, e per strada non c’è già più nessuno, nell’inevitabile destino delle località turistiche una volta finita l’estate. Fede e Nicola hanno fatto diversi giri della piazzetta, in tondo, con lo stereo a palla, i finestrini abbassati nonostante il precoce freddo autunnale, la lucetta dell’abitacolo accesa come a dire eccoci, noi siamo qui.

Poca voglia di chiudersi in un locale in una notte di metà settimana, a vedere le solite facce note e stranote, le immancabili quattro cozze che non le avvicineresti nemmeno se fossero le ultime donne rimaste sulla faccia della terra (o forse anche sì, ma è un’ipotesi troppo fantascientifica sulla quale riflettere, convengono entrambi), e giusto un paio di ragazze carine e senza l’uomo che, consapevoli di questo, non fanno altro che tirarsela come dannate. Uno le maledice ma poi gli va appresso lo stesso. Anche se tanto loro li pisciano sempre quelli che non hanno abbastanza quattrini o non sono belli, le troie, come se loro invece fossero chissà quale meraviglia. Le ragazze veramente belle, quelle del paese di Fede e Nicola, ma anche dei paesi vicini, o sono fidanzatissime con qualche rampollo figlio di papà locale oppure hanno sfornato un marmocchio già ai tempi del liceo. Al massimo, quelle con le famiglie più in grana, si sono trasferite in città per iscriversi a psicologia o scienze delle comunicazioni.

Quindi, piuttosto che andare a perder tempo e dignità nell’unica discoteca ancora aperta della costa, meglio un paio di birre scure al pub, che fra l’altro costa anche meno. Poi di nuovo in paese, di nuovo in piazzetta, giusto in tempo per vedere Monica che sta andando a casa dopo aver buttato l’ultimo sacco di spazzatura del bar dove lavora come cameriera. Fede pensa che se non lo avesse ancora buttato, il sacco, sarebbe stata una buona scusa per andare da lei e offrirsi di darle una mano. Un po’ se ne rammarica, perché invece adesso non gli viene in mente nulla per avvicinarsi.

Nicola lo sprona. “Dai, le dici che l’accompagniamo a casa in macchina”, fa. Fede è indeciso, poi quasi per inerzia lascia che la 207 scorra fino a raggiungere Monica. Lei però, prima ancora che qualcuno parli, dice seccata “no grazie, vado a piedi”.

I nostri tornano allora in piazzetta nel silenzio triste di parole sillabate, per vedere di nuovo la desolazione dei bar chiusi appena dopo la mezza, e quindi mettersi a girare in tondo, come se fosse un incantesimo in grado di far comparire le persone. E poi ancora in giro per il resto del paese, sulla via per il mulino, e persino giù fino al campo sportivo, senza incrociare che poche macchine nascoste al buio, e i loro occupanti in armi.

Di nuovo e per l’ennesima volta in piazzetta, incontrano finalmente un’anima. Enzo, un ragazzino intirizzito e semiparalizzato dal freddo, appena tornato in ciclomotore dalla famosa unica disco ancora aperta. A Fede e Nicola quel ragazzo sta simpatico, un po’ ci rivedono loro stessi a sedici anni. Lo invitano a saltare in macchina, gli offrono una paglia americana perché Enzo ripete sempre che “le Diana sanno un po’ troppo di catrame e troppo poco di tabacco”. Poi tutti insieme salgono al belvedere, con i freni che stridono nel prendere veloci i tornanti, i lampioni sempre più radi, le auto posteggiate ai bordi della strada sempre più frequenti, gli alberi imponenti che circondano la via nascondendo la luna, i rami spogli che si stagliano lugubri verso il cielo.

Giunti in cima i tre scendono dalla 207 e, col sottofondo del car stereo, si appoggiano al parapetto per scrutare tutta la vallata sottostante, immersa nella notte e nel buio, riscaldata dalle luci delle case e degli ultimi televisori nottambuli. Fede prende dalla tasca dei jeans mezzo scudo di cioccolato, poco aroma molto stonamento, e si mette a rollare una canna.

Tornati in paese, Enzo saluta i compari e allunga verso casa, perché “domattina devo andare a faticare”, mentre Nicola e Fede vanno a sedersi su un muretto, lasciando le portiere aperte per far arrivare meglio la musica. Per strada non c’è nessuno. Fede guarda i tappetini di pelliccia ormai consunti e riflette che è giunto il momento di cambiarli.

I ragazzi si accendono un’altra paglia e, sbuffando il fumo dai polmoni, si stringono nelle camicie per tentare di allontanare il freddo. Fede si alza e va a poggiarsi allo sportello della 207, mentre Nicola rimane seduto sul muretto, quasi accovacciato su se stesso. Non dicono niente, ma hanno negli occhi lo stesso sguardo, e nella mente i pensieri di tempi caldi e lontani, grandi amori finiti nel nulla, ragazze in bikini, piedi sporchi di sabbia, Peroni da sessantasei comprate con pochi spicci raccolti fra amici, baci languidi di donne meravigliose a primavera, super santos arancioni, viaggi sognati… Tutte immagini che svaniscono presto, travolte dai progetti per domani, l’ultima discoteca ancora in funzione, le fiche, la partita a biliardo al baretto, spazzate via dal vento gelido che precede l’alba.

Gianluca Colloca