Orfeo e Euridice a Lampedusa

Oggi ho visto una ragazza che ti assomigliava. A dire il vero non è proprio che ti assomigliasse, aveva capelli biondo scuro e occhi verdognoli del Nord, che nulla avevano a che fare con i tuoi colori scuri. Però c’era qualcosa nel suo sguardo che mi ricordava te, il modo in cui i suoi occhi deridevano il mondo, in cui sfuggivano continuamente ad ogni controllo. Maledetti quegli occhi che non hanno saputo guardare avanti, e che io non sono stato in grado di governare.

Era un poco più grande di te, credo avesse sui diciotto anni. Se ne stava in un angolo della barca, commentando con i suoi occhi divertiti una coppia di turisti che facevano la gita con lei. La donna rideva sguaiata e si aggrappava a un cinquantenne color aragosta che esibiva come un trofeo. Mentre sfoderavano un falso sorriso da fotografia di viaggio, lei lo rimproverava perché in quell’isola dimenticata da Dio in cui lui l’aveva trascinata non c’era abbastanza vita mondana, Neanche un pareo party! Il prossimo anno tutti a Ibiza con la barca del Ferdy. In quel momento una folata di vento le ha slegato il foulard azzurro che è volato via, facendo esplodere una massa di capelli ricci e selvaggi. Ho guardato il foulard planare lentamente sull’acqua, quasi a godersi la brezza marina, e poi dissolversi nel celeste irreale di Cala Pulcino, finalmente libero. Sono stato felice per lui.

Io invece, Lampedusa, l’ho imparata ad amare, e sento che un po’ somiglia a ciò che sono diventato. Mi piacciono le sue scogliere crudeli e inaccessibili, le barchette dei pescatori sospese sull’acqua adamantina, e quell’unica strada asfaltata spolverata di bianco. Ma amo soprattutto ciò che resta quando il ronzio dei turisti in quod e scooter sparisce: una terra di solitudine profonda e amori obbligati. L’arida desolazione della roccia specchiata in un mare troppo grande, i cani randagi che passeggiano malinconici e bonari, il grido di dolore che lancia l’isola quando soffia il maestrale. Il grido di chi cerca qualcosa che ha perduto per sempre.

La storia poi di come dai motoscafi della speranza sono arrivato a condurre barche per i turisti in giro per quest’isola, ha dello straordinario. L’unico tra tutti gli immigrati arrivati ad essere riuscito a fermarsi qua. Forse racconteranno la mia storia, giù al Paese. La racconteranno i pescatori mentre sgraneranno le reti, annoiati dal troppo mare e vogliosi di immaginare uomini e donne al di là di quel muro blu e le loro vite straordinarie, esempi virtuosi o canaglie da non imitare, con i loro soliti impasti affascinanti di ammonimenti e realtà.

Erano stati proprio i pescatori a raccontarmi anche quella leggenda che ci riguardava, ricordi? Chi era costretto a fuggire dal Paese e desiderava che il viaggio andasse a buon fine doveva riuscire a non voltarsi indietro, verso la terra natia, durante il primo mezzo minuto del viaggio. Sembrava facile, ma era un’ardua sfida di volontà, dicevano tutti dandosi ragione a vicenda.

«Tutte superstizioni!», mi hai detto quando ti ho riferito la storiella, scuotendo il capo e prendendo in giro tuo padre. Il bagliore bianco del tuo sorriso si è aperto sul tuo viso scuro come una ferita. Tua madre aveva lo stesso modo di sorridere, assoluto e prepotente, che mi vinceva ogni volta.

«Hai ragione. Sono tutte superstizioni. Ma per una manciata di secondi possiamo provare a resistere, no?»

Me li ricordo bene quei trenta secondi. Spalla a spalla con altri settanta disperati come noi, in quel gommone di una dozzina di metri, il loro fiato sul collo, e le onde ad aspettarci come aguzzine. Mi ero messo apposta sulla parte anteriore per evitarci ogni tentazione. Il tuo volto rischiarato dalla luna era per me l’unica isola in quel mare nero. Fissavo preoccupato i tuoi occhi irrequieti, distratti dalla paura. Volevo inchiodarteli alla piccola prua, figlia mia, stringerti a me, proteggerti per sempre dalla notte salsa del mare. E invece al venticinquesimo secondo ti ho vista come un lampo voltare la testa e guardare indietro, verso casa nostra, verso le tue amiche, la nostra terra, i tuoi sogni di ragazza, forse qualche giovane uomo. L’attrazione verso il passato, l’identità, la sicurezza è stata per te troppo forte, irresistibile.

Allora tutto l’Universo mi è scivolato inesorabilmente tra le dita. Io tentavo di trattenerlo con le unghie, cercando di salvare un po’ di esistenza e di speranza, per te, ma come un imbuto quel tuo gesto mi è sembrato risucchiare ogni cosa.

Tu ti sei accorta dei miei occhi atterriti, hai dondolato la testa, ma quella volta non mi hai deriso. Nei tuoi occhi brillavano le costellazioni, ed io ero schiacciato dalla mia finitezza e impotenza.

«Sono tutte superstizioni!», hai sussurrato contro la notte, che, avvolgendoti, stava preparandosi a farti sua.

Sofia Assirelli

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I gendarmi del Buon Governo Vecchio – Parte uno (“Dì tre”; “Tre”)

In un futuro imprecisato…

Ero in cucina che con la mano destra sorseggiavo del brodo di piede e con la sinistra mi masturbavo le tempie – come sottofondo il tg1 ricordava la figura di Andreotti e del suo libro edito dalla Castelvecchi – quando bussano alla porta di casa. È il cavallo della mia vicina di casa. La mia vicina di casa è una donna ninfomane di Orvieto che utilizza le melanzane per pulirsi il culo dopo aver cagato, e poi le mangia, senza nemmeno cucinarle, robba che uno gli viene il mal di pancia. La mia vicina di casa si chiama Ernesta, ha quasi cinquant’anni ma ha un seno prosperoso e liscio come quello di una ventottenne che sta allattando il figlio della sorella, l’altro invece è una prima scarsa. La lascio entrare in casa (il cavallo rimane fuori). Una volta in cucina mi versa del latte nel caffè direttamente dal capezzolo e mi allarma sul fatto che entro fine mese verranno i guardiani del Buon Governo Vecchio ad ispezionare casa. La soffiata l’ha avuta dal suo ex marito che ora lavora al ministero del Buon Governo Vecchio.

Il Buon Governo Vecchio s’insediò ufficialmente nel 1998 dopo anni di terrore democratico, populista e demagogo. Primo decreto emanato dal nuovo governo fu la riduzione in schiavitù dei datori di lavoro nero, stipendiati ufficialmente dalle libere associazioni di cittadini. Queste associazioni si formarono lentamente all’inizio degli anni ’90 nel quartiere Pigneto di Roma. Dai cinque o sei membri che erano, crebbero a dismisura fino a diventare dodici/tredici mila membri. Tutti perfetti stronzi con matricola e con tendenze nazi-fasciste-gay. Erano vere e proprie logge massoniche dove il rituale d’iniziazione consisteva nel praticare sesso orale al Gran Maestro vestito in tenuta nazista e con braccio teso in saluto romano. Nel mentre il discepolo inginocchiato e con le braghe calate doveva riuscire a sciogliere una candela di cera con il retto. Capirete bene che si faceva la fila per entrare nella loggia. Il Gran Maestro ha 135 anni, portati male ma pur sempre 135. Il segreto della sua giovinezza pare sia il fatto che dorma su reti ortopediche Permaflex ed abbia una foto in salone che invecchia al posto suo. Il secondo passaggio per diventare membro eletto e discepolo ufficiale della setta consiste nella fatidica prova del cuoco, ovvero nel creare una ricetta mai sperimentata, cucinarla e mangiarla senza però mai far cadere l’occhio sulle tette di Antonella Clerici che per l’occasione viene stipendiata per condurre la prova che risulta quindi faticosa ed altamente rischiosa.

Io, come tanti miei amici, non faccio parte della loggia e sono di conseguenza perseguibile civilmente dal Buon Governo Vecchio. Ringrazio Ernesta per la soffiata, l’accompagno all’uscio della porta, le sfioro le natiche e chiudo la porta d’ingresso per poi portare le dita al naso come fosse dell’etere intriso in un fazzoletto. I miei polmoni esultano di gioia bianca e tronfia, come una palla di neve che diventa valanga. La sento galoppare ed allontanarsi dal palazzo.

Terminato il mio brodino di piede, i dubbi mi assalirono e mi spaventai all’idea dei gendarmi del Buon Governo Vecchio in casa mia che frugavano nei miei cassetti in cerca di Dio solo sa cosa. Ma non parlando con Dio da parecchio, presi a costruirmi un piccolo rifugio scavando un buco di 30 cm x 30 cm proprio sotto la scrivania. Un cubo interno al muro, una cassaforte murata che ricoprii con della carta da parati rossa. Dovetti riaprire il nascondiglio perché dimenticai di metterci dentro la robba da nascondere: diari, erba, cd illegali ed i miei hard disk contenenti materiale scabroso e tecniche per costruire bombe carta utilizzando biglietti della metro e banconote da cinque euro.

Ma quella notte qualcosa turbò il mio già travagliato sonno instabile…

Andrea Coffami feat. Angelo Zabaglio

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LA (NEO)SFORBICIATA (now with a dancing preamble)

Valeria Crippa, che ne sa di danza, ha scritto un libro su Lucia Savignano, uno su Rudolf Nureyev e nessuno sul calcio, nonostante i passi doppi, le piroette e le panchine ballerine che si possono osservare agli stadi ogni domenica.

La Crippa è l’unica, secondo il signor Gogòl, ad aver mai usato nell’internet la parola “neostagione”, ed io mi sento un po’ in buona compagnia, ora, perché a lanciar neologismi ci si sente sempre una terribile responsabilità sulle spalle, mentre con illustri antecedenti è tutt’un altro paio di maniche (la Crippa pubblica per Rizzoli, per dire, che è la casa editrice, non l’arbitro).

Le neostagioni che stanno per cominciare, a dircela tutta, sono due, o almeno sono due quelle che ci interessano, magari c’è anche una neostagione di danza ch’è lì per aprire i battenti, ròba che interessa Valeria Crippa, però, mica noi.

Le nostre sono: il campionato di serie A Tim stagione duemiladieci-duemilaundici e la rubrica su Scrittori Precari che parlerà, per trentotto settimane, diciannove ad andare e diciannove a tornare, del campionato di serie A Tim stagione duemiladieci-duemilaundici, e di un fracco di altre ròbe che rotolano attorno alla sfera di cuoio più bastarda della storia umana.

Una rubrica che si chiamerà Le uniche sforbiciate del lunedì.

La novità più nuova del neocampionato che sta per iniziare è il posticipissimo.

Se ne è parlato tanto: no al campionato spezzatino, sì al campionato brasato. Campionato al ragù: parliamone.

Resta il fatto che si giuocherà al calcio dal venerdì al lunedì, senza soluzione di continuità, e finiremo per avere del weekend la stessa concezione che debbono avere i parrucchieri, che già il sabato alle diciotto (quando comincia a svuotarsi la poltrona da tonsore, e quando inizia il primo degl’anticipi) cominciano a pregustarsi lunghe giornate scevre di sforbiciate (nell’accezione colpi di forbice) tanto quanto ricche di sforbiciate (nell’accezione sensazionalistico colpo calcistico che consiste nel colpire il pallone con il corpo sollevato da terra e le gambe che compiono il movimento tipico della forbice).

La sforbiciata, l’avrete capito, è la rovesciata.

Nell’immaginario collettivo italiano la sforbiciata par excellance è quella di Carletto Parola, che il quindici gennaio del millenovecentocinquanta, in un Fiorentina-Juventus, sciorinò il gesto dell’album della Panini, per capirci.

Eppure forse non tutti sanno che ad inventarsela, la rovesciata, è stato un cileno, Ramón Unzaga, in un pomeriggio umido passato a giocare al pallone nel porto di Talcahuano, lo racconta Eduardo Galeano.

Così come cileno era pure David Arellano, centravanti del Colo Colo, società storica di Santiago che nel 1927, prima tra le andine, si recò in Europa per una tournée d’amichevoli.

Per i giornalisti spagnoli, quell’acrobazia di gambe che in un vai-e-vieni imitavano le lame della forbice, quell’acrobazia che faceva Arellano divenne subito la chilena.

(In quella squadra giocava pure un tipo che di cognome faceva Sepùlveda, pensa.)

Il 2 Maggio del 1927, era un lunedì, il Colo Colo affrontò il Real Valladolid. Arellano, capitano ed uomo simbolo, entusiasmò il pubblico con la sua chilena finché non fu costretto ad uscire dal campo per via di un brutto scontro di gioco con un difensore.

Ricoverato in ospedale, il giorno dopo sarebbe morto per una peritonite, per i postumi della gran botta, pensa.

Per questo, di lunedì, non si fanno più le sforbiciate, ed i barbieri sono chiusi.

Ma no che non è vero, però c’è una leggenda altrettanto simpatica, la sapete?, sul perché il lunedì e non un altro giorno, che parla di rasoi assassini nella Firenze del millecinquecento e di una massa di curiosoni che chiudono bottega per andarsene ad assistere ad un’esecuzione capitale.

I pragmatici la vedono diversamente, dicono che barba e capelli si fanno in vista del finesettimana, mica dell’inizio, e quindi ci sta che si rimanga aperti anche fino a mezzanotte il sabato, ma il lunedì, tanto, chi ci va dal parrucchiere?

Perché invece, dicono sempre i pragmatici, perché allo stadio, il lunedì sera, chi ci va? Nessuno. Facciamo che il posticipissimo è solo da guardarselo in tivvù, allora.

Il mio, di barbiere, si chiama Vanni, ch’è il diminutivo di Geovanni. Non Giovanni: Geovanni.

Geovani era un calciatore brasiliano, vestiva i colori del Bologna quando il mio parrucchiere è nato e niente, suo padre tifava Bologna e gl’ha messo nome Geovanni.

Vanni le partite non va mai a vedersele allo stadio, c’ha l’abbonamento con Conto Tv, che trasmette tutti i match del Napoli, perché poi Vanni ha preferito la torcida del Napoli ai tortellini bolognesi.

Vanni, quando vede le partite in tivvù, il giorno dopo s’infervora.

Una volta il Napoli era impegnato nell’anticipo del venerdì, io sono andato di sabato mattina, parlava e parlava e parlava e non faceva attenzione, così con le forbici m’ha portato via un pezzo di nèo, un nèo che ho vicino alla basetta e del quale sono geloso, mi preoccupo sempre che si faccia attenzione, ai miei nèi, come Nanni Moretti in Caro Diario.

Ora, da quest’anno che si gioca pericolosamente a ridosso dei turni lavorativi di La maschil vanità (si chiama così, la bottega del mio barbiere), dovrò aver timore d’andare da Vanni non solo di sabato, ma pure di martedì, prono com’è alle sforbiciate inaccorte.

A meno che il Napoli non vinca sempre.

Son cose, queste, di cui dovrebbero tener conto, quelli che stilano i calendari.

Fabrizio Gabrielli

La guerra per gli avanzi

Voglio subito dire

di chi non è la colpa:

non dei genitori,

né degli amici

o degli amori passati e futuri.

La colpa è solo mia:

mia che ho creduto

e che poi ho disperato.

Ditemi ancora

quello che non sono stato,

che vi attendevate da me.

Ho tutto il tempo

di aspettare,

di sgranare il rosario

dei progetti condonati.

Ditemi quante volte,

tutte le volte

che avete scosso la testa.

Per voi

ho male alla testa,

per l’ostinazione

che mi ha respinto,

per i pensieri trattenuti

come catarro nel cervello.

Ditemi del vostro tempo,

dei sacrifici e degl’inganni,

di quanto ci siamo persi.

Ditemi ancora

che sono un balordo,

voi onesti farabutti.

Mia, solo mia è la colpa.

Mia l’eredità di chi ha ucciso il poeta

e lo stato civile.

Mia l’impotenza di questi anni,

il fallimento di ogni preparativo,

ogni inizio

che era già anche una fine.

E adesso,

che la colpa è stata data,

che sia questa una fine

e finalmente un inizio.

Non restiamo

al cappio degli strozzini,

appesi alle finestre

da cui non passa l’aria.

Non restiamo

alle logiche di scambio,

all’era dei voti a perdere.

Ma se non restiamo,

dove andiamo,

imbarcati

su voli low cost

o su treni soppressi?

Se non ci affidiamo

a voi meccanici

dei nostri ingranaggi,

dov’è che andiamo,

pieni di carta straccia

nel sottovuoto

del vostro immaginario?

Su, andate a lavorare,

razza di lavativi,

di perdigiorno,

di scioperati

che fanno sempre domenica.

Non attaccatevi

all’ombra dei padri,

non alla loro istituzione

o alla matematica delle poltrone.

Di quale equazione parliamo,

noi che l’uguaglianza

ce l’hanno sparpagliata

nei sondaggi,

che c’hanno sminuzzati

nei lavori a progetto

rinnovati via fax?

Quale coscienza ritrovare

nel tempo inflazionato,

sommersi dagli avanzi

dell’offerta,

rincorsi dai saldi

tutto l’anno?

Piuttosto,

ritrovare la colpa ogni giorno,

la smania di acquisto,

l’indebitamento col passato,

noi che la memoria

ce la stanno chiudendo

in cassaforte.

Noi che anche

a spendere tutto

non potremo mai

riprenderci niente.

È questa

la vostra economia,

il futuro in leasing

che c’avete programmato.

Rimasti

senza rappresentanza

non abbiamo

meritato

un futuro

senza deleghe,

bensì

un futuro

indebitato.

Piuttosto,

strappare tutte

le carte fedeltà,

azzerare tutte

le raccolte punti,

staccarne

a uno a uno

i bollini,

le esperienze

impilate

nei curriculum vitae.

Cos’altro direbbero ancora

delle nostre carcasse lucidate a nuovo

se nei garage dei loro buoni consigli

non ne trovassero più neanche una?

Che cosa direbbero

dinanzi al circuito vuoto,

derubato dei roboanti motori

che ci consegnarono per correre nel nulla?

Dopo la grande abbuffata,

finiti anche i resti della carneficina,

non restano che le posate,

le punte divelte con cui consumare anche noi

i nostri sacrosanti delitti.

Avreste forse qualcosa da ridire

dei nostri antipasti di chiodi,

delle nostre portate contundenti,

dei nostri bicchieri di solfiti

tinti di rosso?

Simone Ghelli

I proci

Telemaco comandògli recarla, e Ulisse l’ebbe.
Ei, prese in man l’arco famoso, il tese
Così e il tirò, che ambo le corna estreme
Si vennero ad unir: poi la saetta
Per fra tutti gli anei sospinse a volo.
Ciò fatto, stette in su la soglia, e i ratti
Strali versossi ai piedi, orrendamente
Guardando intorno. Antìnoo colse il primo,
E dopo lui, sempre di contra or l’uno
Tolto e or l’altro di mira, i sospirosi
Dardi scoccava, e cadea l’un su l’altro.
Certo un nume l’aitava. I suoi compagni,
Seguendo qua e là l’impeto suo,
A gara trucidavanci: lugùbri
Sorgean lamenti, rimbombar s’udìa
Delle teste percosse ogni parete;
E correa sangue il pavimento tutto.

La porta cigola. Continuamente. Una leggera corrente d’aria la sposta, in modo impercettibile, provocando un lento, disturbante, stridio.

Il tremore delle mani non si attenua. Cerco qualcosa, nell’infisso rotto della finestra.

Attorno sacchetti di plastica: pieni, rotti, vuoti, appesi.

Vestiti sporchi, puliti, da stirare, da stendere. Scarpe.

Mi alzo dalla sedia.

Guardo allo specchio le iridi arrossate, per il poco tempo passato a dormire. 30 cc di Delorazepam, insieme al caffè provano a migliorare lo stato.

Ho una casa, un lavoro sicuro e sono sano. Ho anche un figlio. Posseggo ciò che la maggior parte delle persone desiderano. Ho amato e sono stato ricambiato.

In effetti non vi è nulla di sbagliato. La desolazione, la solitudine, la depressione e perfino la disperazione non hanno nulla a che vedere con lo stato sociale di un qualunque borghese.

Ho fatto delle scelte, o almeno, mi è sembrato di farle. Alcune facili, altre dolorose.

Oggi ho finito le scelte.

Lo specchio mi restituisce un volto, come se dicesse: affari tuoi, non voglio saperne nulla.

Non vi è nulla di leggero: nulla che lasci vie di scampo.

Una doccia e mi preparo. Mi vesto: prima l’intimo, una camicia, pantaloni, ma leggeri, che fa caldo. Scarpe comode.

Dopo pochi minuti di guida entro in ufficio, dove non mi aspetta nulla da fare, se non una lunga giornata da far trascorrere. Non penso, non leggo il giornale, non telefono a nessuno: sono gesti che non compio più da tempo.

Il mio superiore ritmicamente mi consegna dei fogli, lavoro totalmente inutile, ma necessario all’andamento del regime.

Poi il momento del caffè. Non vorrei prenderlo: ma è un motivo per uscire.

Ancora il nulla fino alla pausa del pranzo: dove il nulla si trasferisce davanti a un qualsiasi piatto, che rimane quasi sempre pieno.

Il pomeriggio è breve, e già all’ora del tramonto sono di nuovo davanti all’infisso rotto.

Ho spostato alcuni sacchetti di plastica: certi vestiti dovevano essere lavati, e certi altri stirati.

Ho messo nell’immondizia un vecchio paio di scarpe rotte.

Da tempo non mi chiedo nulla.

Da tempo non cerco di cambiare nulla.

Non c’è nulla da cambiare.

Ho ciò che tutti cercano: la certezza del ritorno, la garanzia di uno stipendio.

È proprio per questo che oggi, prima di uscire dall’ufficio, mentre i miei colleghi concludevano gli straordinari quotidiani, ho aperto il mio armadio, ho cercato l’accendino che tengo sempre a disposizione, se qualche cliente vuole fumare in ufficio, anche se sarebbe proibito, e, dopo aver cosparso di benzina l’archivio delle pratiche di mutuo, ho acceso la fiamma.

Le vampe hanno avvolto in pochi minuti l’intero edificio, e probabilmente nessuno è riuscito a salvarsi. Io sono sceso dalle scale di sicurezza. Dopo aver bloccato dall’esterno l’uscita.

Ora sono intento alla raccolta differenziata.

L’ambiente è importante, e bisogna pensare al futuro.

Devo sbrigarmi, che anche qui in casa le fiamme crescono rapidamente: è tutto in parquet.

Suonano le sirene.

Luca Giudici

‘Sta vita

Il signor Franco e la signora Adele sono i miei vicini del piano di sopra.

«Abitate qua da tanto?».

«Dal ’39».

«Dal ’39?»

«Sì».

Il mio ruolo nelle loro vite consiste nel portare su la spesa della signora Adele al quarto piano, perché non abbiamo l’ascensore e la sua gamba è un po’ malandata.

La signora Adele ha 81 anni. Forse. Non ricorda bene.

Il signor Franco invece ne ha 82.

Faccio i conti. Come possono abitare qua dal ’39? Avevano dieci, undici anni, all’epoca.

Glielo chiedo.

«Io stavo qui all’interno 12. Mio marito all’11. Durante il bombardamento ho perso i miei e i genitori di Franco m’hanno preso con loro».

«Quindi vi siete conosciuti da bambini».

«Allora non era come oggi. Non eravamo bambini».

Il bombardamento è quello del 19 luglio del ’43. Il nostro complesso di palazzine all’epoca era composto da quattro blocchi di appartamenti. Ora sono tre. In quello che non c’è più c’era il rifugio antiaereo. Sono morti in 250, lì. Nel quartiere invece ne sono morti 3500, ma nessuno sa il numero preciso. Per fare un monumento ai caduti hanno impiegato sessant’anni. Veltroni l’ha inaugurato nel 2003. Prima di allora i morti di San Lorenzo erano un fatto privato. Un lutto di quartiere, da ricordare con le foto nella bottega di Gaetano, il barbiere comunista («non comunista, berlingueriano») che della sua bottega ha fatto un museo dove ti taglia anche i capelli.

Il signor Franco ha avuto un ictus lo scorso anno, e ha smesso di uscire di casa. Solo ogni tanto, con la riabilitazione. Lo incontravo tra il secondo e il terzo piano, a riposare in attesa di affrontare una nuova rampa.

«Buongiorno».

«Buongiorno».

«Come andiamo?»

«Eh. Non può piovere per sempre».

A febbraio scorso il signor Franco ha avuto il secondo ictus. Stop anche alle rampe di scale.

Bombola di ossigeno e assistenza domiciliare.

«Così si muore senza dignità».

«Ma no che non muore».

«Mica posso vivere per sempre».

A San Lorenzo da tutta la vita, in affitto al quarto piano con una vista che non ti aspetti, il quartiere che si trasforma, la vita che passa. Il signor Franco ha fatto il ferroviere tutta la vita. Dietro al letto il Quarto Stato di Pelizza da Volpedo. Non un crocifisso in tutta la casa. La signora Adele ha un Padre Pio sul comodino, accanto alla foto dei figli, dei nipoti e del presidente Pertini.

Stamattina il signor Franco ha avuto un colpo. M’hanno chiamato mentre uscivo per fare colazione. Io e il figlio l’abbiamo alzato di peso per adagiarlo sul letto. La signora Adele mi ringrazia, chiede scusa, piange con i suoi occhi azzurri.

Il signor Franco ci mette un po’ a riprendersi.

Ci guarda sperduto.

«Sta vita», dice. «Sta vita…».

«Bono papà nun parlà».

«Sta vita…», tossisce.

Fuori dall’appartamento c’è il sole che splende sul Verano, ci sono i tram che passano lungo la strada sferragliando, ci sono le rondini che volano basse ma non è vero che pioverà.

«Sta vita…», continua a ripetere il signor Franco mentre esco dall’appartamento. La signora Adele sulla porta, i capelli scarmigliati, mi ringrazia ancora.

Dario Morgante

Pronti a ripartire

Da lunedì 30 agosto il blog ripartirà con alcune novità. Ci saranno infatti nuove rubriche e gli articoli verranno pubblicati in un’unica soluzione all’inizio della settimana. Un po’ come una rivista insomma, ma pur sempre un blog. Ci saranno autori che ritroverete ogni lunedì, e altri che ci manderanno i loro contributi di tanto in tanto. Un blog insomma, ma anche un po’ rivista. E soprattutto ci sarete voi lettori, che siete aumentati di numero e che speriamo di veder aumentare sempre di più.

A settembre ripartiremo anche con le nostre letture pubbliche, di cui vi daremo presto nuove date.

Infine, ma non ultimo, siamo lieti di annunciarvi che faremo parte della giuria per il concorso letterario “La notte dei senza dimora” ideato da Terre di Mezzo, il cui bando è visibile qui.

Noi siamo pronti a ripartire, e voi?