Carta taglia forbici – 1

Parte prima – i paragrafi della terza persona
Parte seconda – i monologhi della prima persona
Parte terza – i dialoghi delle persone

a C. D. G.

Parte prima

Mio padre era un coglione solitario e barbaro;
ebbro di delusione, solo davanti alla tele,
rimuginava piani fragili e molto bizzarri,
poiché la sua grande gioia era di vederli fallire.

Michel Houellebecq

Potrei, con l’andare del tempo, imparare che cosa si
può farne, di questa materia di vita slegata e vagante,
tanto più consapevolmente e scrupolosamente, nella narrativa.

Virginia Woolf, Diario di una scrittrice

Una grande città dell’Europa occidentale

Lui e lei stanno insieme da cinque anni. Vivono in un bilocale, in un palazzo con l’intonaco scrostato costruito cinquant’anni prima quando la strada di fronte era campagna. Lei è più alta della media delle donne del suo paese e più bella di tutte le donne che lui ha incontrato nei suoi 30 anni di vita. Lui non è mai riuscito a laurearsi e ha sempre trovato lavori che non gli piacciono. Lei si chiama Francesca e lui Lucio.
Lui ha la pancia e lei no. Lui desidera un figlio e lei non lo sa. Leggi il resto dell’articolo

IRISH COFFEE

“Deve essere sempre così, amore mio. Come se fosse un gioco. Come se fosse. Giura.”
Dolores glielo ripeteva quasi ogni volta. Un attimo prima di lasciarsi, la sera, al riparo dagli occhi di tutti gli altri e da Cork, senza sapere quando si sarebbero rivisti, e dopo che avevano finito di ridere o di fare l’amore nel capanno abbandonato sulle sponde del Lee.
Finbar ci aveva messo del tempo per capire. Il senso glielo aveva suggerito lei, con i suoi gesti pieni di slancio e con il suo perenne sorriso; e lo aveva fatto anche il mondo che girava loro attorno con il suo odio e il suo affanno, capace di togliere il respiro agli uomini e alle donne e il colore alle cose, nei quartieri cattolici come in quelli protestanti senza fare alcuna differenza.
Il gioco era divertimento. E aveva regole ben precise. Leggi il resto dell’articolo

croccantissima

croccantissima (autoproduzione, 2011)

di simone rossi

«(…) la semplicità è la qualità più difficile da ottenere, less is more,
ci vuole più tempo a scrivere un libro corto che un libro lungo.»
(p. 52)

Simone Rossi continua sulla strada dell’autoproduzione: su croccantissima (leggi l’estratto pubblicato su SP la scorsa settimana) c’è scritto che «questo libro non ha una casa editrice» e che «puoi ordinarlo a silkeyfoot@gmail.com».
Me lo immagino con i racconti in tasca – lo so, non è difficile immaginarlo visto che lo conosco – che li tira fuori e li legge come se fossero canzoni – anche se in fondo al libro dice che lui non legge, ma vi assicuro che la chitarra la suona. In queste storie – ma alla fine è una sola, e si capisce che ci sono vari fili tirati tra una storia e l’altra, anche se per vederli ci vuole orecchio – in queste storie, dicevo, si sente che c’è la musica, e il ritmo, le strofe e ritornelli, e i testi delle canzoni fioriscono un po’ ovunque – e poi nel mezzo capita anche la storia di questo cantante, questo Elliot Smith che intervistarlo «è come lanciare una palla a un cane», perché «invece di scodinzolare e correre a prenderla rimane lì piantato e ti guarda un po’ imbambolato». Leggi il resto dell’articolo

ContraSens – Dalla Keta alla Meta

Piccoli accorgimenti fonetico-sociali.

Le lettere che contraddistinguono i suoni della lingua romena, e che di conseguenza ne affilano la musicalità in senso specifico, in questi testi non hanno subito traslitterazione. A seguire, una breve guida fonetico-esplicativa per la loro lettura corretta:
Ă: una -a più gutturale, pronunciata con la parte anteriore della gola, a bocca mezza aperta.
Â: una -a gutturale che tende alla -i.
Ț: corrisponde ad una -z dura, come in pazzo.
Ș: corrisponde al suono -sc, come in sciare.
Buona lettura.

Dalla Keta alla Meta
di Mitoș Micleușanu
Traduzione di Clara Mitola

Forse suona arrogante, ma non ho più voglia di presentazioni! Sinceramente, in che senso presentazioni? Siamo presenti, e basta. Insopportabilmente presenti. O forse non è abbastanza snervante?

Comincio a scrivere questo testo con grande riluttanza… mi dispiace, non mi sono ancora ripreso dopo il ritiro definitivo di Vasilievici, così sono insensibile al capitolo “dinamica”. Mi sarebbe piaciuto parlare de “la mia prima nebbia” o “l’ultima boccata d’aria”, ma mi attesto sul fumo. Comincerò col tabacco, ma rapido, estremamente rapido. Il primo passo verso l’oscuramento dei polmoni l’ho fatto quando avevo sei anni, in campagna, nascosto dietro una cuccia di cane. Questo su spinta di un mio cugino dieci anni più grande di me. Basta col tabacco. Semplicemente non racconterò dei tentativi di rinuncia alle sigarette, del record di un anno senza fumo (adesso due) o della poetica della nicotina. Non ho voglia di roba del genere. Passiamo perciò alla prosa cannabinoide. Il primo passo verso l’oscuramento definitivo della mente l’ho fatto al primo anno di facoltà, a Cluj, con una compagnia quanto più possibile allergica alla luce. In effetti, come ho detto in altre righe, per me Cluj ha significato una sorta di scappatoia totale, lì ho visto per la prima volta i rockers rilassati, ben equipaggiati, capelloni seri con giacche di pelle dura, spillette e altri accessori. Ma, cosa fondamentale, senza comportamenti paranoidi. A Chișinău, durante i ’90, quando succedeva tutto questo, l’andare barcollando con i capelli lunghi arruffati non era visto di buon occhio, soprattutto al tramonto. Così anticipiamo… se esagero con l’uso dei “così” e di altre espressioni riempitive, esce anche a me un testo consistente. Più l’osservazione precedente, che è fissa. Tre righe di riempitivi, compresa la battuta forzata, con la rivelazione dell’intento riempitivo. Quindi quattro righe fino ad ora. Ma state a vedere che riempitivo ci metto alla fine. Leggi il resto dell’articolo

La società dello spettacaaargh! – 15

[La società dello spettacaaargh! 1 2345678910111213 – 14]

Caro Matteo,

ho appena terminato il libro di Federica Sgaggio, Il paese dei buoni e dei cattivi (Minimum Fax 2011), e vorrei farti partecipe delle mie riflessioni, da un lato perché il libro tratta molti dei temi che abbiamo discusso qui (dalla splendida esemplificazione del piano meta- “a negazione” di Barbara Palombelli al fatto che «…la retorica della semplicità ha contribuito a creare intorno alla complessità dei ragionamenti un alone di disprezzo sociale che rende sempre più difficile costruire frasi più lunghe di due righe senza sentirsi in colpa»), dall’altro perché introduce, per la sua costruzione, per lo spirito che lo pervade, per il contenuto, un tema del quale avrei voluto parlare ma che è rimasto in ombra rispetto alla prospettiva – il dominio della tecnica – che soprattutto io ho adottato finora; un tema che, credo, potrebbe anche essere il nuovo gomitolo che stavi aspettando, o – come penso – il medesimo gomitolo afferrato all’altro capo del filo.
Dunque non illustrerò i temi trattati dal libro, che tu hai peraltro già letto e recensito: il lettore può agevolmente documentarsi sulla relativa pagina della casa editrice, e leggendo le recensioni facilmente raggiungibili da qui. Mi interessa invece altro, e cioè la natura del libro, il suo fondamentale equilibrio tra analisi e partecipazione, tra documentazione ed emozione, tra saggio e pamphlet (o forse è questo che un pamphlet dovrebbe essere). Leggi il resto dell’articolo

Appunti biodegradabili dalla terra della fantasia – 3

Ho scoperto che le uova bianche, più piccole e allungate, sono di gallina bianca. Le uova delle anatre, invece, c’hanno il guscio verde. Sabato, nel tardo pomeriggio, sono tornato a Roma. Roma l’ho vista, toccata e me ne sono andato. Domenica prima di pranzo ho visto il Ghelli, mi ha chiesto della vita di campagna, e parlando con lui di questa storia delle uova si è finiti a parlare di uova di struzzo. Il discorso nasceva da una strampalata idea di andare a vivere, una trentina di persone, in un villaggio diroccato per creare, da un piccolo borgo abbandonato, una piccola comunità, un villaggio autosufficiente dove poter vivere. Fantasticando su progetti impossibili Leggi il resto dell’articolo

Peggio dei documentari con gli sciacalli che sbranano i cerbiatti *

all in all is all we are
all in all is all we all are
all in all is all we are
all alone is all we all are

Intervistare questo soggetto è come lanciare una palla a un cane e il cane invece di scodinzolare e correre a prenderla rimane lì piantato e ti guarda un po’ imbambolato come a dire Vattela a prendere tu la tua palla che io ho da fare, anche se non ha niente da fare, il cane, forse è solo stanco, forse è solo una brutta giornata, forse i cani sono pieni di brutte giornate, forse la tua palla non la vuole nessuno.
La moda delle chitarre anni ’80 è finita, dice il cane, quel modo di suonare non ha più senso, era ora che qualcuno inventasse dei nuovi effetti, dei nuovi suoni, un nuovo modo di trattare gli amplificatori: bisogna tornare all’udito come istinto primordiale, alla foresta in cui ti aggiri e ti perdi, cacciatore, e senti spezzarsi un ramo alla tua sinistra e ti volti di scatto e il cuore ti finisce in bocca e a quel punto ti ricordi a cosa serve l’udito: l’udito serve a orientarsi, a sapere dove sono i pericoli, è per questo che nelle orecchie c’è il labirinto, è per questo che certe chitarre sono un suono bugiardo, le senti e non sai da dove vengono, o dove ti stanno portando, ti perdi, ti farai sbranare, cacciatore, occhio.
Spalmato sul divano con un cartone di pizza appoggiato sulla pancia, anzi, sul petto, vicino alla bocca, per non sporcarsi, per non allungarsi troppo, il cane continua a parlare. Le prime volte che prendevo una chitarra in mano Leggi il resto dell’articolo