Face to Face! – Percival Everett

Percival Everett non ha mai molta voglia di parlare, e in generale è uno scrittore riservato e amante di una privacy completamente aliena alla sua vocazione o professione. Questo non è un incipit per dirvi che con noi si è lasciato andare ad una logorrea incontrollabile ma è per portarvi nel mondo di un autore capace di segnare il suo passaggio con poche pietre chiamate parole.
Il suo nuovo romanzo Ferito pubblicato in Italia sempre da Nutrimenti è il quarto capitolo di un’avventura nell’uomo e dell’uomo, stavolta alle prese con paesaggi sconfinati, omosessualità e laceranti verità.

Ferito è il suo quarto romanzo come le è venuta l’idea di un romanzo con ambientazione “western”?

In realtà non saprei dire da dove è venuto questo libro o da dove vengono gli altri. Di certo, l’omicidio di Matthew Shepard è un punto di inizio.

Leggendo i suoi libri si ha la sensazione che sia un unico grande libro. Ci sono personaggi e situazioni che tornano, scene e cliché che si ripetono. Tra Ferito e il precedente La Cura dell’acqua c’è un legame insospettabile (qualche nome in comune, stesso sceriffo) ma anche moltissimi opposti (freddo/caldo, amore/tradimento, duro/ferito).

Sì, è vero. Direi che quando ho scritto Ferito (negli Stati Uniti Wounded è uscito prima di The Water Cure anche se quest’ultimo è stato scritto nel 2003) stavo lavorando sullo stesso materiale de La Cura dell’acqua e quindi ci sono stati dei “ritornanti”.

Dove ha scritto Ferito?

Sì, Ferito l’ho scritto in un ranch che avevo fino a qualche tempo fa, dove mi occupavo di persona degli animali: cavalli e un mulo di nome Theolonious Monk.

Qual è la Frontiera oggi?

La vera Frontiera, cioè il posto dove solo i duri possono vivere, è in realtà il mondo dei senza casa. La maggior parte di noi non sarebbe in grado di sopravvivere lì nemmeno un giorno.

Cosa ci vuole per un cavallo a volte troppo irrequieto a volte troppo sordo? Un addestratore nero?

I cavalli non fanno caso alla razza. Ai cavalli interessa solo se hanno di fronte un leone o no. Gli animali, tutti, richiedono pazienza.
(Qui Everett gioca molto con le parole – “A horse doesn’t see race”, “lion or not”. È evidente che ha risposto al riferimento a Obama con un altro gioco capzioso, ndr)

Nei suoi libri la violenza non è mai mitologizzata né romanticizzata. La violenza è un fatto, qualcosa di inalienabile che appartiene al contesto, all’ambiente. Qual è la sua idea di violenza? Chi è il destinatario di Ferito, se ce ne è uno?

La violenza è il triste risultato delle interazioni tra gli uomini. Purtroppo la violenza non ha nemmeno bisogno di essere prodotta, e gli uomini, contrariamente dagli animali, sembrano esserne attratti.

Qual è per lei il senso del titolo che ha dato al romanzo?

Credo che le ferite siano una verità necessaria. Non bisogna considerarle positive o negative, ma prenderle per quello che sono. Ci sono e basta. A volte dalle ferite si può guarire, altre volte rimangono ferite.

Esiste ancora, realmente, il concetto di diversità?

Sì, ma probabilmente solo come concetto.

Qual è il posto migliore dove nascondere i pregiudizi? E quale quello dove mostrarli?

Non c’è un buon posto dove nascondere i pregiudizi. Dovrebbero essere tutti alla luce del sole.

A proposito di nascondere qualcosa. Ferito comincia con una caverna e proprio la caverna sarà il posto in cui John Hunt andrà per capire meglio se stesso e per salvare David da un assideramento. Lei ha paura delle caverne?

No, ne sono affascinato.

Se nessuno ha l’esclusiva dell’odio, chi ce l’ha dell’amore?

Tutti e nessuno.

In una frase, dove si ferma la propria vita: al punto o alla virgola?

Forse al punto e virgola…

Accettare significa?

Essere condannato a fare qualcosa.

L’odio ci ricorda mai chi siamo veramente?

Ogni cosa ci ricorda chi siamo.

Chi riconosce le proprie impronte sul terreno: chi guarda i segni lasciati o chi guarda quelli che deve ancora lasciare?

Le nostre vecchie impronte sono state lasciate da qualcun altro. E lo stesso si può dire per quelle che dobbiamo ancora lasciare.

Ferito sarà l’ultimo dei suoi romanzi Western?

Chi può mai dirlo. In fin dei conti non controlliamo il nostro destino letterario no?

Le hanno mai detto che somiglia a Sidney Poitier?

No, purtroppo.

Alex Pietrogiacomi

La fine del viaggio

Il viaggio del gruppo è finito. E anche il mio seguirli, fisicamente e non, in questo tour.
Quando ci siamo lasciati a Milano, dove ci siamo poi ritrovati ad un tavolo per il compleanno della fotografa fantastica, io sono rimasto lombardo per vari giri e appuntamenti.
In uno di questi mi sono ritrovato in un hotel di lusso con Dita Von Teese e lo chef/guru Cracco. Il mio pensiero dove è andato!? Ai Precari: contattati immediatamente con sms per sapere dove erano e farci quattro risate sulle rispettive situazioni certamente dicotomiche.
Come è stato il tour? Bello e difficile. Per l’esperienza e per la gente che ci ha seguito, per il senso di comunione e per le risate.
Una cosa ho visto e vissuto, e ne parlavo con il mio più grande amico: alla gente, a volte, non gliene frega una cazzo di quello che gli accade attorno. Per loro basta avere la faccia sul proprio drink e parlare di quella dell’ufficio o di cosa ha detto il capo, mentre nella sala dove si trovano c’è musica, anima e sudore.  Le persone si stanno estraniando e la loro precarietà emotiva è la nostra forza, perché almeno noi cerchiamo di ricordare qualcosa, di essere qualcuno, di vivere quello che si scrive piuttosto che tenerselo nel cassetto.
Bello o brutto, lasciamolo dire a chi ci ascolta per davvero.
A quelli che hanno preso contatti, che hanno parlato con noi per confrontarsi e che ci hanno dato una pacca sulla spalla dicendo “Bel coraggio avete”.
Precariato coraggioso, è questo il nostro motto quello di Luca, Angelo, Gianluca e Simone. E la stima che ho è grande.
V’abbraccio a tutti. Ma tutti.

Alex Pietrogiacomi

I precari al rientro

E’ stata impegnativa, per certi aspetti faticosa, ma l’esperienza del tour con Scrittori precari rimarrà come una tra le più forti e piene della mia vita. Condividere ogni singolo minuto per cinque giorni con quelle stesse persone (non solo le letture, ma i chilometri percorsi, il cibo e le bevande, i giacigli dove dormire, le battute e le scaramucce) che da mesi portano avanti un progetto comune, è una cosa che lascia il segno.
Questi cinque giorni hanno rappresentato una sorta di sospensione del tempo, in cui gli unici momenti da non mancare erano quelli del reading e della stesura dei diari quotidiani; il resto (mangiare, bere, dormire, etc) non aveva scadenze, il resto non era obbligatorio, non riempiva i vuoti come succede spesso con la quotidianità.
Abbiamo attraversato le regioni da sud a nord, siamo precipitati come oggetti misteriosi nelle città (Napoli, Firenze, Bologna, Milano) e approdati come visitatori sperduti nelle campagne e nei boschi, ma in qualche modo ci siamo sempre sentiti a casa.
Il tempo del viaggio si è momentaneamente arrestato, ma già abbiamo altre proposte per il futuro, e questa è la dimostrazione della validità di un progetto in cui la precarietà viene intesa in senso trasversale, come condizione generazionale e come modalità performativa, poiché piuttosto che uniformarci intorno a un manifesto stilistico abbiamo preferito ritrovarci in un approccio che mirasse ad aprire spazi liminali alla scrittura, dove far prendere corpo a tutto il lavoro virtuale svolto quotidianamente in rete.
La precarietà intesa quindi non soltanto come mancanza di progettualità, ma anche come senso di disorientamento: l’essere scrittori oltre la pagina scritta, l’inventarsi performer in spazi sempre diversi e non programmati; in parole povere ritrovare lo scrittore e il proprio ruolo in una terra sempre straniera.

Simone Ghelli

Comunicazione di servizio

La rubrica Poesia precaria di Andrea Coffami e Luca Piccolino ritornerà lunedì 5 ottobre.

Intanto vi invitiamo a leggere il Diario di bordo del primo Scrittori precari reading tour.

Ci scusiamo con coloro che attendevano l’appuntamento del lunedì.

Scrittori precari

Diario di bordo – Frigolandia

Siamo partiti dalla Casa del Cuculo con un po’ di ritardo. Dovevamo scrivere i pezzi per il Diario di bordo, il povero Simone, stanco com’era e con le mille cose da fare che aveva, per non parlare del suo malditesta, è stato gentile e contento di contribuire al nostro resoconto che ha accompagnato questi ridenti giorni in giro per l’Italia a leggere le nostre cose e far conoscere il nostro progetto. È bella questa cosa che facciamo, oramai me lo hanno detto in così tanti che fatico a non crederci.

Leggo in giro con la mia band, Scrittori precari.

Oggi è stata l’ultima data del nostro tour. Siamo stati a Frigolandia, dal buon vecchio Vincenzo Sparagna. Ogni volta che vado a trovarlo è sempre una gioia immensa, è sempre uno scoprire, imparare, conoscere nuove cose. Vincenzo è una di quelle persone che potresti stare una vita ad ascoltarlo senza annoiarti mai. Sparagna è un monumento della cultura nazionale, ma che dico nazionale, internazionale, anzi no, interplanetaria.

Abbiamo fatto una lettura molto intima, seduti ad un tavolo, tra amici, una quindicina di persone. Sono stati ottimi momenti. Forti emozioni. Quando ho letto non ho mai alzato la testa dal foglio, oramai ho imparato a guardarlo, il pubblico, cercare sguardi, ascolto, occhi e attenzione, ma oggi no. Oggi mi sentivo così piccolo. Eppure è andata bene. Vincenzo ha apprezzato e speso belle parole, ha fatto un sacco di domande, si è mostrato interessato. È stato molto importante per me.

Abbiamo parlato di tante cose, ma non posso certo mettermi qui a dirvele tutte, non ci sarebbe spazio per gli altri. Chiudiamo qui.

Ad un certo punto della serata, parlando con una ragazza che mi chiedeva consigli per una sua amica che aveva appena finito un romanzo, mentre le rispondevo dicendo che è importante curare tanti particolari trascurati, Vincenzo è intervenuto dicendomi di aver detto una cosa saggia. La mia saggia gioventù. È proprio tardi. Le cinque del mattino anche oggi.

Si è stati a Frigolandia fino a mezzanotte passata, poi si è partiti. È finita. È stata un’avventura straordinaria, un’esperienza forte e meravigliosa.

Durante questo tour ho anche cambiato il tabacco, sono passato dal Golden Virginia al Pueblo, era così per dire.

Buonanotte a tutti e a presto.

Gianluca Liguori

Mi sveglio a fatica, per la prima volta ultimo.

La Casa del Cuculo ci saluta con l’omaggio di giuggiole color ruggine appese ai rami. Siamo in ritardo, ma non possiamo rinunciare a una piadina romagnola per strada.

La E45 ci accompagna tra gli spuntoni rocciosi dell’Appennino, fino al cancello di Frigolandia, dove i cani di Sparagna ci vengono incontro festanti. La casa di Vincenzo è un’esplosione d’immagini e colori, d’invenzioni che si calano dal soffitto come sogni che sbocciano ad occhi aperti. Leggiamo attorno alla tavola, in un silenzio religioso e blasfemo che sa di vino.

Siamo arrivati fin qui, non sembra vero. Domani ci attende il mondo di tutti i giorni, le piccole battaglie che siamo ormai abituati a perdere, ma domani è ancora lontano su questi colli cullati dal latrare dei cani…

Simone Ghelli

Questa notte dormo benissimo nel frickettonismo della Casa del Cuculo, sciallato in terra come meglio non si potrebbe. Russo in maniera esponenziale ma al mattino la gente crede che sia stato il Liguori ed io mi sto zitto. Colazione con yogurt fatto in casa, marmallata fatta in casa, torta fatta in casa, caffè fatto in casa nel quale metto dello zucchero fatto in casa con un cucchiaino fatto in casa, su un tavolo fatto in casa e mi siedo su una sedia fatta in casa proprio fuori la casa fatta in casa. Mentre mangio c’è un cane che vomita ma non ci faccio caso più di tanto. L’umore è ancora un po’ in down anche se la visione di un bimbo che pesta le merda di campo tentando di camminare mi fa sorridere molto. Mi arriva una telefonata inaspettata con una notizia inaspettata che inaspettatamente mi rigenera parecchio l’umore ma è l’ora di partire. Si salutano i ragazzi della casa con abbracci e bacioni. Nella via del ritorno mettiamo sotto il bianconiglio che ci ha tenuto compagnia la sera prima e dopo una brevissima sosta per una piadina ed un crescione si parte per Frigolandia (la piadina me la ricordavo più mordida una volta, ma la vita è dura). In auto il Ghelli dice che Frigolandia è vicino a Fornolandia e mi fa ridere. Poi arriva la Pinchi e dopo un pò di vino e quattro chiacchere si anizia l’anomala lettura informale attorno ad un grande tavolo. Oggi è sciallo, oggi è lettura senza palchi e senza microfoni, oggi lettori ed ascoltatori si miscelano e si confondono. Barbara Pinchi mi piace sempre quando legge anche se questa volta non si è levata le scarpe come fa di solito. Poi si cena con un minestrone di riso da paura che manco Ratatooile avrebbe saputo fare così buono e dopo altro vino ed altre chiacchere il gruppo si avvia verso Roma. Il tour è finito, le emozioni sono state parecchie, potrei commuovermi nel ricordarle, quindi le cancellerò tutte. 🙂

Si ritorna ai tram ed i motori della Prenestina, si ritorna al caos stupendo di sotto casa, si ritorna al lavoro per pagare l’affitto… ma dopotutto, si ritorna pure al letto da una piazza e mezza dove fare l’amore. Quindi vediamo di tornare al più presto. Passo e chiudo.

Andrea Coffami

L’immaginario a cui è legato il nome di Vincenzo Sparagna mi è familiare e non nego di aver provato sincera emozione nel conoscerlo.

Giano dell’Umbria. Repubblica di Frigolandia.

Vincenzo è in cucina. Sta preparando una minestra con riso, cipolle e patate.

Sarà per il luogo, incastonato tra verdi monti. Sarà perché è l’ultima data del nostro tour e le tensioni sono state ormai scaricate. Fatto sta che ci sentiamo distesi, affatto preoccupati.

Parliamo a lungo con Sparagna di un po’ di cose.

Qualcuno intanto arriva. Poche persone. Alcuni amici.

All’interno del museo dell’Arte Maivista, circondati dalle tavole di Andrea Pazienza, Tanino Liberatore, Filippo Scozzari, iniziamo la nostra lettura.

Siamo tutti intorno a un grande tavolo. Insieme a noi precari c’è la poetessa Barbara Pinchi.

Qualcosa di intimo. Senza sforzi di voce. Scrittori precari in versione unplugged.

Finisce intorno a un altro tavolo, quello della cucina. Tutti insieme a mangiare la minestra di Vincenzo che è una vera delizia.

Poi il ritorno verso Roma.

Radio 1 trasmette un programma niente male. Ci sintonizziamo sulle note di Tomorrow dei CCCP, la canzone successiva sta nell’album Daydream Nation dei Sonic Youth ma non ricordo il titolo.

Tra le note si perdono gli ultimi minuti di un tour che, tirando le somme, è stato un successo.

Per la prima volta scrivo il Diario di bordo dal mio studio. Domattina lo spedirò al sub-comandante Liguori.

Non è la stessa cosa.

Esser qui da solo è, per forza di cose, meno divertente.

Ma piuttosto che farmi attanagliare dalla malinconia, preferisco stringere al petto tutti i momenti memorabili che abbiamo vissuto pensando che ne vivremo ancora.

So che ci crediamo tutti. So che in ottobre saremo a Benevento. So che saremo a Torino e forse anche a Monza. E poi a Roma, almeno una volta al mese.

No. Solo il tour è finito, il resto è all’inizio. Il mio romanzo ormai terminato. La mia nuova opera di poesia anch’essa bell’e pronta. I nuovi romanzi del Ghelli e di Liguori. I racconti in olio di oliva di Zabaglio. Un libro da scrivere tutti insieme. Ne avremo di cose da fare, visto che in tutto questo ci sarà da barcamenarsi pure col lavoro.

La Romagna, come le colline umbre, mi hanno riportato prepotentemente al progetto più importante che ho. Quello di andarmene per sempre da una città che ormai mi appare sporca, volgare, insipida, inquinata, maleducata e prepotente. Tornare ai luoghi a cui appartiene il mio sangue. Ai monti Aurunci, dove poter dare importanza a ciò che è veramente importante.

Non ora però. Adesso voglio quello che è nato in quasi un anno di Scrittori precari.

Il desiderio di continuare quest’avventura fa puzzare meno il fumo delle marmitte, dando persino un sapore a questa città stuprata.

E non mi sento così idiota a considerare “lo scrivere” come una priorità e non come un passatempo.

Il precariato ha anche questo aspetto. A pensarci bene un lavoro fisso non me lo saprei tenere.

Luca Piccolino

Diario di bordo – Casa del Cuculo

Grazie. Grazie. Grazie.

Non ho dormito abbastanza, ma questo malditesta è il più bello di tutto settembre. Il reading degli Scrittori Precari nel salone del Cuculo, il salone in cui suono e dormo e Gianluca impara a camminare e alle pareti le facce e i piedi e i culi dei quadri di Marcello, Marcello babbo di Gianluca pittore violinista muratore elettricista, capomastro che mi manda a prendere mattoni con la carriola per costruire panche con le travi di legno avanzate, e poi le lampadine che pendono dagli alberi e Finzioni che pende dagli alberi e il vino e la pasta al forno, Roberto Bartoli che a un certo punto azzoppa il contrabbasso e Giacomo Toni che mannaggia a lui si conferma il più grande cantautore che Forlimpopoli abbia mai partorito. Forlimpopoli sembra Paperopoli. “Da Forlimpopoli a Frigolandia” sarebbe un titolo bellissimo, dice Simone Ghelli. Anche I nudi del cuculo è un titolo bellissimo.

I vicini dicono che alla Casa del Cuculo facciamo le orge. Mia mamma dice che alla Casa del Cuculo se non c’era il babbo della Sara col cavolo che finivamo di costruire la stanza della Sara e di Bicio, la stanza che in questi giorni è un bar. I baristi non li paghiamo, i parcheggiatori nemmeno, abbiamo una rete di volontari che si accontenta di un piatto di pasta al forno. Gli artisti li paghiamo. Poco, ma li paghiamo. Perché alla Casa del Cuculo diciamo che siamo artisti, ma non ci crede nessuno. Non ci paga nessuno, soprattutto. Andate a lavorare. Fosse un lavoro, organizzare festival in cui la gente dorme in salone e scopre Giacomo Toni e gli Scrittori Precari e Fuochi e Roberto Bartoli, io mi farei assumere abbastanza subito. Ci piange il cuore a farvi pagare 10 euro, ci piange il cuore a parlare di soldi, ci piange il cuore a finire nel mirino del fucile del vicino. Poi parte la musica, e la smettiamo di parlare.

Gli altri, non lo so. Io ho fatto questo festival perché volevo – adesso uso un verbo evangelico – condividere. Ecco, l’ho detto. Condividere. Gianluca e Angelo e Simone e Luca, e poi Roberto e Giacomo e un altro Roberto e Daniele e Giuseppe e Alexa e Thea e Michele ed Enrica, Alice e Camilla e Jacopo e Charlie, io vi metterei tutti intorno a un tavolo, poi toglierei il tavolo e vi abbraccerei. Poi chiamerei tutta la gente che posso e direi:  Sentite come suonano i miei amici, guardate cosa fanno e rendetevi conto di quanto talento c’è nei loro corpi, vorrei spogliarli per farveli vedere meglio, e allora nudi, al Cuculo, I Nudi del Cuculo. Una mia amica esce dal concerto di Giacomo Toni e mi dice che ha appena scoperto il suo cantautore preferito. Ecco.

C’è il solito Tom Waits: ovunque appoggerò la testa/quella è casa mia. Casa mia è un posto dove i piedi si induriscono e un piatto di pasta si trova sempre, rimanere soli è un’impresa, nascondersi è impossibile e  sono rimaste due dita di caffè nella moka. Casa mia è casa nostra, e a casa nostra questo fine settimana c’è tanta di quella gente che non sappiamo dove metterla, e io sto davvero bene. E’ per questo che scrivo cazzate. Lunedì mattina scenderò dal letto e sarà terribile, sicuro che piove e i mattoni mi tocca rimetterli a posto nel fango. Poi dovrò inventarmi un articolo plausibile per il giornale, e scrivere di Addis Abeba per Finzioni e recensire un libro per Finzioni e il libro non solo non l’ho letto, non l’ho proprio scelto. Di cosa parlerà la prossima puntata della mia rubrica su Finzioni? Ecco, magari non ve ne frega nulla, son problemi miei. E infatti la smetto.

E’ mezzogiorno e mezza, tra dieci ore un mio amico leggerà l’Odissea in mezzo agli alberi, gli alberi che vedo tutte le mattine da due mesi, e questa mi sembra proprio una fortuna. Verrà mia mamma stasera, e mio babbo, e i miei zii, vedranno Angolo T e non capiranno nulla, mi chiederanno di andare in bagno e io dovrò a spiegare a mia zia – 60 anni, milanese, professoressa di Scienze in pensione – che il bagno del Cuculo, ecco, è meglio di no. Vai tra gli alberi, zia. Laggiù, dietro la lampadina. Se è un bisognino lungo, puoi leggerti nel frattempo una copia di Finzioni. Ecco, mia zia che si pulisce il culo con Finzioni è una di quelle turbe para-edipiche che non mi faranno dormire stanotte, e avrò malditesta pure domattina.

E’ mezzogiorno e trentacinque e gli Scrittori Precari sono di sotto ad aspettare il mio contributo alla faccenda, perché poi partono per Frigolandia. Dal Cuculo a Frigolandia. Un bel titolo. L’ho già detto Grazie? Sì, all’inizio. Tre volte. Lo dico anche alla fine. Grazie.

Simone Rossi

Casa del Cuculo, 25 settembre

Le metropoli alle spalle, ci si rigenera e si prende un po’ d’aria buona nei polmoni. Il paesaggio intorno è bellissimo e noi siamo stanchi ed esauriti, ma carichi. Sono troppi giorni che stiamo insieme, a stretto contatto. Avremmo tutti bisogno di un po’ di solitudine, di un po’ di spazio e di tempo. Mancano le ultime due serate da fare, ma possiamo cominciare a tirare le somme.

Il nostro tour è andato benissimo, un gran successo. Abbiamo portato in giro il nostro progetto, la nostra letteratura. È stata proprio una bella avventura, e non è ancora finita.

Arriviamo con un po’ di fatica alla Casa del Cuculo, tra il tom tom impazzito e Luca Piccolino che credono di conoscere la strada ma ci portano ad attraversare decine di rotonde, senza mai farci trovare la nostra. Fortunatamente chiedendo in giro alle persone, riusciamo a raggiungere la strada giusta, dove per caso incontriamo Enrica in macchina che ci scorta fino in casa dove ritrovo il mio caro amico Simone Rossi. Baci e abbracci quando ci rincontriamo. Ci raccontiamo un po’ di cose, ci organizziamo, si mangia, si beve vino e poi finalmente giù nella sala del reading. Pubblico numeroso, una quarantina di persone, attentissime. Zab non è in forma, sembra preoccupato, non legge come al solito, ma conquista come sempre il pubblico. La serata continua con un doppio concerto, Roberto Bartoli, un contrabbassista eccezionale, e lo spettacolare cantautore Giacomo Toni. Una splendida serata.

Dopo il concerto, una decina di musici improvvisano una jam session. Ma io avevo bevuto troppo vino, che accumulato alla stanchezza ed al freddo, mi avevano fatto addormentare. E sono andato a letto. Contento. Contentissimo.

Prossima tappa, l’ultima, a Frigolandia, da Vincenzo Sparagna, uno degli ultimi intellettuali italiani veri che ci sono rimasti.

Curiosità, abbiamo conosciuto una ragazza che era sia qui che a Bologna, allo Zammù. Una fan? Ma che! Non è purtroppo riuscita a sentirci nemmanco una volta…

Gianluca Liguori

La provincia e i piccoli centri in genere mi hanno sempre dato migliori emozioni.

La mia esperienza letteraria si è sempre svolta per la maggiore nella mia città e, al massimo, in altre città, come quelle che abbiamo visitato in questo nostro primo tour insieme. Ma, a volte, i grandi agglomerati urbani disperdono l’interesse delle persone ed è normale. Ci sono tante di quelle cose in giro che è anche difficile sapere che ci sono, chiedo venia per il miserevole gioco di parole.

Penultima data dunque.

Il posto dove leggeremo si chiama Casa del Cuculo e non è un locale. E’ uno splendido casale nel cuore della Romagna, dove un gruppo di operosi promuove iniziative e progetti.

Siamo accolti da volti sorridenti e modi gentili. Da lasagne e Sangiovese

Il luogo del reading è uno stanzone grande con tappeti a terra e uno splendido camino. L’acustica è perfetta così, non occorre microfono.

C’è un bel po’ di gente. Iniziamo a leggere. Il buon Simone Rossi ci accompagna con la sua chitarra e quello che vien fuori, a parer mio, è una bella lettura. Mi è sembrato di capire che i presenti fossero dello stesso avviso.

Poi, dentro e intorno al casale, ancora musica, spettacoli, ancora un po’ di vino e chiacchiere.
Il subcomandante Liguori, mentre eravamo in viaggio aveva detto: “Sono troppi giorni che stiamo insieme, siamo scrittori e succede che ci manca quell’isolamento che ci è necessario!”. Aveva parlato così perché io e il Ghelli continuavamo litigare (chiaramente non sul serio).

Però quelle sue parole un fondo di verità lo avevano.

Stiamo da dio insieme. Non solo ci divertiamo, cresciamo giorno dopo giorno come collettivo. Ci uniscono gli intenti, l’attitudine, il cuore e l’amicizia. Le idee vengon fuori naturali e non vediamo l’ora di condividerle e migliorarle insieme. Questo per dire che non fa discutere il desiderio di isolamento che a volte prende uno di noi.

Questo è il posto adatto. Il luogo che serve a riordinare quel che ci frulla in testa.

Così il Ghelli sparisce, Zabaglio e Liguori mi dicono che non hanno idea di dove sia. Poi anch’io mi allontano da loro per disperdermi a mia volta.

Luca Piccolino

E’ la terra del bianconiglio. Io non ho la testa per scrivere il diario. Non li ho mai scritti. La fantasia mi ha sempre salvato dalla realtà. Non troviamo la strada per il “Nudo del cuculo”. Chiediamo indicazioni ad un tronco di “generico albero”. Il buon uomo di legno utilizza i rami come fossero braccia e dita. Siamo in auto ancora quando una Punto cade dal cielo con dentro gli organizzatori del festival che ci ospiterà, due ammortizzatori schizzano via colpendo il vetro della nostra macchina. Arriviamo all’enorme casale sulle montagne, un’aria che mi rigenera. Gli atomi verdi e gialli penetrano come formichine nei pori delle pelle. Il frikkettonismo avanza. È un aquilone colorato che rimane in cielo anche senza vento. Nel locale c’è una grande scimmia con uno spazzolino tra le mani che continua a fissarmi. Il suo pelo è immobile e marrone. I suoi occhi sorridono. Rivedo la Tostoini che di solito leggo solo su msn ed ora sta parlando ad una vespa dicendole: “Vai via, non mi piaci, vai via”. Qui il verde è accogliente, le anime buone sorridono e mi trovo stranamente a mio agio nella mia svogliata non voglia di sorridere. Entriamo nella grande stanza dove dovremo leggere, la gente si siede, noi iniziamo le letture, le mie parole si fondono con le note di Simone Rossi alla chitarra. Il pubblico ci ascolta e sorride. I loro sorrisi mi danno gioia per qualche minuto. Ridere è sovversivo. Ma oggi mi sento un reazionario.

Andrea Coffami

Stamani mi son svegliato col culo di traverso, come si dice dalle mì parti, perché gli altri dormono come orsi e io mi rompo ad aspettare. Piccolino se la prende con me perché ho lasciato la finestra aperta e gli s’è incriccato il collo, poi attacca un pippone sulla storia della musica. Anch’io son d’accordo che a toglie Springsteen non si farebbe torto a nessuno, ma gli faccio notare che col suo metodo rischiamo di tenerci solo i Beatles.

Ci lasciamo il cielo grigio di Milano alle spalle che è già ora di pranzo, e così al primo autogrill mi ritrovo con Zab a riempire una baguette coi salamini in saldo proprio come all’andata.

La Casa del Cuculo è un posto splendido in mezzo alle colline romagnole, ma prima di arrivarci giriamo decine di rotatorie, alla ricerca di quella di Forlimpopoli col busto di non so chi, e finiamo in una strada sterrata tra cani incazzati e vigneti deserti e col Liguori che fa il pilota di rally suo malgrado. L’accoglienza ci ripara però abbondantemente di tutti i chilometri fatti: si mangia e si beve in una cornice da Decameron, poi scendiamo in un salone allestito appositamente per noi, dove leggiamo tra un pubblico attento seduto in mezzo a tappeti ed arazzi. All’uscita ci attendono altri spettacoli, così mi lascio cullare dalle note di un contrabbassista che si dimena sotto al cielo stellato, e poi da quelle di un bravo cantautore che cita anche Piero Ciampi in una canzone dedicata al nord est: Andare, camminare, lavorare, ma stasera ci fermiamo un po’, che stasera ci sentiamo veramente a casa….

Simone Ghelli

Diario di bordo – Milano

Arrivo a Milano la sera prima, ovviamente ci fermiamo 2 minuti alla stazione di Bologna e mando un sms agli altri.
Penso al casino che stanno combinando e a come è andato il reading.
Il giorno dopo la prima cosa che faccio (dopo aver visto la foto di Ghelli a Firenze, cosa che ormai turberà le mie notti già insonni di loro) è chiamarli e maledirli bonariamente (?).
Chiamo Piccolino e ci mettiamo subito a ridere. Quaranta chilometri, più o meno e sono a Milano.
Sono contento. Tra un po’ il gruppo si riforma. La band è di nuovo insieme.
E’ tutto il giorno che risistemo i miei scritti, li leggo, li posiziono sul tavolo, sul divano. Ho la strizza. Per me Milano vuol dire troppe cose: è passato, presente e futuro che si fondono insieme. E’ un Maelstrom emozionale capace di prosciugarmi le mani dal sangue.
Arrivano. Ci diamo appuntamento al Duomo. A Milano è Fashion Week, si aggirano donne e uomini belli belli belli in modo assurdo. Arrivano loro e si vede che non facciamo parte della categoria di cui sopra.
Abbracci, baci e foto. Dentro la metropolitana direzione Frida.
Il Frida è sotto assedio di una troupe che sta girando una sit-com, c’è Daniele. Abbraccio il mostriciattolo che conosco da parecchi anni, perché quando ho vissuto a Milano e gestivo la sicurezza del teatro lui era un mio collega, che poi si è buttato nel mondo della musica e del teatro. Ed è giovane e gli voglio bene. Daniele è la voce dei FLUIDO e stasera saranno i nostri musicisti.
Poi arriva Maddalena, ma prima puntata alla GS dove Zabaglio ingolla/fagocita/sorbisce due Philadelphia, e sono baci grossi e col botto. Ci ha dato una mano e chi può ringraziarla mai abbastanza!
A me comincia a salire la tensione. Stasera verrà il mio mentore e migliore amico, Gipeto. Un attore straordinario, un uomo incredibile. Ci sarà anche la Mela a cui griderò “Cani e padroni di cani”. Parlando con gli altri mi rendo conto che siamo tutti agitati. Si parte dopo un po’, si parte alle 20 passate: ci sono marziani, cuochi, nani e ballerine. Al Frida ci vengono per bere. Noi teniamo botta. La sfida è quella. Tocca a me dopo l’ospite e ho le gambe di cemento e le avrò fino alla fine.
Tutto fila liscio. Ci alterniamo con Zabaglio che spacca, Piccolino che mi dedica poesie da microdotati, lui che si porta la condanna nel cognome e Liguori che impazzisce ed inizia a leggere anche le istruzioni per l’uso del mixer.
La nottata continua tra saluti ad una fan che ci segue, ad amici come Ibba ed Edo di Edizioni Verdenero e un arrivederci a Milano. Poi tutti a festeggiare la più bella fotografa d’Italia.
Torno a letto e penso a quanto voglio bene a questi quattro sciammannati.
Parecchio.
Ci si rivede a Roma.

Alex Pietrogiacomi

La prima volta a Milano: palazzi belli, ordinati, ma se non fosse per i tram non saprei cosa fotografare. Per fortuna oggi sappiamo già dove lasciare le nostre cose, e forse risparmieremo un poco i piedi. La cugina di Andrea ci accoglie nella sua casa pittata di fresco, ma abbiamo giusto il tempo sufficiente a sistemarci e poi di nuovo fuori, proprio su uno di quei tram da poco fotografati.

Ritroviamo Alex davanti al Duomo, che mi sembra un’imponente creazione di cera colata e solidificata, o forse è la versione sacra della casa di marzapane, ma la visione dura il tempo di uno scatto, ché siamo subito rigurgitati dalla metro di Milano, che profuma e non puzza come quella di Roma.

Al Frida una troupe cinematografica sta smontando le proprie attrezzature, nel mezzo alle quali sembreremmo come il cacio sui maccheroni, se non fosse che per fortuna stanotte abbiamo avuto il tempo di docciarci.

Iniziamo a leggere nel via vai di zebedei, come direbbe lo Zabaglio, e invece è solo la gente venuta a fare l’aperitivo, e il casino è tanto nonostante il microfono, ma noi andiamo avanti come trattori nonostante il locale che si svuota e il mio stomaco che vorrebbe riempirsi, ma a riempirsi sono invece le tasche dove scivolano monete sonanti, perché la gente rimasta si avvicina al banchetto a fare acquisti, e noi a gongolare che anche domani forse arriviamo a destinazione. Quanto al mio stomaco, sollazzato dall’idea di una cotoletta alla milanese, deve invece accontentarsi di un pollo al curry dall’indiano. Ma va bene così, e speriamo che il domani ci porti una bella piadina romagnola…

Simone Ghelli

Il Frida è un bel posto. Grande e accogliente.

Un discreto numero di persone ci segue attenta. Negli altri innumerevoli angoli del locale si consuma un aperitivo abbastanza chiassoso.

Con noi ci sono i FLUIDO che suonano all’inizio, in mezzo e alla fine del nostro reading.

Sono uno dei primi a leggere e durante l’ultima sessione musicale, esco a saziare un irrefrenabile desiderio di nicotina.

Un tipo con un mojito nella mano destra e la calata meneghina mi fa: “Ma questi qua non hanno finito di rompere i coglioni?”

Sorrido: “Madonna! Son dovuto uscire, non ce la facevo più. Non scopano e si sfogano con questa pippa!”

Il milanese è affabile: “Sei di Roma eh?”

Annuisco.

“Voi romani mi fate morir dal ridere…”

Vagli a spiegare che a me i romani e Roma fanno ormai ridere sempre meno.

Lo saluto e rientro.

Luca Piccolino

Nell’auto verso Milano ascoltiamo De Andrè, io e Ghelli pensiamo sia sopravvalutato. Lo riascolto e la penso ancora così, mi dispiace per i puristi. All’autogrill facciamo colazione ed assaggio una pallina fritta di Luca che sa di cetriolino ma mi dicono che è un peperone, boh, a me sembrava un cetriolino. Arrivati a Milano la nebbia non ci fa vedere nulla, zero, solo bianco davanti agli occhi, bianco che ci avvolge e rende impossibile avanzare. Investiamo un chierichetto di dodici anni ma ce ne freghiamo ed andiamo avanti lasciandogli 50 centesimi come risarcimento danni. L’auto di Gianluca tasta la strada e a tentoni arriviamo davanti l’Esselunga di mac mahon dove abita mia cugina. Parcheggiamo al reparto carni fresche che è l’unico posto libero. Saliamo su da mia cuginella bella che le voglio un gran bene e lasciamo zaini, scatoloni ed un pò di stanchezza, la riprenderemo il giorno dopo magari, oppure la lasceremo nel freezer sperando che muoia di congelamento. Arriviamo al locale dove leggeremo e scopriamo che stanno girando un film. Nel cesso del locale parlo con due attrezzisti e mi dicono che stanno girando un porno (me ne ero accorto già, visto che durante i ciak le banane della scenografia diminuivano sempre più). Il cinema sloggia ed il gruppo dei Fluido apre la serata, noi si legge tra le gente che aperitiva e parla e la gente che aperitiva e segue. E’ il caos, ma la nebbia copre il tutto, copre anche le voci ed allora leggo immaginando che ci siano Patrck Sweizt e Mike Buongiorno che mi ascoltino. Dietro di loro Sandra Mondaini e Raimondo Vianello che si abbracciano forte e si danno coraggio per il tristo momento che li unirà in eterno. Ad un certo punto Sandra stira inaspettatamente e Raimondo per il dolore si buca di eutanasia. Poi il tutto termina e noi si mangia un riso indiano ottimo al sapor di Pandoro mentre l’anima di Patrick Sweitz entra mascherata da Mike Buongiorno intimando i presenti a mettersi a terra puntando una pistola sui volti sbogottiti. Si cazzeggia con gli amici milanesi, mia cugina, il ragazzo e tutti gli amici che non vedevo da troppi mesi. Questa notte si dorme, in particolare io su un materasso che mia cugina ha detto che è magico perchè ha le molle separate che in pratica mantengono sempre dritto il corpo. Quindi dormirò tutto dritto.

Andrea Coffami feat. Angelo Zabaglio

Deja vù. Simone ha scritto il suo post e se ne è andato a dormire. Ha detto che si stendeva per scribacchiare un po’, ma era un bluff. Dopo due minuti sono andato a prendere una birra in cucina, dove siamo sistemati con le brande, e lui era già crollato. L’ho dovuto spostare, lui con tutta la branda, perché si era messo in modo che l’anta non si apriva.

Deja vù. Angelo scrive sul suo blocchetto, io sul mio, al suo fianco. Parliamo di mali e di malinconie. Siamo sul balcone, in questa casa non si fuma, c’è una donna incinta. Stiamo entrambi scribacchiando, e ci diciamo della difficoltà di scrivere in queste condizioni, stanchi ed in presenza altrui. Ma va bene, si deve fare e resisteremo.

Deja vù. Luca trascrive al pc quello che ha appena scritto sul suo quadernetto. Aveva sbagliato data, aveva scritto 27, ha corretto quando gliel’ho fatto notare, siamo tutti svalvolati, scrittori precari in viaggio, in cerca di quello che dobbiamo cercare. Oggi e San Pacifico e ieri era San Padre Pio. Che ci frega!?, direte voi. E invece ci frega. Luca voleva mettere per tutto il diario in calce il santo del giorno. Così, per San Gennaro, forse. Ma i precari non hanno santi in paradiso, al massimo qualche lettore.

Deja vù. Alex scriverà il pezzo stanotte o domattina e poi lo manderà, speriamo di trovarlo quando al primo internet point vi regaleremo il resoconto di questa nuova giornata.

Con Milano si conclude il tour metropolitano, domani e dopodomani avremo un palcoscenico diverso, ci attendono lochi più bucolici.

La precarietà del viaggio si sente giorno per giorno sempre di più, la stanchezza meno, forse ci siamo abituati, quasi non la sentiamo, oppure le risate che si consumano ogni giorno sanno pure farci rigenerare. Ed anche Milano è alle spalle. Lascio Giacomo La Franca, nostro ospite, e tanti amici alle spalle. E pensare che avrei pure potuto finire a viverci, erano quasi dieci anni fa, dovevo iscrivermi all’università, e se al capoluogo meneghino preferii mamma Roma era solo perché allora i prezzi degli affitti erano molto più cari, improponibili per me, e poi non c’era mai il sole, mentre Roma per tanti, troppi versi è ancora una città del sud, il sud che lasciai. Per un altro sud.

Intanto in questi anni a Roma i prezzi delle case hanno raggiunto prezzi esorbitanti, ed è dura, veramente dura. I tempi sono precari, come noi.

Gianluca Liguori