Maternity Rock

di Carmen Vella

Io odio le mamme. Tutte.
Soprattutto queste qui di provincia. Sciatte, già gravide a vent’anni. Vita che finisce prima ancora di iniziare.
Fin dall’asilo hanno stampato nella testa due foto: loro sull’altare di fianco a un uomo travestito da pinguino e sempre loro, qualche chilo più tardi, con un neonato fra le braccia.
Questo è tutto ciò che vogliono. Punto. Il resto è un esercizio di collage più o meno curato per trovare chi si adatta meglio alle sagome. E se si vede lo stacco poi ci pensa photoshop.
Io un figlio non lo voglio. Bisogna aver le idee chiare su come va il mondo per fare figli.
I bambini cagano e pisciano, vogliono sapere perché questo e perché quello. E glielo devi dire.
Ma io di questo e quello, per ora, non ci ho capito un cazzo.
Lo lascio a voi il mestiere di madre. Non ho bisogno di partorire per fare figli.
Io, i miei figli, li faccio con la creta.

Mi chiamo Viola, sono al quinto anno del liceo artistico e la prima lezione sulla creta, tempo fa, è stata la cosa più fica che mi sia mai capitata.
Intendiamoci, nulla a che vedere con la scena da diabete di Patrick Swayze e Demi Moore avvinghiati attorno al tornio, che con Ghost ci siamo giocati la reputazione.
La creta non è mica quella roba lì. Niente dita intrecciate o lingue umide. È una faccenda più cazzuta, roba forte. È puro Rock.
Con i quadri te ne stai buono ad aspettare il verdetto di una faccia indecisa tra l’estasi da capolavoro o la smorfia di sufficienza che vuol dire questo lo facevo anch’io.
Io ho sempre preferito la scultura. Le figure tridimensionali non le puoi inchiodare al muro e guardarle da lontano. Loro non fai in tempo a partorirle che già fanno parte del mondo. Finalmente mostri agli altri le bestie che hai in testa. Le butti in mezzo a loro e te ne liberi. Che vadano a tormentare qualcun altro.
Però io uso la creta. Mi son fatta più furba di Michelangelo che per carità, grande genio non si discute, ma tirar fuori qualcosa da un blocco di marmo non è certo una passeggiata.
Di tutto il corso sono persino più brava della Rossetti, che ha la media del 9 in tutte le materie. Lo vedo come rode quando il prof commenta i miei lavori. Nulla da ridire sui suoi, ci mancherebbe. Sono tecnicamente perfetti, mai una sbavatura. Precisi, lindi e definiti. Stanno lì apposta a dire quanto è brava.
A me non frega niente di dire che sono brava. Non me ne sto certo lì a impiastrarmi di fango fino ai gomiti per quello, sai che me ne importa. È diverso, non so come spiegare, ma se decido che con la creta voglio tirarti un pugno in pancia, stai pur certo che lo tiro.
Sarà per questo che il prof ci vede dentro il buio. Parole sue eh, mica invento niente. Ma da quando la Rossetti le ha sentite, se ne va in giro a dire che prendo 10 solo perché faccio i servizietti. Dice proprio così: servizietti. Già questo dà l’idea del suo livello di evoluzione sessuale. Scommetto che non ha mai nemmeno dato un bacio con la lingua. Figurarsi se sa nominare qualcosa di più elaborato.
Io invece, quanto a baci con la lingua, ho raggiunto da un pezzo i numeri a due cifre. E di elaborazioni ne so qualcosa, mettiamola così.

A dirla tutta è anche per questo se sto chiusa da più di un quarto d’ora dentro a un cesso senza trovare il coraggio di girare il talloncino. È semplice. Una lineetta falso allarme, due lineette sono incinta. Due sono morta, una continuo a vivere.
Ok, del test di gravidanza che tengo fra le mani avrei dovuto parlarne prima, senza dubbio. Del resto è un mio difetto. Quella di italiano lo chiama lacuna. Quando faccio un tema, sta sempre lì a ripetermi che devo strutturare meglio ciò che voglio dire, procedere con ordine, fare la scaletta. Se quest’anno non mi boccia mi sa che accendo un cero.
Ad ogni modo è domenica mattina e sono chiusa nel bagno della trattoria Da Gigi ad aspettare il risultato di uno schizzo di pipì su un bastoncino di plastica. Ho preso un caffè schiumato e una brioche, ma lo stomaco sembra dirmi che stanno per ripresentarsi a breve in questo bagno.
Nelle scorse settimane c’è stato un incidente di percorso. Chiariamo subito che la colpa non è mia, non sono certo sprovveduta. L’avevo detto a Matteo di venire fuori. Ma si sa come sono i maschi, e se sei così scema da andar giù di testa per uno alle prime armi, conviene che ti fai il segno della croce prima. Scusa, mi ha detto poi tutto sudato. Capirai che me ne facevo del suo scusa. Tant’è che adesso sto in mezzo a questo odore di piscio senza un cazzo di voglia di scoprire il risultato.
Per non pensarci ho ritoccato il trucco e inciso sulla porta la A di anarchia come quella sul mio zaino, che questo bagno manca di personalità.
Quasi non ci credo che la mia vita stia per cambiare qui dentro.

C’è un buco di finestra che dà dritto dritto sul viale. Guardo fuori, mi distraggo coi passanti appena svegli.
Il cane della signora Marta ha scelto il gradino della profumeria come luogo di evacuazione giornaliera. Lei prende imbarazzata il sacchettino e procede all’eliminazione delle prove. Fortuna che è un Cocker. Fosse un Alano la fragranza potrebbe competere con quelle nel negozio, quanto a grado di persistenza nell’aria.
Ecco, lo sapevo, va sempre così. Quando non vuoi pensare a una faccenda, tutto il mondo rema in senso opposto. Guarda un po’, una coppietta fresca fresca di gravidanza.
A occhio e croce non è gente di qui. Ci faccio su quello che vuoi che sono milanesi venuti alla casa al lago per il week end. Lei sarà sì e no al quarto mese. È vestita comoda, ma lo vedi subito che ha classe. Porta quel genere di abiti che ora come ora non mi sognerei neanche di provare in camerino, ma tra una decina d’anni magari non ci sputo sopra. Quelli che li metti e si vede subito che sei donna.
Le signore qui da noi, quando ne hanno abbastanza di pappe e pannolini e decidono di trasgredire una sera a settimana in Dio solo sa quali attività, escono di casa travestite che nemmeno Lady Gaga a capodanno. Da matrone a mignotte nello spazio di una sera.
Ma tu guarda come si tengono stretti. Da una coppia come voi potrei pure farmi fregare se non ci sto attenta. Sembra quasi bello.
È per via di questa immagine del prima.
La pancia è ancora piccola, hanno tempo. Hanno davanti mesi in cui godere solo dell’idea, finché sono ancora in due. Mesi per comprare vestiti e verniciare camerette, momenti di carezze e aspettative, di sorrisi e chiacchiere con gli amici. Senza problemi reali.
Sono i mesi del prima. Sono sicura che si fa un figlio per quei mesi lì, mica per il dopo. Il dopo semplicemente accade.
Lo si fa per i vestiti premaman, per vedere come ti sta la pancia, per sentire la mano del tuo uomo sopra quella pancia. Per lui sei l’incarnazione del mistero. E te ne vai in giro così, a dire al mondo che sei madre. Ai vecchi compagni di scuola, ai vicini in ascensore.
A volte capita che coi Ticket Restaurant di papà mi fermo in pausa al self-service e mi sparo in una volta primo, secondo, contorno e bis di dolci. Per farla breve, rientro in classe che ho una pancia enorme. Molle dalla digestione, cammino lungo il corridoio con le riproduzioni delle statue greche, nude e languide di forme. Capita che mi sfioro, ci passo una mano sopra. E il pensiero si fa dolce.
Per fortuna dura poco e poi ritorno in me. Mi ricordo che sto toccando la mia pancia. E questo sì che è dolce.

La differenza tra le madri e quelle come me, sta nella direzione che vuoi dare alla vagina. Io ho deciso, fosse per me ci metterei un bel cartello di senso unico. Di qui si può solo entrare, che nessuno si azzardi a uscire senza il mio permesso.
Ho troppe cose da scoprire ancora, non ho neanche incominciato. Che ne sarà di me se ora guardo il talloncino e vedo due linee invece di una sola?
Ma so che ciò che penso sono poi solo cazzate. Che per ogni cosa è vero anche il suo contrario. Lo so che ogni mamma, anche quella più improbabile, dopo non può più vivere senza. E dice addio a quel prima col sorriso.
Non riesci più a immaginare la camera senza culla, né il bagno senza fasciatoio. Quando inizia la scuola, a pensarci, non è più la stessa cosa senza i libri sul tavolino del soggiorno. Non riesci neanche a ricordare cosa ci tenevi prima, su quel tavolo. Poco importa se poi diventi una iena quando le biro rigano il divano e non vanno via neanche se piangi in cinese.
E poi passano gli anni e capita che urli, gonfi la vena del collo. Sbavi e dici io non posso fare da serva a tutti. Finché la tua stupida figlia adolescente che si è tinta di blu pur di non vedersi in testa il tuoi stessi capelli, ti secca con un chi ti ha chiesto di mettermi al mondo. Così. Dura e ingiusta come solo gli adolescenti. Ti cuciono la bocca di botto, per poi potersi scusare e venire ad abbracciarti. Che a farlo senza litigare si vergognano.

È vero. Diventerei anch’io così, forse. Ma non è quello che voglio.
Ho deciso che da me non uscirà niente. A qualsiasi costo.
Me lo terrò dentro questo figlio. Lascerò che cresca anche dopo averlo ucciso. Quando ogni sua minuscola cellula verrà strappata da me, e il mio corpo sarà di nuovo solo mio.
E non provate a farmi sentire come chi prende in mano una pistola e ti fa un buco in fronte. Che se sprecate due minuti a ragionarci lo capite anche da voi che non è la stessa cosa.
A volte un figlio cresce di più se non è nato, e ti si infila nella testa più di quelli in carne e ossa. Quelli che nascono e si prendono i pizzicotti sulle guance da nonne col rossetto nelle pieghe delle labbra.
Ci sono nonne che non sanno di essere nonne, che hanno nipoti vivi nella mente delle loro figlie.
Ma nel mio caso poco male, comunque scelgo, non ci sarà nessuna nonna.
Ora giro il test e scopro il verdetto. Faccio un respiro profondo, chiudo gli occhi. Cerco un’immagine buona nella testa.

Com’è bello papà la sera, in pantofole. Io sola in camera, sporca di creta fino alle mutande. Lui passa e mi dice buonanotte. Gli occhi in alto brillano di immagini lontane. Si avvicina e sospira: “Ah, le donne della mia vita. Tutte artiste”.
Anche mamma era un’artista.
Lei però cantava, stava sempre su e giù per l’Italia a far concerti. Vederla e nello stesso tempo sentire la sua voce era un colpo al cuore.
Così mi ha sempre detto papà. Io, la sua voce, l’ho sentita solo registrata.
Ma che era bella da fermare il cuore lo vedo sempre nelle foto.
Ci son cascata un’altra volta. Che la mamma è morta quando io nascevo andava detto prima. Me ne accorgo solo ora. Mi sembra di sentirla quella di italiano la scaleeetta Viola, devi prima fare la scaletta. Quest’anno finisce che mi boccia, sicuro come l’oro.
Provo a immaginare come sarebbe con lei qui. Ci penso spesso.
Forse avrei fatto come quelle adolescenti strafottenti, l’avrei sfidata dritta in faccia dicendole chi ti ha chiesto di mettermi al mondo.
A pensarci bene mamma, chi te l’ha chiesto?
Avresti potuto evitarlo, e continuare a vivere. Saresti diventata grande, poi vecchia. Magari saggia.
Avresti potuto fare cose che non hai mai fatto. Chessò, provare l’ebbrezza della dentiera un giorno.

Ora basta, devo trovare il coraggio per guardare il talloncino.
Com’era il tuo mamma? Dov’eri quando l’hai saputo?
Vorrei tanto averti qui, con la mano nella mia. Da sola non ci riesco.
Ti immagino nel bagno di casa, le mani tremolanti.
E poi di colpo due lineette, io esistevo. Sul quel talloncino siamo state due linee parallele, poi la tua si è rotta quando la mia ha iniziato il suo tracciato.
Ma due rette parallele non si incontrano mai. Così la mia è diventata il prolungamento della tua. Il tuo pezzo mancante. E tendiamo all’infinito.
Guardo giù, la coppietta se n’è andata. Sono qui Da Gigi, contro la porta di un cesso che ho marchiato per sentirlo un po’ più mio. Come se servisse.
Apro gli occhi. Una linea. Sola.
Sono salva.

Io odio le mamme, tutte.
Le odio da sempre. E da sempre ne sento la mancanza.
Io odio le mamme, le odio tutte.
Tranne la mia.

38 Responses to Maternity Rock

  1. francesca scrive:

    sono una madre ….grazie per i tuo odio,c’ero anch’io chiusa in quel cesso con te……sei fantastica

  2. claudiab. scrive:

    bellissimo, mi ha emozionata molto.

  3. lucagiudici scrive:

    Complimenti. Un gioiello.

  4. Bello proprio. Carmen, hai scritto anche altro?

  5. Valeria scrive:

    ho pianto, proprio con le lacrime. meraviglioso. brava

  6. marilisa scrive:

    Fa caldo e piove e leggo e leggo e ricomincio… oggi avevo bisogno che qualcuno non mentisse. Bellissimo

  7. Complimenti, un racconto scritto benissimo.
    Manca la “scaletta”, vero, ma questa alternanza di incisi, divagazioni, e riprese del filo funzionano benissimo.
    L’incipit cattura il lettore dalla prima riga, e la chiusa che realizza una circolarità del brano è ancora meglio.
    Veramente molto molto brava!

  8. Fantastica. Credo che tu abbia già trovato la tua strada.

  9. Alessandra Aldini scrive:

    Grazie per quello che hai scritto. Sei entrata profondamente nei miei pensieri. L’ho segnalato a mia figlia di ventisei anni e ne é rimasta colpita. Lei più di me divora libri. Abbiamo bisogno di nuove righe da leggere meno ingessate e più coraggiose.

    • Carmen Vella scrive:

      Grazie Alessandra, le tue parole mi danno una gioia che non puoi immaginare… E sapere che l’hai anche segnalato a tua figlia mi fa sentire doppiamente fortunata. Sono onorata, grazie per il vostro tempo…

  10. pbacchiddu scrive:

    Davvero un pugno in pancia. Perfetto. Bravissima.

  11. Non so quanti anni tu abbia, di sicuro l’intensità della tua scrittura mostra una maturità, una profondità riflessiva per cui penso a una donna, non una ragazzetta, magari una mamma! Se non è così sei comunque semplicemente sempre sotto la superficie, il che per uno che scrive, vuol dire essere uno scrittore

    • Carmen Vella scrive:

      Le tue parole mi colpiscono, mi hai scritto cose bellissime, grazie…
      Non sono mamma, ma il tema della maternità mi ha sempre toccato molto. Ho trent’anni e per ora mi sembra di non aver mai avuto età migliore di questa. Con i trenta, per me, sono arrivate una consapevolezza e una serenità mai provate prima.
      Sarebbe bello riuscire a conservarle anche per il futuro🙂

      • Concordo sui 30anni, sono il meglio. Io ne ho poco più. I racconti sono un pò come dei figli, alcuni escono come vorresti che fossero, altri non sempre riescono a soddisfarti, però magari sono i preferiti degli altri… E la cosa ti fa star bene lo stesso…perchè sono pur sempre tuoi…saluti da un narratore precario e viandante

  12. claudia scrive:

    un vero colpo basso questo scritto, mi ha sorpreso seduta alla mia scrivania in una pausa caffè e mi ha fatto salire un magone che non lo racconto.
    però grazie, grazie per le emozioni, per i ricordi, e anche per il magone

    • Carmen Vella scrive:

      Grazie a te Claudia, per avermi permesso di stare un po’ lì con te, nella tua pausa caffè.
      Sono io a doverti ringraziare per il tuo tempo, credimi…

  13. Grazia scrive:

    Mi aggiro in libreria e mi manca qualcosa. Dove sei dove sei dove sei??? Prima che io spenda i miei sudati 15 euro per un qualsiasi librostànco di un qualsiasi scrittorestànco che oramai scrive solo per inerzia… dove sei??? voglio darli a te i miei 15 euro…

  14. Carmen Vella scrive:

    Che dire Grazia… tu mi lasci davvero senza parole e con le lacrime che sono lì lì per scendere…
    Non sai quanto vorrei stare su quegli scaffali per poter essere letta dai tuoi occhi così speciali. Sarebbe un onore, un onore…

  15. Antonello scrive:

    Eccezionale, racconto stupendo, hai un gran talento! Sei un treno lanciato in corsa e spero che arriverai molto lontano… non serve aggiungere altro. Anto.

  16. Luisa Fagotto scrive:

    Brava Carmen! Te lo dico da mamma di due bambini che vogliono sapere perché questo e perché quello. E glielo devi dire…. Sei brava, sai scrivere e hai delle cose da dire!

    • Carmen scrive:

      Grazie Luisa! In questo caso le mamme sono proprio le lettrici che mi stanno più a cuore… e che, a essere sincera, temo di più. Grazie davvero, un saluto ai tuoi bimbi😉

  17. Raffaella Tucci scrive:

    Una scrittura dura che arrivare dritta al cuore, facendoti un buco allo stomaco!

  18. Frank Black scrive:

    Che emozione e che nodo in gola ! Bravissima !!!!!!!

  19. Laura scrive:

    Sei bravissima, bello stile, sai emozionare! continua così.

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