Due parole su Ultimo Parallelo

di Vanni Santoni

eb-thumb-130117102504396Quando uscì questo romanzo, e lo lessi, non avevo ancora mai scritto di libri, e soprattutto non sapevo granché di libri italiani contemporanei. Era il 2008, ero a Cuneo per “Scrittori in città”, c’era questo accorto bookshop che vendeva solo libri degli scrittori ospiti, e mi comprai, tra gli altri, Ultimo Parallelo; lo presi, mi pare, perché me ne aveva parlato Francesca Matteoni – o forse avevo solo letto il suo pezzo –, e poco dopo ero incappato per la prima volta nei “soddisfatti o rimborsati” di Satisfiction, dove si usava senza mezzi termini la parola “capolavoro”. Così eccomi su un treno interregionale con una zainata di libri. Ed eccomi ad aprire Ultimo parallelo, con tutte le perplessità che poteva avere qualcuno al quale delle grandi esplorazioni antartiche (o artiche, tropicali o equatoriali) non era mai importato granché. Ricordo con chiarezza quel momento, quando cominciai a leggere, e mi chiesi se quello che avevo davanti poteva davvero essere stato scritto da un autore italiano a me contemporaneo: Leggi il resto dell’articolo

Quanto è lontano il mare – #TUS2

studenti[Secondo appuntamento con i testi letti a Torino Una Sega 2: oggi tocca a Ilaria Giannini. Al Caffè Notte Ilaria ha letto l’incipit di La parte dei delitti, tratto da 2666 di Bolaño, e un estratto dal suo romanzo inedito Quanto è lontano il mare, che proponiamo qui di seguito]

Alla fermata dello scuolabus Matteo non c’è. Ho dormito così male che adesso mi bruciano gli occhi e mi fa male la pancia, come se la cena che ho tirato giù a forza mi si fosse piantata sullo stomaco. Avrei voglia di parlare con quello scemo, forse stamani si sente peggio di me e se lo merita pure, visto il casino che ha combinato ieri, porca misera, poteva anche starsene zitto, come ho fatto io per tutto ‘sto tempo con lui, in fondo lo sapevo di non piacergli e mi sono tenuta tutto dentro, invece lui no, il grand’uomo doveva fare la sua avance da Casanova, accidenti agli ormoni.
«Stai bene Eli?»
«Mi sa che mi sta venendo l’influenza, mi fa male la pancia».
«Oddio, non sarà mica che… »
«Cosa?» Leggi il resto dell’articolo

Un dia de Mayo en Staffolo

di Luca Rinarelli

 


Mi chiamo Luigi Santoni e sono giornalista. Sono un volontario di Amnesty International, come i miei undici amici che mi hanno affidato il compito di raccontare cosa successe l’anno scorso a Staffolo, un piccolo paese nell’entroterra delle Marche.
Il secondino mi apre il cancello d’accesso al braccio femminile del carcere di Ancona. Pareti grigie, tristi, come la sua faccia.
Arrivo davanti alla cella. Il rumore delle chiavi che aprono la porta mi causa una strana pressione alla bocca dello stomaco.
“Ciao, Consuelo.” Leggi il resto dell’articolo

La regina più bella – #fiabebrevichefinisconomalissimo

 di Francesco Muzzopappa

Si sa, tutte le bimbe buone vorrebbero diventare principesse per vestire in modo principesco, vivere in maniera regale e mangiare intere faraone.
Nel castello di Paranoia viveva la principessa più bella della Terra.
Aveva due occhi, dei capelli e una bocca.
Una bellezza indescrivibile.
Aveva un codazzo interminabile di spasimanti e ogni suo desiderio era un ordine. Leggi il resto dell’articolo

Raul

di Sandro Salerno

Quando sei arrivato, stavo per andare via. Le valigie erano pronte, poggiate alla parete del corridoio. In una ci avevo messo i libri di lavoro e quelli che, come Martin Eden, mi porto sempre dietro. Nonostante tua sorella tenesse ancorate le mie gambe alla nostra casa, aspettavo un guizzo, uno stimolo che mi facesse decidere. Fino a quando un giorno tua madre, con il suo abituale sorriso indolente, appoggiata con le mani sulla spalliera della sedia, mi ha detto:
– Mi sa che c’è una novità. C’è un ritardo.
– Dove? – ho chiesto stranito.
– Non fare il coglione – ha detto lei.
Le valigie sono rimaste lì qualche tempo ancora. Poi le ho disfatte.
Mi ricordo la prima volta che ti ho visto. Somigliavi a uno scheletro di lucertola, anzi, di un geco: macchie chiare e macchie scure su uno sfondo ovoidale di carta lucida. Ti ho visto crescere ogni mese, portando la tua immagine nel Leggi il resto dell’articolo

Le famose gang di baby gay che cantano “bang bang” mentre fanno le gang bang

di Andrea Coffami

Sei nel silenzio di un sasso, mentre martelli lo stesso il tuo ritmo
lascio e non raddoppio, come l’oppio in una cartina di Roma
buona salsa in salamoia, se deve morire muoia il senso di colpa con tutti i figli suoi
con tutti i fogli sparsi per il mondo. In fondo in fondo siamo in un pozzo
ci siamo persi nel buio di uno stagno che descrivono come un mare di opportunità,
ma alla tua età sei già anziano e se ti ringrazieranno, ti daranno al massimo un anno di lavoro
senza contributi, tu ti abitui ma ci vogliono muti, sudi ma i ludi sono finiti da un pezzo
altro che amico, ci vorrebbe un attrezzo Leggi il resto dell’articolo

Nepente – #TUS2

nepenteIniziamo a pubblicare alcuni dei testi letti in occasione di Torino Una Sega 2. Cominciamo da Matteo Pascoletti, che a Firenze ha letto un estratto da La Peste di Camus e il seguente brano tratto dall’incipit del suo romanzo inedito Nepente.

Quando il Profeta inizia il vaticinio è davanti ai turisti seduti sui gradini della cattedrale di San Lorenzo, di fronte alla Fontana Maggiore in piazza IV Novembre.
Chiunque frequenti il centro storico di Perugia conosce l’uomo chiamato “Profeta”, dai concittadini stimato pazzo: un uomo magrissimo, il volto consumato dagli stenti, i capelli anzitempo canuti, lunghi e scarmigliati, lo sguardo coperto da ingombranti occhiali da non vedente; indossa una giacca di panno più larga di almeno due taglie, che spesso lo fa sudare come un febbricitante. Sotto la giacca indossa una maglietta bianca, sporca e consumata, e le gambe sono fasciate da jeans rattoppati alla bell’è meglio. Cammina senza esitare, a piedi nudi, mappe di carne su cui sono impresse distese di escoriazioni; è come se vedesse, eppure talvolta un passante è costretto a spostarsi per non urtarlo, compensando così la traiettoria del Profeta.
A giudicare da numero e qualità di aneddoti a riguardo, la presenza dei pazzi o presunti tali nel centro storico è un aspetto caratteristico di Perugia. Meriterebbe di essere narrata con dovizia di particolari la storia di quell’uomo che era solito percorrere le vie del centro storico a bordo di un letto a motore (sì, un letto a motore) e altre diavolerie che costruiva ispirato da chissà quale genio. In parte la città sta rimediando alle proprie lacune. All’uomo del letto a motore, per esempio, sono ora dedicati un premio per le invenzioni, un festival e un’associazione che cura il recupero di un patrimonio culturale altrimenti destinato all’oblio. Di recente una guida per turisti e studenti stranieri, diffusa nei locali del centro, ha dedicato un capitolo intero alle figure caratteristiche Leggi il resto dell’articolo