Le sfortune degli altri

Mario era seduto sul divano. Aveva in mano una birra in lattina e guardava la partita dell’Italia contro la Slovacchia. Accanto a lui, sul cuscino ricamato a punto croce da sua madre, c’erano un cappio fatto con una corda spessa e dei pezzi di cotone imbevuti di sangue e di alcool. Alcune gocce dello stesso sangue avevano macchiato il centrotavola della cucina, ma Mario aveva pensato che questo sarebbe stato un particolare poco rilevante, dopo il suo suicidio.

Alle quindici punto quaranta esatte era in piedi, davanti al lavandino del bagno, al lavandino del bagno sporco di dentifricio color verde mare, e fissava la propria immagine riflessa.

Nella mano sinistra stringeva forte un rasoio usa e getta blu, un bilama della Gillette, che aveva comprato in offerta al supermercato.

Nella mano destra non stringeva nulla, ma aveva comunque le dita chiuse in pugno. I tendini del polso si vedevano come ponti che deformavano la pelle chiara, mentre la cassa toracica si gonfiava e si sgonfiava a gran velocità.

Con un movimento deciso, il gomito sinistro si chiuse e la mano avvicinò le due lame del rasoio verso il polso destro. Con un altro movimento altrettanto deciso, il braccio scese verso il basso e sulla carne comparvero due strisce rosse di sangue.

Cazzo che male, pensò Mario, e poi non dovevo fare così, dovevo fare per il lungo!

Sullo specchio apparve un’espressione sofferente, con i denti stretti e gli occhi stroppicciati.

Porca puttana che male, iniziò ad imprecare.

Intanto, gocciolando per tutto il bagno, pensò che il tentativo di suicidio numero uno poteva dichiararsi fallito e, presi cotone e alcool, andò a sedersi in cucina per medicarsi.

I primi cinque minuti della partita se li era persi per annodare il cappio come si deve.

Guardava il foglio delle istruzioni che aveva stampato da un sito di SelfBondage, dove, nella sezione Tecniche di self bondage, appunto, era spiegato sia come fare un cappio che non si stringe, sia uno che si stringe, perché, come era scritto, che Bondager saremmo se non avessimo il pieno controllo delle corde?

Dopo vari tentativi, Mario si trovò tra le mani un nodo scorrevole perfetto e se ne compiacque. Provò a muoverlo lungo la corda per un paio di volte e vide che funzionava.

Bravo, pensò, potrei fare il cappista se non mi dovessi ammazzare.

Con un mezzo sorriso triste sulle labbra, poggiò la sua creazione sul divano, accanto a lui, prese la birra che stava sul tavolino di cristallo e la aprì.

Alla fine della partita mi ammazzo, si disse, mentre deglutiva il primo sorso, ah bella fresca.

Poi si mise comodo ed alzò il volume.

Era seduto in cucina e premeva forte il cotone contro le ferite.

Che cretino che sono stato, si ammoniva, l’avevo letto su un sacco di siti: per il lungo se ti vuoi suicidare, di traverso se vuoi fare finta, come i ragazzini tristi, magri e con il ciuffo di capelli che gli copre la faccia.

Senza lasciarsi perdere d’animo, però, aveva già attivato il piano due: l’impiccagione.

Dal cassetto del comodino in camera, aveva preso le istruzioni per fare un cappio con il nodo scorrevole e un altro foglio per lasciare le sue ultime parole. Con una penna bic nera scrisse di getto una lettera che spiegasse il suo gesto e, con un pezzo di scotch, se la attaccò alla maglietta.

Le poche frasi frammentate che aveva scritto, riassumevano bene, a suo parere, il disfacimento della sua vita:

mi ammazzo per colpa di Sabrina, la mia ex moglie, che mi ha lasciato da due mesi e voglio che si senta in colpa, troia.

Mi ammazzo per colpa di Luigi, il mio ex capo, che con la scusa che non produco e che il lavoro è diminuito, mi ha licenziato, bastardo.

Mi ammazzo per colpa di Marchionne, che non ordina più le marmitte da Luigi, ma le fa fare in Polonia, porco borghese.

Poi mi ammazzo anche per colpa di tanti altri, perché tutti mi raccontano le loro sfortune e nessuno mi chiede mai delle mie, e allora mi sono stufato. Stavolta, però, non faccio i nomi, che bastano quelli di prima.

Invece voglio bene a mia mamma e a mio papà, che sono morti, e anche al mio cane Laika, che è morta anche lei da un mese e la ritroverò in cielo. Addio.

Mario Rossi

Finito il primo tempo, l’Italia perdeva uno a zero grazie ad un gol ridicolo. Mario pensava che era meglio se quei giocatori fossero andati a lavorare, come quelli della Nuova Zelanda, però, poi, pensò anche che c’è talmente poco lavoro in Italia, che manca appena di trovarsi Cannavaro e company alle agenzie interinali.

No, no, meglio che stiano lì a fare i fenomeni, si disse, aprendo la seconda birra.

La sensazione di fresco che gli scendeva dentro la gola, gli fece rilassare le spalle e socchiudere gli occhi. La testa la lasciò indietro, sullo schienale, aprendo leggermente la bocca per inspirare.

Questa situazione di trance lo cullò fino all’inizio del secondo tempo, e ancora oltre, fino al secondo gol della Slovacchia. Al settantatreesimo minuto e poi ancora all’ottantottesimo, momento del terzo gol, Mario sentì una sensazione che non gli capitava da tempo: gli venne da ridere. La voce incupita dei commentatori e le espressioni torve dei tifosi inquadrati, compresa quella di un centurione con le ciglia glitterate, gli misero un particolare buon umore, che tentò subito di sopire ripetendosi come un mantra, che, nella sua vita, non c’era proprio nulla da ridere.

Arrivato al novantesimo, però, capì che non poteva proprio più resistere. Vedere Quagliarella a terra che piangeva e il volto tutto rosso di Lippi, lo fecero tornare a sentire il piacere per la vita, lo fecero tornare a sentire che non solo lui stava male e di questo, non riusciva a smettere di godere. Quando arrivò lo stacco pubblicitario, si trovò steso a terra, con le lacrime agli occhi da tanto ridere che aveva fatto e con l’idea del suicidio più lontana che mai. Mentre scorrevano gli spot e lui fissava il soffitto con gli occhi spalancati e la mandibola indolenzita, ripensò ad una frase che gli aveva detto sua nonna riguardo al perché non sia una brutta cosa il pettegolezzo.

Vedi Mario, non è per deridere le sfortune degli altri, gli aveva detto, è per ricordarsi che alla fine, soffriamo un pochino tutti, prima o poi.

Alessandro Busi

Il calcio è uno sport da froci

Immaginare uno sport più da froci del calcio è difficile. Guardate il campo: uomini maschi contro uomini maschi. In pantaloncini. Corrono, si strattonano, si battono come leoni.

Fin qui dite che somiglia a tanti altri sport.

Certo che sì.

Infatti credo che lo sport sia in generale una roba da froci. Ma così come il gay pride è la massima e pubblica frociata, politicamente e culturalmente rilevante, il calcio è la summa aurea dell’omosessualità sportiva.

Andiamo avanti.

Quegli uomini che sgambano per il campo, quei ventidue coraggiosi, hanno come unico obiettivo quello di calciare la palla dentro la porta avversaria. Una bella metafora del sesso, e visto che quella porta è difesa da un uomo maschio, una bella metafora del sesso gay.

E quando accade… Quando quella palla entra… Quando quella porta è penetrata…

Eccolo il campione, l’uomo del gol, il centravanti, el pibe de oro, strapparsi di dosso la maglietta, correre sotto la curva a torso nudo, a farsi ammirare bello come il sole dai tifosi (maschi) della sua squadra.

E i compagni che lo inseguono, gli saltano addosso, se lo baciano, se lo carezzano, se lo stringono esaltati. Quante ammucchiate simboliche sotto le curve degli stadi, in diretta televisiva!

Queste masse di muscoli virili esaltati che s’ingarellano, questo trionfo del sudore virile scambiato baciato lemmato siroccato. Ditemi voi, fa più frocio Argentina – Brasile o il carro del Muccassassina al gay pride?

Questi peraltro sono i protagonisti, ma andiamo a dare un’occhiata ai comprimari, andiamo a svelare l’arcano pornografico del lavoro del tifoso: assistere a una partita di calcio, molto ma molto meglio di un film gay porno. Quello si consuma nell’intimo privato, il lavoro del tifoso invece è orgiasticamente pubblico!

Il tifoso di calcio ama stare in compagnia di altri uomini maschi come lui. Le tifose di calcio, comunque una misera minoranza, sono emarginate. Il calcio è roba da uomini, si dice.

Dico io: se si è etero e uomini si preferisce frequentare le donne. Se si preferisce frequentare gli uomini, logica vuole che si tratti di un’attività sospetta.

I tifosi maschi del calcio si ritrovano tutti allo stadio, un’arena libidinosa piena zeppa di altri maschi. Tutti assieme tutti maschi si assiste a cosa? A una lotta nel fango tra bionde pettorute? No! Si assiste a una «partita» tra ventidue uomini maschi seminudi e grecamente atletici.

Poi c’è il gol. Il momento topico del gol. Visto dalle tribune, dagli spalti. Lì nel campo verde il cannoniere si strappa via la maglietta. I pettorali sudati risplendono sotto al sole, i suoi compagni lo tramortiscono di lascivia. Tra i tifosi scatta l’urlo collettivo. La grande ola. Le bocche spalancate. Poi è tutto un abbracciarsi tra vicini sconosciuti, tutto un orgiastico collettivizzare la gioia del cannonniere. Lì, nella pellicola porno gay meglio nota come «partita», lui è il grande mandingo. I tifosi spettatori possono solo accontentarsi della gloria riflessa.

Come raccontava un tale, quella sciocchezza che le corna servono agli alci per i riti di accoppiamento è palesemente una stronzata. Mentre gli alci gay si schiantano in combattimenti omo sospetti con altri alci atletici e muscolosi, quelli un po’ anzianotti, un po’ debolucci, o chiaramente intellettuali, si trombano le femmine nel sottobosco.

Cosa pensate che facciano le vostre mogli mentre voialtri vi esaltate gayamente allo stadio o davanti alla tele nelle seratine «solo per uomini»? Dite di no? Dite che non è vero nulla? Che sto tirando l’arbitro per la giacchetta?

Pensate solo a questo – solo a questo e qui la chiudo – dopo tutto questo esaltarsi tra maschi seminudi per un pubblico di maschi ululanti, come finisce il rito della partita? Come si chiudono questi baccanali testosteronici? Lo sapete vero? Si chiudono con «lo spogliatoio», con i suoi annessi e connessi. Ma lì le telecamere non entrano, lì si spengono i riflettori, come una grande, fumosa, sudata dark room…

Mi dispiace, non mi avrete, sono troppo etero, preferisco tifare per il calcio femminile, guardare femmine che si battono con altre femmine, in attesa che gli sport, come il resto della società, diventino misti.

Dario Morgante

Monumento al calciatore non ignoto

Nel 1990 i mondiali giocati in Italia erano un po’ come dire Totò Schillaci, ruolo di attaccante, maglia numero 19. Il Totò Schillaci capace di passare da una posizione iniziale di panchinaro a quella di capocannoniere del torneo e di miglior calciatore della manifestazione. Il Totò Schillaci che quando esultava – occhi spiritati, corsa folle, pugni chiusi – esultava anche il quartiere CEP di Palermo in cui era nato e poi esultava anche la Penisola. Il Totò Schillaci paragonato al Paolo Rossi dei mondiali del 1982. Quando ti viene eretto un monumento da vivo vieni messo nelle condizioni di non dover mai sgarrare. E Totò Schillaci lo fa. Sgarra. Il 3 luglio allo stadio San Paolo di Napoli si consuma la semifinale fra l’Argentina e l’Italia – fra i due monumenti animati: Maradona e Schillaci – con un assurdo pubblico napoletano combattuto fra l’acclamare Maradona e il sostenere la Nazionale; con un’Argentina che, ad un certo momento, vuole arrivare ai rigori e un’Italia che dei rigori ne farebbe anche a meno. E più di tutti proprio Totò Schillaci che, scrollandosi il marmo di dosso, rifiuta di far parte della cinquina dei rigoristi. Ne nascono polemiche.

La scena è una scena classica: un cortile desolato, un muro pieno di crepe, tre ragazzini, un pallone. Bisogna immaginare anche un odore che è l’odore del sudore estivo. Uno dei tre ragazzini, mani poggiate sulle ginocchia già piegate, è fermo davanti al muro come a difenderlo e sul muro col gessetto è stata tracciata una parvenza di porta; gli altri due circondano il pallone, il piede di uno dei due tiene fermo il pallone.

Il ragazzino che difende il muro dice: “Io sono Walter Zenga”

Il ragazzino che blocca il pallone dice: “E io sono Totò Schillaci”

L’altro ragazzino dice: “No, sono io Totò Schillaci”.

Estorsioni e traffico di stupefacenti è un po’ come dire mafia. In questo caso, il clan della Noce che distendeva i propri tentacoli dal centro di Palermo fino ai sobborghi. Nel pieno degli anni zero, grazie ad intercettazioni ambientali e telefoniche, gli inquirenti riescono a ricostruire le attività criminali del clan e la polizia a notificare 18 ordini di custodia cautelare in carcere. Poi, il processo. Viene chiamato a testimoniare Totò Schillaci perché, anche se non è tra gli indagati, in una di queste intercettazioni, lo si sente parlare con Eugenio Rizzuto, uno dei 18 arrestati: Schillaci gestisce a Palermo la scuola calcio ‘Louis Ribolla’, un ragazzo del quartiere di Passo di Rigano ha derubato soldi e orologi ad alcuni clienti, Rizzuto dice di non conoscere l’abitazione di questo ragazzo, gli dà il numero del fratello Aurelio, se il fratello non conosce il ragazzo allora l’indomani ci pensa lui di persona. Questo, il contenuto della telefonata registrata.

“Sono tranquillo. Non ho commesso niente di grave. Il signor Rizzuto in un primo momento era socio della scuola calcio ed è normale che, tra soci di uno stesso organismo, si parli anche di queste cose, anche se sono cose spiacevoli” dice Totò Schillaci ai giornalisti, ma il giorno in cui dovrebbe deporre come testimone dell’accusa non si presenta. Poi viene chiamato a testimoniare nel maggio del 2008 e per la seconda volta Totò Schillaci – il monumento da vivo di Italia ‘90 che continua a stupire essendo stato, in seguito, il primo calciatore italiano a giocare nel campionato giapponese – non si presenta. Ammenda di duecento euro, ingiunzione di accompagnamento coattivo alla seguente udienza.

Il 3 luglio del 1990, allo stadio San Paolo di Napoli, i rigori vengono battuti: tic, tac: l’Argentina vince, l’Italia perde.

“C’eravamo illusi di poter galleggiare ancora una volta sulla prodezza personale di Totò Schillaci” dice al microfono un amareggiato Bruno Pizzul.

Roberto Mandracchia

fonti:

http://it.wikipedia.org/wiki/Salvatore_Schillaci

http://www.youtube.com/watch?v=8kmWl50zA0A

http://www.guidasicilia.it/ita/main/news/index.jsp?IDNews=24910

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/05/30/schillaci-da-forfait-il– giudice-lo-multa.html

http://www.youtube.com/watch?v=TcJoxoZBeNU

MONDIALI 1934 – ME NE FREGO!

«tutto succede perché diventi

una storia e io la racconti».

Pier Paolo Di Mino

canto III, Storia Aurea

 

Un allenatore, tempo fa, disse che il calcio è cronaca, mica storia. Altri invece potrebbero pensare che tutto esista solo per essere narrato, e che mettere foglio su foglio aiuti, se non a capire, a sopravvivere meglio; perché poi capire, arrovellarsi con spiegazioni che non cambiano nulla, non è il solo modo di vivere.

Enrique Guaita, ad esempio, non riusciva proprio a capire, eppure, era felice. Appena giunto nella città eterna, nell’estate del ’33, lì stretto nell’assolata piazza Esedra con migliaia di persone che incitavano il suo nome e che cantavano cose a lui incomprensibili, era felice, e dovette arrivare a pensare che il cuore e la testa non sempre s’intendono. Guardava con fare interrogativo i due connazionali, Scopelli e Stagnaro, arrivati come lui per giocare e salvare le sorti dalla squadra della Roma, per capire se a loro la testa diceva qualcosa, ma i compagni si limitavano a salutare tutti con ampi gesti del braccio e il pubblico a ricambiare, a fare versi strani. Questi italiani erano proprio come glieli aveva descritti il nonno: dei gran mattacchioni, sempre a far festa e a cantare ad ogni occasione e poi come per brindare innalzavano la mano al cielo e urlavano: «A noi!» ma il bicchiere non c’era mai. Con il passare dei mesi, gli piacevano sempre più gli italiani, venivano a vederlo pure mentre si allenava e battevano le mani, fischiavano, erano vestiti quasi tutti uguali e gli avevano affibbiato un nome nuovo di zecca: il corsaro nero. Era gente sensibile che si doveva preoccupare molto del clima, infatti sia nelle giornate di sole che di pioggia, anche durante una conversazione se ne stavano a braccia conserte con lo sguardo rivolto al cielo e il mento protratto all’insù, e un giorno Enrique, che aveva voglia di sfoggiare il suo incerto italiano, disse ad uno: «Oggi sole, molto bellissimo sole, a me mi piace sole!», ma questi, forse per un eccesso di timidezza o perché il giocatore non si era espresso correttamente, gli rispose tutt’appunto che se ne fregava: «Me ne frego!» Il buon Sacerdoti, il presidente della squadra, gli diceva di non stare a preoccuparsi e di impegnarsi sul campo e che avrebbe messo da parte un bel gruzzoletto. Enrique, felice di quella promessa, sudava in campo, giù avanti e indietro pronto a gonfiare la rete ogni volta che gli si presentava occasione. Il primo anno segnò quattordici reti, La Roma faceva parlare di se anche grazie alle sue prodezze, tutte le squadre volevano il corsaro nero, tutti volevano avere a che fare con lui, lo invitavano a feste lussuose in grossi palazzi dove gli facevano i complimenti anche persone importanti e ad Enrique gli piaceva passare il tempo con loro a scrutare insieme il cielo a braccia conserte.

Un pomeriggio Sacerdoti lo convocò nel suo studiolo per comunicarli che Pozzo, il CT della nazionale italiana, lo voleva in squadra. Furono inutili le rimostranze del giocatore:

«Yo soy argentino!!»

«Famose ‘a capì, tu, Enrichetto mio sei italiano!! ce pensi ar gruzzoletto?»

Alla fine i due si capirono e si accordarono sul termine oriundo, Enrique, per via del nonno o bisnonno, era oriundo. Per fortuna non partiva titolare, ma quando fu chiamato in causa, quando sentì il pubblico di Milano, dove si disputava la semifinale contro l’Austria, incitare il corsaro nero, Guaita non penso più a nulla, fece mezzo campo e con il portiere già stramazzato a terra grazie a un fallo di Meazza, segnò la rete che portò l’Italia in finale… e il resto, fu prima cronaca e poi storia, l’Italia vinse il suo primo campionato del mondo e giù fiumi di parole, battaglia, onore, vittoria, destino e i giornali che gli dedicavano pagine: «E il centravanti della nuova generazione, un fuoriclasse». L’argentino con il fregio di campione italiano del mondo giocò il seguente campionato ancor meglio, segnando ventotto gol su ventinove gare disputate, record assoluto nei tornei a sedici squadre; numeri da far invidia, sopratutto a chi, pensando che il blasone e le vittorie si acquisissero per anzianità e non per merito, vedeva la prima squadra della città (per nascita), la Lazio, accontentarsi di stare sempre sotto in classifica a ridosso dell’odiata rivale. Per Giorgio Vaccaro, dirigente laziale vicinissimo al duce, fu un piacere accogliere Enrique, e i due compagni Stagnaro e Scopelli, per comunicargli che presto si sarebbero potuti far onore anche in battaglia; l’Italia era in procinto della guerra d’Etiopia e loro, da bravi italiani, erano chiamati come tutti alle armi.

«Yo soy argentino!!» protestò Enrique.

«Sei italiano! un campione del mondo» tagliò corto Vaccaro, che con quel nome campestre già segnava il destino di una tifoseria.

Dovette pensare velocemente Guaita, velocemente e in maniera confusa. Pensò al pallone, alla patria, alla guerra, agli italiani e che correre dietro a una palla, non era come farlo davanti a una pallottola.

Il Corsaro nero, che in quei due anni aveva imparato qualche parola italiana, rispose a tutti nella stessa maniera, al dirigente laziale, ai compagni e al buon Sacerdoti che provò a tranquillizzarlo che i giocatori non sarebbero mai e poi mai stati impiegati nell’esercito.

Enrique Guaita che ora capiva di più, ma era sempre meno felice, disse loro: «Me ne frego!»

Era notte a Roma quando salì su una lussuosa “Dilambda” e , senza pensare di fare storia, sparì per sempre.

Massimiliano Di Mino

La sciatica del Condor

Molte cose erano diverse nella seconda metà degli anni Ottanta. Lo Stadio Olimpico era ancora splendido e scoperto. Montezemolo (Montezuma!) non ci aveva messo le mani, Italia ’90 era ancora una prospettiva e così sedevamo tranquilli sui gradoni numerati, col cuscinetto portato da casa (avevo e conservo ancora quello con l’effige sacra del divino Paulo Roberto da Xanxere). Da marzo in avanti in Tribuna Tevere si stava a torso nudo, con cappellino alla muratora, fatto piegando per bene due o tre fogli del Messaggero, del Corriere dello Sport-Stadio o dei giornali in distribuzione gratuita, prima dell’ingresso. Guardando al di là della Monte Mario, si vedeva lo zoccolo duro dei tifosi della madonnina di Monte Mario, sulla collina, tranquilli e portoghesi (ma non vedevano tutto il campo, eh no!). Io dovevo ancora superare le elementari. La vita non era molto difficile: la settimana passava tra scuola e palestra, Commodore 64 e qualche libro. Qualche volta papà tornava da lavoro per cena, se non era troppo nervoso era stupendo. Ma la domenica, finalmente, era tutto per me. Noi avevamo il nostro rito: niente week end, si sta insieme allo stadio. Eravamo, nel 1986, reduci dalla terribile delusione di Roma-Lecce.

Eriksson aveva appena intrapreso la sua terza (e ultima) stagione sulla panchina della Roma. Praticavamo una zona spettacolare ed efficace. C’erano parecchie giovani riserve, ragazzi romani e romanisti, che giuravamo potessero rinverdire i fasti di Rocca, Conti, Giannini. Diversi di loro avevano contribuito alla vittoria in Coppa Italia, dolce e amara consolazione post Roma-Lecce. Erano Settimio Lucci, libero, una carriera poi spesa tra Empoli e Piacenza. Lento ma pulito e ordinato. Paolo Mastrantonio, terzino sinistro esplosivo. Si ruppe una caviglia, cambiò piede e sparì presto dalla circolazione. Attilio Gregori, portiere di notte (quando si giocava la Coppa Italia), che in campionato credo rimase sempre vicino a Sven, fu poi ottimo mestierante per una dozzina d’anni altrove. C’era Tony Di Carlo, molto amato dalle tifose, protagonista d’una tripletta a Cremona. C’era Impallomeni, che oggi lavora per Sky. Era un’ala molto tecnica, Costacurta gli distrusse la carriera con un intervento dei suoi. C’era Paolo Baldieri, che allora sembrava una sorta di gemello astrale di Peppe Giannini. Grande promessa inespressa. Naturalmente, tra i titolari c’era il Principe, Peppe Giannini. C’era Bruno Conti, c’era Ciccio Desideri da Monteverde, che Ciarrapico avrebbe venduto per un piatto di lenticchie. Romani a parte, c’era un giovane attaccante che arrivava da Cesena, a inaugurare una mini-serie che avrebbe scritto un pezzettino di storia della Roma. Anni dopo i tifosi, altrove, l’avrebbero chiamato Condor, ma questa è un’altra storia.

Era giunto dunque a Roma, a infiammare le mie speranze di bambino e a sostituire il futuro Cobra, Sandro Tovalieri da Pomezia, un ragazzo alto e con l’aria un po’ svampita, protagonista di qualche buona stagione nelle serie inferiori. Si chiamava Massimo Agostini, e noi speravamo fosse una buona alternativa al Bomber di Crocefieschi, non solo una promessa.

Peraltro, da bambino, vedevo i giovani sempre come un riflesso di me. Ci speravo e sognavo facessero cose immense. Meglio se erano romani, ma questo Agostini poteva vantare un cognome famigliare. Da poco se n’era andato a finire la carriera altrove Agostino, capitan Dibba. Bastava cambiare una vocale e il coro, ‘sto ragazzo, ce l’aveva già. Volendo.

Ma la storia della Roma è piena di fallimenti e ombre. E Agostini era una di queste. Giocò la sua prima stagione in una Roma di Eriksson, l’ultima dicevo, allo sbando; stagione mediocre, sempre lontani dal vertice, e dire che c’erano Carlo Ancelotti e Conti e Boniek, Nela e Pruzzo, Tancredi e Giannini. Le prime volte che entrava in campo tutti ce lo studiavamo con interesse. Era alto e legnoso, non troppo veloce e non troppo tecnico. A metà stagione avevamo capito che era una pippa. Troppo tardi, mica si può tornare indietro.

Il pubblico in Tribuna Tevere è una casta a se stante. Non solo vede bene la partita – a differenza di quanto accade in Curva o in Distinti, il campo da lì riesci a inquadrarlo tutto, angolo per angolo, e non serve la fantasia – ma la vede da molti anni. Negli anni Ottanta, i vecchi soci vitalizi erano ancora in tanti, e sapevano sgamare un mezzo giocatore, un mestierante o una pippa in una manciata di partite. Furono loro, incazzati come bestie e sempre più amareggiati, a raccontarmi la verità su Agostini, quando ancora speravo che essendo giovane e promettente e strappato alla concorrenza dell’odiata Rubentus lui avrebbe giocato un ruolo importante, una bella stagione.

Mio padre mi aveva insegnato a non ripetere le parolacce, ma ce ne fu una in particolare che mi rimase impressa, era nuovissima e mi sembrava magica. Sciatica.

Il legnoso Agostini, in quella stagione anonima e mediocre, un giorno tentò un colpo che proprio non era nelle sue corde. Una rovesciata. Si stava sullo 0 a 1 o sull’1 a 1, qualcosa del genere. Tutte le frustrazioni della settimana i tifosi le riversavano sul campo. Una Roma mediocre è sempre terapeutica, in questo senso, ma questo l’avrei capito molti anni dopo.

Fu così che quando Agostini si voltò, si sospese in aria, imitò Parola e s’inventò quella sorta di bicicletta o di rovesciata su cross di Berggreen, prima ancora che colpisse il pallone qualcuno aveva già inteso. Vidi – con discreto spavento – il collo d’un vitalizio una fila sotto di noi diventare rosso, rosso fuoco, e una vena ingrossarsi a dismisura. S’alzò in piedi assieme al Condor, le mani a pala, e dai più oscuri recessi dello stomaco gridò qualcosa che somigliava a “a’ sciaticaaaaa”, assieme a un ricco l’anima de li mejo mortacci tua e de tutta Cesena. Agostini forse aveva percepito una forma di ostilità, forse aveva sentito qualcosa e s’era spaventato. Ciccò il pallone, che andò a spegnersi a bordo campo, ben lontano dalla porta e dal senso del gioco del calcio.

Probabilmente nessuno di noi avrà mai visto questa azione, all’epoca Novantesimo Minuto e la Domenica Sportiva mostravano solo le migliori azioni. Io ero là, ero un bambino felice perché potevo stare qualche ora assieme a mio papà e guardarmi la partita assieme a tutta la città, credevo ancora nel principio che un giovane promettente non poteva non spaccare il mondo. Capii allora, mentre Agostini crollava rovinosamente a terra, che i quotidiani sportivi scrivevano qualche bugia per illudere il pubblico e fomentare la campagna abbonamenti, in Estate.

Due anni dopo, dopo un’altra mediocre stagione sotto la guida d’un redivivo Barone Liedholm, Agostini tornò a Cesena, mestamente, avviando una seconda carriera che l’avrebbe portato a giocare dappertutto, sognando anche qualche gol. Nella Roma ne fece sei in due anni, come un buon terzino di spinta.

La causa – nessun giornale lo scrisse con chiarezza – era una mostruosa sciatica, misterioso male che apparve con chiarezza immonda a un vecchio vitalizio della Tevere, quando il Condor volava per rovesciare un pallone a bordo campo. Da quel giorno, scoprii che tra i mali dell’umanità c’era il mal di schiena. El Condor Pasa.

Gianfranco Franchi

Estratto da Monteverde (Castelvecchi, 2009)

Un pianto coreano

C’eravamo tanto commossi, diciamocelo, con la storiella di Jong Tae-Se, essì, quello delle lacrime, volto da copertina di tutto un album di carneadi capaci di far goal al Brasile (che poi, oh, è finita uno a zero per gl’uomini di Kim Jong-Il, dice), quello che c’aveva dimostrato che anche (e soprattutto) i ricchi (di spirito) Pyongyang.

Prima dei mondiali, prima che scrittorucoli calciolizzati se ne servissero beceramente pei loro scarabocchi, la storia di Jong Tae-Se sarebbe stata comunque perfetta per un reportage di sette pagine e quattro trafiletti d’approfondimento su Limes (la rivista di geopolitica, non gl’agrumi): nato in Giappone da genitori sudcoreani, di buona famiglia, discretamente ricchi, ad un certo punto gl’è venuto d’esser Coreano oltre che del sud pure del nord, e forse chissà, dell’est e dell’ovest, ed ha richiesto il passaporto alla Repubblica Democratica Popolare di Corea (tu chiamala se vuoi: Corea del Nord).

Solo. Solo che a Seul la riconoscono mica, la Repubblica Democratica Popolare di Corea, e a Jong Tae-Se gl’è toccato pigliarsi il passaporto in Giappone, farselo rilasciare dalla Chongryon, che poi altro non è che l’Associazione dei Zainichi, ergo i coreani di seconda generazione nati e e residenti in Giappone, una mezzaspecie di Ambasciata nordCoreana in Nipponia, ed insomma è un po’ un bel casino spiegarlo e capirlo, come funziona di preciso, questa storia della multinazionalità del baldo Tae-Se.
Fatto sta che Jong Tae-Se oggi ha tre passaporti, uno dei quali non è valido stessimo a sentir quel che ne pensano i Paesi che hanno emesso le altre due, ed insomma vallo a capire, di che nazionalità è Jong Tae-Se, troppo complicato, troppo macchinoso, boh ma che ne so ma che me frega, ci vuol qualcosa di più semplice, di più facilmente comprensibile, qualcosa d’impatto che faccia commuovere le genti semplici, tipo che ne so, piangere durante l’esecuzione dell’inno.

[E a dircela tutta, gl’era già successo, a Jong Tae-Se, perché quella sera là mica aveva quei capelli là, è recidivo, allora, è una femminuccia frignona, allora].

E c’è chi ha detto: piange per orgoglio nazionale.
E c’è chi ha sostenuto: lacrime di commozione per l’annosa questione delle coree divise.
E c’è chi ha parlato di: tristezza per la durezza del regime di Pyongyang.
E c’è chi se n’è uscito con: semplice emozione.

A noialtri interessava poco, dopotutto, perché vederli sgambettare, i nordsudovestestcoreani, spavaldi ed onesti come novelli ammiragli Nelson contro l’Armada Invencible verdeoro, è stata una gioia a prescindere, al di là d’ogni significato latente, al di là di tutto.

Poi, però, i coreani ci son cominciati ad andare a noia.

È stata la simpatica boutade della scomparsa, anzi no, anzi sì, a farci perdere interesse pegl’asiatici, alla stregua d’un postulato troppo inafferrabile che ci fa disamorare d’amblé della meccanica quantistica.

Difficile ricostruire quel ch’è successo davvero: un semplice errore di trascrizione, c’è chi ha sostenuto, i baldi Pak Sung Hyok, An Chol Hyok, Kim Kyong Il e Kim Myong Won son mica mai spariti, solo voialtri ve li siete confusi con An Sung Hyok, Pak Chol Hyok, Kim Kyong Won e Kim Myong Il, c’hanno dato ad intendere, e l’arbitro nel suo referto ha scritto Pak Kyon Hyok, An Il Hyok, Kim Kyong Chol e Sung Myong Won, capito dov’è stato l’inghippo?, potremmo andare avanti all’infinito, le combinazioni possibili sono duecentoquarantatré, avete il pomeriggio libero?

Mentre noi c’arrovellavamo sulla vexata questio, loro son scesi in campo col Portogallo.

Ed han perso sette a zero.

No, dico, sette a zero.
Settazzero, tutto di filato, ch’è più ruvido.
E se t’azzero? Ti distruggo, ti demolisco, ti squacchero.
Come ‘l Portogallo ha squaccherato la Corea del Nord.
Brutta figura invero.

Che poi, brutta figura, parliamone.
Fossero stati in campo i calciatori coreani, allora sì che potremmo parlare di brutta figura.
Ma c’erano mica i calciatori, in campo, oggi.
Quelli se ne son scappati, bisogna credere che se ne siano scappati sul serio i vari Pak Sung Hyok, An Chol Hyok, Kim Kyong Il e Kim Myong Won e compagnia bella, sparpagliati pei vicoli di Pretoria, per le slum di Johannesburg, e non solo quei quattro di cui s’è parlato, eran quattro al principio, poi son divenuti otto, dodici, sedici, ventiquattro, massaggiatori, allenatore, tutti in fuga, ed in campo contro ‘l Portogallo con le belle magliettine dei giocatori veri ti vien da pensare che ci siano andati un pizzaiolo, seppur nordcoreano, uno studente di Afrikaans alla facoltà di lingue di Città del Capo, seppur nordcoreano, ed il nipote di Pak Doo Ik, sempre nordcoreano, che non è nell’esercito ma esercita comunque, esercita il mestiere.
Son rinomati, sembra, i gigolò nordcoreani.
Però pigliano pure sette gol, se li metti in campo.

E alla fine della fiera, son mica simpatici come Jong Tae-Se.

Fabrizio Gabrielli

Non c’è pietà

Il Policlinico non è un buon posto in questa stagione. Fa caldo e l’aria condizionata dove c’è non funziona. Nelle camere si sta in sei, otto pazienti.

Il vecchio al mio fianco l’hanno ricoverato un paio di giorni prima di me, per via di un’ ulcera perforata che, a quanto pare, gli ha fatto passare un bruttissimo quarto d’ora.

Oggi è il mio giorno. Finalmente mi operano.

Il mio ventre è fatto male, così ha detto il medico. Una malformazione congenita mi porta a possedere la parte superiore dello stomaco al di sopra del diaframma anziché sotto, dove dovrebbe invece essere.

Basta con la pancia che brucia come un tizzone. Basta con i reflussi gastrici in piena notte e con i farmaci da prendere ogni giorno. Basta. Ma serve operarsi. Un bel taglio e due, tre ore di qualcosa che l’anestesia non mi farà vedere.

Oggi cominciano i mondiali di calcio. Durante la partita inaugurale, Sud Africa-Messico sarò ancora sotto ai ferri. Probabilmente sarò già abbastanza in sentimenti alla sera, per Francia-Uruguay.

Questa storia dei mondiali è proprio una botta di culo. Sai che palle, in questa corsia di ospedale a sentire le lamentele di anziani che stanno tutto il giorno a vedere Forum e altre insopportabili trasmissioni, sembrano non sentire il caldo e si ostinano a chiudere le finestre. Sono qui da due giorni e già non ne posso più.

Tre partite al giorno fanno in tutto sei ore di pura e onesta evasione sportiva. L’unico punto di contatto che possa trovarsi tra me e la geriatria che abita la mia stanza.

L’anestesista mi dice di contare fino a dieci, dopo avermi fatto un’iniezione al braccio. Arrivo a quattro e cado in un sonno senza sogni. Buio.

Luce. Mia madre, mio padre, mio fratello e Vanessa che mi guardano e mi chiamano. Capisco che mi stanno chiamando ma ci vuole un po’ prima che io riesca a rispondere. Dicono di aver parlato col chirurgo. E’ andato tutto bene, una settimana di ospedale e poi sono fuori. Mio padre dice di non preoccuparsi. Che una settimana passa in fretta e che ci sono i mondiali in televisione per distrarsi. Ha proprio ragione. Mondiali. Partite e trasmissioni sui mondiali. Moviole, commenti, pronostici. Una vera pacchia.

Sono le sei quando i miei se ne vanno. Alle sette passa la cena. Non per me. Io ho le flebo attaccate fino a domani mattina. Per fortuna non sento un gran male. Sono ancora rabbonito dall’anestesia ma ben cosciente.

Alle otto e un quarto Mauro, l’infermiere di turno, viene a cambiarmi la flebo.

Il vecchio al mio fianco gli si rivolge col fare di un nonno col nipote: “Su che canale la danno la partita della Francia? Su Raiuno?”

Mauro si fa supponente mentre maneggia con le boccette della flebo: “A sor Alvà ma che cazzo state a di’? Ma non lo sapete che la Rai trasmette solo una partita al giorno? Oggi hanno mandato quella del Sud Africa no? Le altre stanno su Sky. Se so comprati i diritti.”

La delusione serpeggia senza neanche stare troppo a nascondersi. Mauro se ne va.

Il sor Alvaro si è seduto sul letto. Scuote la testa: “Mortacci loro. Manco le partite del mondiale se possono più guardà in grazia de Dio. E’ uno schifo. Dappertutto è uno schifo.”

Bestemmia il Cristo in croce e poi continua: “Non c’è pietà. Nemmeno per chi soffre, per chi sta ricoverato. Per nessuno. Non c’è pietà!”

Il vecchio addetto al telecomando fa zapping per qualche istante. Poi si ferma su un programma dove una grassona rincontra sua figlia dopo vent’anni.

La settimana, come per magia mi si prospetta d’un tratto più lunga di prima. Molto più lunga e maledettamente noiosa. Una sofferenza nella sofferenza per cui occorrerebbe molto più che pietà.

Luca Piccolino