Il miracolo della rete

Vàtti a vedere sulla rete dov’è che abitano, in Italia, tutti quelli che di cognome fanno Codispoti: ce ne sono solo seicentosèi, son pochi, dopotutto, in confronto ai Rossi, per dire. O ai Neri. Una manciata sono nell’hinterland milanese; una mezzaluna fertile dalle parti di Roma, verso nord, ad occhio e croce tra Pescia Romana, Genazzano e Gaeta; un ciuffo sulla punta della Calabria.

Maurizio Codispoti da Catanzaro faceva il terzino sinistro per il Foggia, i satanelli rossi e neri, a cavallo tra gli Ottanta ed i Novanta: era uno di quelli che in tasca portavano il passaporto di Zemanlandia.

In quella squadra c’erano Mancini, Grandini e Codispoti; poi Matrecano e Consagra, un riccioluto Igor Shalimov, Barone che di nome faceva Onofrio, Dan Petrescu. E davanti, poi, le tre punte Rambaudi Signori e Baiano. Che poi la prima volta che l’ho sentito dire, Baiano, me l’ero immaginato brasiliano, non so perché, anzi sì: tutto quello che viene da Bahia è Baiano. Invece Ciccio di carioca aveva poco, fisico tarchiato e faccia da guappo, ci son rimasto abbastanza male, m’ero preso molto sul serio. Che se poi stessimo a prenderci sul serio, anche usare carioca come sinonimo di brasiliano sarebbe una mossa cassabile: il carioca è di Rio, ed è tanto brasiliano quanto il Baiano di Bahia. Ci sei rimasto male, tu?

Avessi avuto modo di connettermi alla rete, sarebbero successi mica di questi miracoli di stupefatta incredulità: Francesco Baiano (Napoli, 24 febbraio 1968) è un ex calciatore e allenatore. Ma questa è Wikipedia. Nemmeno c’è, Zemanlandia, su Wikipedia.

E insomma è il 1991. Ogni martedì del 1991 i giocatori del Foggia si arrampicano sui gradoni dello stadio Zaccheria. Poi scendono in campo e saltellano in mezzo ai copertoni. Con dei sacchi di sabbia legati alle caviglie. Sembra un addestramento militare, ed invece al posto del colonnello di ferro c’è un fumigante Sdengo Zeman.

Ve la sto mica a raccontare io, la storia del Foggia dei Miracoli. Tanti di voi c’erano, se la ricordano da sé. La peculiarità di quella squadra era che tutti erano utili, nessuno indispensabile. I grandi campioni: ma anche no. Gl’emeriti sconosciuti, i gregari, i veterani che avevano fatto la scalata dalla C: i benvenuti. Purché facessero rete. Purché facessero le reti.

Nessuno escluso, tantomeno Maurizio Codispoti da Catanzaro.

Firenze, terza giornata di campionato: la faccenda si mette subito male, Codispoti è in tutt’altre faccende affaccendato, attanagliato da Maiellaro, Borgonovo e Batistuta che gli cuciono il timore addosso; poi arriva Faccenda e sbèm, è chiara la faccenda, no? Ma a Zemanlandia c’era un embargo sulla prevedibilità, e nel giro di tre minuti, dal sessantaduesimo al sessantacinquesimo, il risultato si ribalta: Petrescu, e poi lui. Codispoti.

Che poi uno era lecito si chiedesse ma chi caspita sono, questi undici sottospecie di giocatori? Non li conosceva nessuno, nomi mai sentiti, eppure la domenica scendevano in campo e ti stupivano, si stupivano: mai accezione di gioco del calcio era stata più calzante.

Ora ti dico altri nomi che magari non ti pisipigliano niente all’orecchio: eNZO, benty, massi; cyb, il Many, cratete; Ciocci, Sabrina, diegodatorino. In panchina, fumante come una femmina fumante (cit.), simone rossi. Che non ha lo sguardo torvo di Zeman, magari. Che non è il nipote di Vycpalek, magari. Ciononostante: benvenuti a simonerossilandia.

Lo Zaccheria, nel gioco che giochiamo, si chiama FriendFeed; il pressing a zona lo ribattezziamo strascico, che poi è il prossimo miracolo della rete.

Ne esce fuori un racconto scritto con le mani sui fianchi, serissimo e letto da Pucci, un racconto che sta al quattrotretré zemaniano come le mie sforbiciate alla bi-zona di Oronzo Canà.

Ve ne dico un altro, di nome che magari non conoscete: Emanuele Ercolani. Ragassuòlo vulcanico, uno che per dire fa i diggèiset con la maschera da luchador messicano e poi fa dell’arte grafica ed insomma è un gran piacere, frequentarlo, secondo me è più simpatico di Maurizio Codispoti da Catanzaro.

Viene dalle Marche zozze, Emanuele, che un giorno m’ha detto facciamo un libro insieme, facciamo rete, ci siam messi lì ed abbiamo concepito il primo street book al mondo, credo o almeno mi piace pensare, il primo singolo di un libro: tre pezzi e tre strumentali, tre racconti e tre illustrazioni, i racconti ce li ho messi io e parlano di calcio e son mozzichi di sforbiciate: Sfo’!, infatti, si chiama, ed è un aggeggino da collezione, stampato in edizione limitatèrrima che se lo vuoi pure tu basta mi scrivi una mail a gabriellifabrizio chiocciola libero punto it e ti dico come fare per. Non lo trovi in libreria, per dire, se lo vuoi ti tocca andare sulla rete, sia tu di Foggia o di Bolzano o di Catanzaro.

Dov’è il miracolo?

Fatevelo dire da noialtri che si vive a Civitavecchia, con le madonne lacrimanti sotto casa: è là, sulla rete, che succedono i miracoli, mica altrove.

 

Fabrizio Gabrielli

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Le incredibili iconoclastie di Bondi e dell’SVP*

L’atteggiamento stupito, indignato, offeso di fronte al triste spettacolo che la politica italiana mette in scena oramai quotidianamente agli occhi di tutto il corpo sociale è un atteggiamento che risulta, al punto a cui si è arrivati, liso, inadeguato, usurato.

Eppure, ogni giorno siamo qui a commentare lo spettacolo, critici severi e implacabili di quel naufragio sociale e culturale in cui siamo coinvolti tutti, orchestrine danzanti sul Titanic che affonda. Mercoledì 26 gennaio 2011 è stato il giorno di Sandro Bondi, confermato ministro da una risicata maggioranza. Tra i parlamentari che hanno contribuito al salvataggio del vate toscano vi sono anche i rappresentanti del principale partito di raccolta tedesco dell’Alto Adige, la SVP, i quali si sono astenuti dalla votazione.

Suona strano se si considera che proprio in Alto Adige la suddetta SVP governa provincia e capoluogo provinciale grazie a coalizioni con il Partito Democratico e i rimasugli di quella che un tempo fu la sinistra. Suona ancora più strano se si considera che, non molto tempo fa, l’Obmann Richard Theiner aveva dichiarato che: «sarebbe assurdo votare per un ministro che con il dispendioso restauro del Monumento alla Vittoria di Bolzano si è giocato ogni simpatia».

Cosa è dunque successo nel frattempo? Molto semplice: una compravendita, una regolare transazione d’affari tra uomini politici. In cambio dell’astensione dei deputati Zeller e Brugger, Bondi si è impegnato a garantire la rimozione di alcuni bassorilievi di epoca fascista dalle facciate di alcuni edifici pubblici. Mettiamola giù in questo modo: un ministro dei Beni Culturali (?), in cambio della sua salvezza politica, si impegna a demolire un’opera d’arte (fascista ma pur sempre opera d’arte) in una città dove la destra italiana, che con i suoi voti ha contribuito a far eleggere questo governo, guarda a quel preciso periodo della storia d’Italia come al momento fondativo dell’identità italiana bolzanina in contrapposizione a quella tedesca. Sembra Achille Campanile, ma è la realtà. Non staremo qui a perdere troppo tempo lamentandoci della perdita dei valori della politica, dello scempio di una vita pubblica che oramai si basa più sul commercio che sulle idee, perché ripeteremmo una trita e snervante tiritera.

Quello su ci interessa riflettere è il senso e le conseguenze della rimozione violenta di un elemento architettonico che è anche un documento della storia cittadina. Pur non condividendo i valori e l’esperienza storica e politica che il Fascismo ha rappresentato per l’Italia e per il mondo intero, chi scrive è convinto che la rimozione di un monumento, la sua distruzione, sia un atto violento e pericoloso. Violento perché le opere d’arte vivono, parlano e comunicano a partire dal proprio contesto, dalle interazioni che esse stabiliscono con l’ambiente circostante. Spesso la musealizzazione di esse ne determina la morte o la mummificazione come testimoniano i fregi del Partenone esposti al British Museum, o le straordinarie architetture esposte nel museo di Pergamo a Berlino. Tombe lucenti, sicure, protette, ma pur sempre tombe che sottraggono le opere d’arte alla loro vita ed all’inesorabile scorrere del tempo. Lo sapeva bene Niccolò Rasmo, celebre storico dell’arte altoatesino, che durante il periodo delle Opzioni (1939-1940) si oppose allo smembramento del patrimonio artistico sudtirolese, conscio che, strappato dal suo ambiente, questo sarebbe morto cancellando le tracce di un passato in cui l’identità italiana e quella tedesca si erano mescolate con armonia e ricchezza, come sempre avviene nei pressi dei confini, siano essi fisici o culturali. I confini che, come il semiologo russo Lotman ha dimostrato ampiamente, sono sempre luogo di scambio, comunicazione, ibridazione tra le semiosfere.

Come ha mostrato il filosofo francese Paul Ricoeur, esistono molti tipi di memorie: ad uno di questi, la memoria monumentale e statica della retorica di Stato, una memoria che cala dall’alto e nasconde i punti oscuri della Storia sotto la sua coltre, si deve opporre una memoria leggera, volatile, critica. Una memoria che non cessi mai di porsi domande e di mettere in discussione l’immagine della Storia che la retorica di Stato costruisce per nascondere le proprie responsabilità.

La rimozione dei bassorilievi di Piazza Tribunale non farà altro che dare più forza alla memoria velenosa del Fascismo, attizzerà un sentimento revanscista. A quel punto l’estrema destra italiana si sentirà in dovere di vendicarsi, e si aprirà una spirale di ripicche e piccole vendette, che è l’anticamera della violenza.

È già accaduto con la rimozione della memoria delle Foibe, un avvenimento accaduto in circostanze storiche precise, su cui la destra italiana ha costruito il proprio discorso identitario e nel contempo ha eroso la memoria della Resistenza come mito fondativo della Repubblica italiana. Le foibe sono diventate così un simbolo ed un monstre storico del tutto svincolato dalla reale portata dei fatti, come le recenti ricerche di Claudia Cerignol hanno dimostrato.

Ma soprattutto, la rimozione di quelle sculture priverà la cultura critica di un oggetto concreto d’analisi, di un monito per le generazioni future. I simboli sono importanti perché possono essere interrogati, perché chi possiede una coscienza ed una cultura critica ne può affrontare il discorso, a volte essendone complice, altre volte essendone antagonista. L’atteggiamento iconoclasta che dice «chi difende il bassorilievo è a favore del Duce, ergo fascista» deve essere rifiutato, esso impone al ragionamento l’inaccettabile cornice concettuale del «o con noi o contro di noi», che sta alla base di ogni mortificazione della vita democratica. L’ha ripetuta G.W.Bush dopo l’11 settembre, la ripetevano i Talebani che bombardarono le statue del Buddha nella valle di Bamiyan, la ripetevano i nazisti che bruciavano i libri nella tetra scenografia allestita da Goebbels.

Nella Storia nessuno è vergine, ma se, partendo da questo assunto, dovessimo cancellare i simboli e le vestigia del passato perderemmo fatalmente la possibilità di ricordarne le catastrofi, le stragi e i lutti.

Auschwitz fu costruito dal nazismo e ne testimonia la follia e la violenza, non dovrebbe dunque essere abbattuto? E la Colonna Traiana, simbolo della sottomissione di molti popoli all’Impero Romano, non è forse il segno di un’oppressione brutale e violenta? È questa assurda logica che la politica impone al buon senso, a cui noi, oggi, ci vogliamo opporre.

 

Flavio Pintarelli

*Contributo apparso originariamente sul blog La rotta per Itaca.

Nel bianco

Nel bianco (Rizzoli, 2009)

di Simona Vinci

Eppure io odiavo viaggiare, forse una parte di me lo odia ancora adesso: viaggiare, intendo farlo sul serio, è faticoso. Faticoso da subito, ancora prima di partire davvero. […] Poi è cambiato qualcosa, anche se non so cosa, perché l’idea del viaggio come obbligo culturale e sociale, l’ossessione dei piantatori di bandierine sul mappamondo continuo a detestarla e sono consapevole che i viaggi sono diventati una banalità, un’ovvietà: tutti lo fanno, ma cos’è che vedono davvero? Cos’è che gli resta dei posti che hanno visto? Cos’hanno capito, quando tornano? E soprattutto, sono cambiati? […] A me interessa soprattutto l’abitudine: riuscire a restare in un posto abbastanza a lungo da annoiarmici, perché sono convinta che è solo nella noia che di colpo le cose si svelano nella loro luce più vera.

 

All’inizio del 2008 Simona Vinci, messe da parte le sue paure, parte per l’Africa, Sierra Leone, uno dei paesi più poveri del mondo con il più alto tasso di mortalità infantile. È come se avesse cominciato una nuova fase del suo percorso. Quando mesi dopo decide di partire per un mese in Groenlandia il più è fatto, i suoi timori sono ormai superati. Le resta da sistemare le cose da portare con sé, preparare un minimo di attrezzature per affrontare il freddo, quello vero, quello che non siamo abituati a conoscere.

Si fermerà una settimana in Islanda – stregata da quella terra magica di ghiaccio e di fuoco, di mare e di monti altissimi – per poi dirigersi a Tasiilaq, in Groenlandia, che in inuit significa «come un lago immobile». Simona Vinci resta per un mese Nel bianco e ci regala uno dei reportage – sebbene costringere quest’opera nella categoria del reportage sia quasi comprimerla in una definizione troppo ristretta – più interessanti su quella terra ricca di fascino e di mistero, dove si cerca di non restare mai soli. La solitudine è l’incipit della fine. La vita è vissuta a stretto contatto con la comunità – ristrettissima – con cui si divide la quotidianità. Live together, die alone.

Gli inuit sono i protagonisti silenziosi, un popolo emarginato che sembra incarnare tutto ciò di cui non ci curiamo, quello che non è sufficientemente importante per essere da noi conosciuto e studiato. Un popolo che sta subendo la devastazione delle propria terra in nome del dio petrolio. Simona Vinci cerca di entrare nella loro comunità, pone domande, si relaziona a loro. Entra nell’ospedale della città, parla con gli adolescenti della cittadina, visita il cimitero. Si immerge nei luoghi che la circondano, fa in modo che tutte le barriere che ci portiamo dentro cadano, tenta di non avere filtri nei loro confronti. Si lascia andare all’imprevisto, al viaggio, all’accidentale. Al caso. Alle storie in cui inciampa e che racconta. È stregata dal bianco abbagliante, quasi mistico, che tutto circonda e avvolge. Il bianco che le porta alla mente Melville che, riflettendo sulla bianchezza della balena in Moby Dick scrive che «c’era un vago orrore senza nome… una cosa così mistica e pressoché ineffabile, che io quasi dispero di renderla in forma comprensibile. Era la bianchezza della balena che sopra ogni cosa mi sgomentava». La balena bianca è ciò che non conosciamo, il mistero della vita. Il bianco contiene l’intero spettro cromatico della luce, ma nasconde i colori ai nostri occhi.

Che cosa resta alla fine di un viaggio?

Cosa rimane impresso, indelebile, nell’iride dei nostri occhi? Quali saranno gli odori, i sapori, che riusciremo a portare con noi per il resto della nostra vita?

I viaggi sono i viaggiatori. Tocca metterci in marcia. Partire. Tornare. E partire ancora. Senza stancarsi. Mai.

Si dice sempre che prima o poi, nella vita, arriva il giorno in cui sai qual è il tuo posto nel mondo. Per me, penso mentre sto seduta su un muretto davanti all’ufficio postale di uno sperduto paesino della Groenlandia orientale, quel giorno non è ancora arrivato. Ho trentotto anni e ancora non lo so qual è il mio posto nel mondo. […] Forse, penso, essere uno scrittore vuol dire proprio non avere un posto nel mondo. E quindi vuol dire anche averne tanti quante sono le storie che ti si agganciano addosso mentre vai senza sapere di preciso dove.

 

Serena Adesso

 

IL LIBRETTO ROSSO DI GARIBALDI

IL LIBRETTO ROSSO DI GARIBALDI – Discorsi, scritti e proclami dell’uomo che inventò l’Italia sognando una patria socialista (Purple Press, 2011)

a cura di Pier Paolo e Massimiliano Di Mino

 

Riportiamo un breve estratto del nuovo lavoro firmato dai fratelli Di Mino, che a distanza di pochi mesi dall’uscita di Fiume di tenebra escono con un nuovo libro in cui la storia si fonde col mito, che è poi da sempre una delle possibilità che può darsi la scrittura per resistere a una malattia che sembra ormai spopolare nel nostro paese: la perdita della memoria.

Segnaliamo che il libro verrà presentato mercoledì 2 febbraio alle ore 18:30 presso la Casetta Rossa, in via G.B. Magnaghi 14 a Roma (zona Garbatella).


Ci hanno insegnato che non esistono più i miti, o che non è abbiamo più bisogno. In cambio ci danno per articolo di fede che quello di cui abbiamo bisogno, invece, è di produrre e comprare coscienziosamente. Sarebbe più onesto e corretto dire, quindi, che i vecchi miti sono stati soppiantati, con utile operazione teologica, da un nuovo racconto della vita non meno fantasioso di qualsiasi altro racconto. In questa favola bella si immagina la vita come una competizione senza limiti, con leoni e gazzelle che, in barba alla loro reale natura, vivono una vita insonne gli uni cacciando e gli altri fuggendo.

Si capirà, dunque, come siano divenute viete, per non dire pericolose, le vecchie storie che ci avvertivano sugli eccessi egotici degli eroi, con Achille e le sue schiere di ubbidienti mirmidoni pronti al massacro, o con Beowulf che manda a marcire tutto il regno pur di dimostrare il suo valore. Ci dicono che sono robe di scuola piena di polvere.

Non godere più dei benefici di tale avvertimento porta a conseguenze quali sono visibili, oggi, agli occhi di tutti.

La metafisica commerciale contemporanea, poi, deve considerare come vere nemiche quelle storie che ci guidavano nel mondo con coraggio, generosità e astuzia, tipo la storia di Odisseo, il re contadino che torna a casa e, con il porcaio Eumeo, un giovane figlio e una moglie abbandonati, caccia gli usurpatori e pratica giustizia e libertà. Splengler diceva che la civiltà sarà salvata da un plotone di soldati: è vero, ma il plotone è sempre composto dalla gente più strampalata.

Pensate, poi, se un mito ce lo troviamo incarnato, ed è anzi il nostro eroe, un eroe di questo mondo. Anzi di due, ma molto concreti e poco trascendentali: insomma un eroe il cui avvento non va spettato con fede. Pensate se, questo eroe, è l’eroe di cui il mondo sentiva veramente il bisogno (ce lo assicura il comandante Ernesto Che Guevara), e si chiama Giuseppe Garibaldi.

FACEBOOK, UN LIBRO DI FACCE /4

Iniziamo da un concetto lacaniano: noi siamo sintomo della società, a bagno nella struttura. Ergo, tutto ciò che siamo è sommatoria di input esterni, memi che si diffondono attraverso la grande maglia della comunicazione.

Con la Rete, ovviamente, i memi si diffondono ancor più velocemente, di solito per imitazione. L’imitazione di un comportamento porta alla diffusione del comportamento stesso, sia che si tratti di un aybabtu in engrish sia che si tratti d’un marchio.

Questa diffusione continua di memi in un regime di ipercomunicazione è destinata alla nuova tipologia antropologica umana, ossia soggetti molto empatici e – di conseguenza – molto emotivi (ritorniamo agli scripta che diventano verba), disposti a inebriarsi continuamente di suggestioni, a vibrare a ogni accenno di desiderio.

Questi “ipervibranti” sono il pubblico adatto al marketing – porno, viral o guerrilla che sia. Somigliano a una matassa di sensori che suonano a ogni cadere di foglia, cercano nelle scene decurtate al final cut refoli di sentimenti e di nuovi input, accorrono in massa nella piazza mediatica per far rimbalzare la palla su ogni muro bloggerico non appena i guerriglieri del marketing intessono un finto scoop per pubblicizzare qualcosa.

In Rete, siccome vige il fenomeno dell’autonomia e della virtualità, diventiamo tutti – volenti o nolenti – dei memi e, siccome la maggior parte dei memi di Internet è un ipervibrante, automaticamente si tende al fenomeno tipico del meme: la deriva memetica, ossia il cambiamento che il meme subisce rimbalzado qui e là. Sono pochi i memi a godere dell’inerzia, la maggior parte di modifica come una sfera di plastilina che cade da un balcone. Ecco come i gusti delle persone, ormai tramutate in memi, si adattano alle esigenze del mercato.

L’imitazione e l’emotività diffondono i memi, con un piccolo aiuto dai nostri geni, che a quanto pare funzionano come “sistema mirror”: impariamo a imitare ciò che ci sembra buono, non che lo debba necessariamente essere, basta che ci sembri tale, dunque tutto ciò che ha carisma riesce a farsi imitare, quindi a diffondersi sul diffusore di memi per eccellenza, Internet. Casi scolastici della psicomemetica: gli slogan, le figure meschine dei politici, i tormentoni, le canzoni, gli status symbol.

Gli ipervibranti vivono di tensioni desideranti, quindi il pornomarketing è l’ideale per far proiettare tale tensione dai corpi ai marchi degli oggetti circostanti: è tattica diffusa creare video porno amatoriali (i più cercati in rete) al solo scopo di rendere visibili alcuni marchi. Il pornomarketing (che va, appunto, dal porno casalingo all’ammiccamento di una ragazza mangiando un gelato) è la forma di viral marketing più efficiente e conosciuta, la più studiata dagli esperti del guerrilla marketing.

Costoro, ex o ancora militanti di gruppi underground sovversivi o anarco-insurrezionali o vattelappesca, attraverso l’inventiva sempre all’erta e la creatività immutata e sperticata dello squalo culturale, riescono a insinuarsi non senza genio degl’ipervibranti coi mezzi che abbiamo su menzionato. Anche i test di Internet, le banche date dei motori di ricerca, il numero di clic ricevuti da determinati articoli altro non sono che metodi per indicizzare i consumatori e capire dove battere.

Il sistema del guerrilla marketing sembra complesso e innovativo, ma è semplice e non particolarmente originale: in realtà si tratta di applicare il situazionismo al marketing, così come Guy Debord applicò il marxismo allo spettacolo (non sono forse forme di détournement entrambe?). Se si rapporta la loro opera nella piazza mediatica a quella dei situazionisti nelle piazze reali è possibile riscontrare numerose similitudini: l’idea dello spettacolo come rappresentazione della società e quindi l’idea di sopprimere la contemplazione dello stesso (la pubblicità in video è stantia), l’abilità nel creare “situazioni” mediatiche (i finti scoop), il superamento dell’arte in senso classico – accusata di sclerotizzare e reificare l’esperienza – per il recupero della vita vera (i situazionisti volevano quella fisica, qui ci sta bene anche la vita vera di Second Life).

Ma cosa rende questo metodo vincente? Perché il situazionismo non riuscì a interrompere il flusso ininterrotto dello spettacolo inebetente e il guerrilla marketing sì?

I guerriglieri sono riusciti nell’opera borgesiana di distruggere la fede del consumatore nel referente, di smontare le certezze di chi guarda un film o una foto o fa un test su FB, d’annullare il “discorso ininterrotto” che Debord denunciava ne La società dello spettacolo.

Per capire come hanno fatto dobbiamo ricordarci di quanto abbiamo già detto riguardo a Facebook: la differita della risposta. Mentre per i mezzi di comunicazione canonici c’è la necessità della presenza del ricevente (l’attenzione paranoica di cui si è già detto), nei sistemi più recenti della Rete la presenza del ricevente non dev’essere continua.

Con questa differita siamo all’aurora di un importante cambiamento: quello che finora è stato l’ipervibrante potrebbe trasformarsi nel nuovo tipo antropologico dell’“ipsoverso”.

Facendo per un momento riferimento alle ricerche di Mario Perniola, potremmo dire che il corpo dell’ipervibrante è un gomitolo di emozioni, che la sua vita si svolge in funzione di riti privi di miti (se esiste un rito, ma non un mito di riferimento, basta porre al posto di quest’ultimo una sequenza di marche a rotazione per ottenere una moda o una diffusione memetica) e che la sua conoscenza cerca ancora di arrivare a una meta (cioè il rassicurante pianerottolo di FB).

L’ipsoverso ha già fatto tesoro della crisi della dialettica, sa navigare abilmente in un mare di opposti e arriva all’accettazione dell’enigma insolvibile. Ha smesso di vibrare all’unisono col mondo fittizio dei media, perché niente in quel mondo è inequivocabile, ha preso a vagare in se stesso alla ricerca delle proprie pulsioni, le uniche che – in un mondo dove tutto è volatile e arbitrario – contino davvero qualcosa.

 

Antonio Romano

La famiglia di pietra – un estratto

La famiglia di pietra (Round Robin, 2010)

di Gregorio Magini

 

Adele parlava di qualcosa di incomprensibile che non c’entrava niente. Vauro si scostava i capelli dalla fronte in continuazione come se fossero sferzati da vento e pioggia.

«Ti ricordi tua nonna? Giacomo era troppo piccolo ma tu avevi sette otto anni. Diceva “pazzo e pazzo non fa mazzo”. Non voleva che Claudio mi sposasse, perché diceva che aveva il pazzo anche lui. Salutami tua madre. Come sta? Che signora elegante. Lo so che è sciocco, ma mi sono sempre sentita un po’ in soggezione davanti a lei. E che cuoca eccezionale. Mi insegnò il pollo alle mandorle. Fu la prima a importare i piatti cinesi negli anni Settanta. Peccato che tutte queste larghe vedute non le abbia poi messe a frutto, ma d’altra parte, non vedo come sarebbe stato possibile. Io non sono neanche in grado di accendere un computer…». Continuò su questo tenore per un quarto d’ora, poi invitò Vauro ad andare salutare Giacomo, che era come sempre in camera sua.

«Giacomo?» chiamò dolcemente la mamma bussando sulla porta di camera. Udirono dei tonfi, dei passi rapidi e pesanti, mormorii, e un aprirsi e chiudersi di ante e sportelli.

«Giacomo, c’è una persona in visita. È Vauro».

Nella stanza si fece silenzio. Vauro, alto una testa più della zia, aspettava alle sue spalle.

«Giacomo? Che cosa fai?».

Vauro aspettava in silenzio con le mani nelle tasche dei jeans. Si ricordava di Giacomo come un ragazzino magrolino e taciturno. La zia gli aveva detto: «Sapessi quant’è cambiato. Non lo riconoscerai mai». Gli aveva detto anche: «È molto reclusivo».

«Aspetta!» esclamò Giacomo.

Tramestò per la camera per un minuto, poi chiamò: «Avanti ma solo Vauro!».

La madre dischiuse la porta e si fece da parte per lasciar passare il nipote. Giacomo si fece all’uscio e le disse concitatamente:

«Scusami mamma è una questione di prossimiglianza capisci sicuramente vero sì».

E chiuse la porta.

Vauro guardò la stanza. Gli parve, dapprima, che fosse del tutto spoglia. Le pareti lo erano. I mobili pure. Il fatto era che stava tutto per terra. Fogli, libri e vestiti, tutto sparso sul pavimento. Un sentiero angusto si faceva strada tra gli oggetti dall’ingresso al letto, con una ramificazione che giungeva sotto la finestra.

Senza che avesse avuto modo di guardarlo in faccia, Vauro si trovò a cercar di afferrare quello che Giacomo gli aveva preso a dire. S’era inginocchiato sotto un tavolo, rovistava e diceva qualcosa su qualcosa che cercava. Era in mutande. Una canottiera azzurra gli metteva in evidenza il fisico solido e un po’ corpulento. Vauro, stupito, guardava le grosse cosce, le gambe pelose e tozze, i piedi in calzerotti bianchi scivolare sulla minutaglia sottostante nel tentativo di puntellarsi. Voleva vederlo in viso. La zia gli aveva detto anche:

«È introverso, ma dà retta come sempre. È un ragazzo d’oro».

«Che cerchi Giacomo? Ti posso dare una mano? Perché non vieni fuori un secondo?».

«È importante che voi vi asteniate dall’ora delle decisioni irrevocabili come se ci fossero decisioni revocabili vecchio mio» gli rispose il cugino.

«Ma di che parli?».

Giacomo smise di rovistare ed esclamò:

«Parlo dell’aria odierna di mistero, della necessità di astenersi dal male e di operarsi per il bene. Posso darti del lei?».

«Del lei?».

«Sì vorrei darti del lei in segno di rispetto perché ti voglio bene».

«Comincia che esci di là sotto».

Uscì con un peluche in mano: un ippopotamo marrone.

«Questo è Ippopazzo. Io lo chiamavo Ippocastano, ma Gloria preferiva Ippopazzo».

Finalmente poté osservarlo. Una faccia larga, zigomi a punta, quasi vietnamiti. Occhi stretti e vispi. Una peluria rada e ispida, capelli corti, disordinati e unti. Vauro si chiese quanto gli assomigliasse. Tacque in attesa; del resto, non sapeva che dire.

«Stamattina ho fatto le pulizie di primavera. Mi mancano solo i capolavori».

Indicò una libreria alta e sottile, in cui sopravviveva un’unica fila di volumi.

«Hai fatto questo stamattina?» allibì Vauro.

«Ho staccato prima i poster e le foto e ho tolto gli altarini».

«Gli altarini?».

«Sì vedi per esempio lì sul cassettone c’era una cartina di un Ferrero Rocher che mi aveva regalato Liala alla fine del Novecento. Accanto ci avevo messo una cartolina dal Giappone e un mattoncino rosso che avevo trovato sulla spiaggia di Spalato».

«A Spalato?».

«Sì, era pieno di ricordi. Ho dovuto levare tutto. Siedi qui e chiudi gli occhi».

Lo accompagnò al piccolo letto scompigliato. Vauro si lasciò trascinare con docilità. Gli aveva detto la zia: «Ha tante, tante cose da dire. Se hai la pazienza di ascoltarlo, è un tesoro vero». Giacomo armeggiò.

«Apri gli occhi ora» disse. «Vedi questa cornicetta che ti mostro di retro? Di davanti c’è una fotografia di Gloria, e ascoltami bene: non te la faccio vedere, piuttosto ti ammazzo».

Nonostante le parole, il tono non parve a Vauro troppo serio, per cui, ma anche d’impulso, provò ad allungare un mano per voltare la cornice. Giacomo scattò all’indietro e si buttò di faccia sul materasso, difendendo così la foto con tutta la stazza del corpo. Con il collo girato e metà faccia perciò tra le coperte,  disse:

«Mamma ti ha detto quello che ci è capitato ma non ha detto di babbo dov’è né che fa perché non lo sa. Tu lo sai?».

«Zio Claudio? Non ne so nulla. Ma non sa niente? Nessuno l’ha avvertito? E dov’è?».

«Non importa sarà qui per terra. Prendi un foglio, ci sta che lo trovi».

Vauro prese un foglio.

«Leggiamolo».

«Vuoi che legga ad alta voce?».

«Sì grazie mille grazie».

Era stampato, ma coperto di correzioni a matita. Per trarne un senso, Vauro dovette ignorarle tutte:

«Ora una mosca mi ronza d’intorno. Sembra cosa da niente e lo è. A un primo momento, non è che ho pensato “ecco una mosca che mi ronza d’intorno”. Sono rimasto teso e concentrato e silenzioso e ho continuato a studiare. Ma l’orecchio s’è accorto e l’ho perso dietro la mosca». Vauro saltò alcune righe: «Ora è un movimento piccolo e scuro e anche l’occhio lo coglie e lo segue, e presto tutto il corpo gli crede e teso e in silenzio si mette in agguato. Una lieve angoscia si somma alla mosca. La mano formicola e la mano scatta e il palmo si abbatte sul dorso e il piccolo scuro movimento formicolante si ferma. La mosca è morta e il mio corpo si rilassa, gli occhi tornano a non guardare e l’orecchio a non ascoltare. Ma con fatica, perché la mente torna alla mosca che non ronza d’intorno e l’angoscia è la stessa ma senza mosca, ed è più lenta da assorbire per la mente».

Alzò gli occhi verso il cugino in cerca di spiegazioni. Ma Giacomo non disse niente. In quella, Adele bussò e chiamò:

«Ragazzi volete far merenda?».

Vauro fu preso da uno stordimento. Quello che gli avevano sempre detto a casa, che quel ramo della famiglia Conforti era una gabbia di matti, era vero. L’aveva dubitato, ma non poteva non ricredersi. La zia lo condusse in cucina – Giacomo non volle saperne – e gli offrì tè e biscotti. Era così stordito che non riuscì ad ascoltarla. Gli diceva qualcosa di pratico sul funerale, in tono neutro, come se si trattasse di una pratica uggiosa ma inevitabile. Mangiò i biscotti al burro meccanicamente e poco dopo si trovò fuori, in mezzo a gente che trafficava su e giù per la via senza parere. In mano aveva un assegno in bianco e dei fogli con indicazioni e numeri di telefono: il giorno, il luogo, l’impresa di pompe funebri, il fioraio… Su uno era scritto:

“Epitaffio: GLORIA CONFORTI 1983-2004 / AD MAIOREM GLORIÆ GLORIAM”.

La gang dei fuori di testa

Più lontani si va e meno si apprende.
Più lontani si va e più ci si avvicina alla verità.
Per questo l’uomo saggio non cammina.
Eppure arriva.

Lao Tze

Per darne ne ho dati tanti, di cazzotti, dati e ricevuti, posso mica ricordarmeli tutti. Sir Alex Ferguson di me ha detto, una volta, quello potrebbe far scoppiare una rissa anche in una casa completamente vuota, figuratevi. Per dire che non mi dispiaceva, scazzottare. Non che mi rendesse un uomo migliore, più saggio, che poi è pure il mio nome, Dennis Il Saggio: lo facevo semplicemente perché ero così, pazzo se volete.

Gioco duro, sporco, rude con gli avversari, e tra di noi: delle gran sberle.

Il cazzotto di quella volta, però, quello di Vinnie, me lo sarei ricordato a lungo. Ròba da appuntarselo sul diario: quattordici maggio millenovecentottantotto, poco prima di scendere in campo, cazzotto di Vinnie: il migliore che mi abbia mai dato.

John lo chiamavamo Johnnie Preoccupazione. C’era cresciuto, in mezzo ai casini, i genitori separati e la meglio gioventù in collegio col fratellino: gl’era venuto un dente avvelenato, a Johnnie, che ti credo io lo chiamassimo Preoccupazione. Brutto, diomìo se era brutto, e sgraziato. Cintura nera di karate, per fare goal li faceva, ma ne sbagliava pure certi, diomìo: imbarazzante.

E poi: menava, in campo. Come tutti noialtri, d’altronde, ci gonfiavamo come zampogne tra di noi, gioco di mano gioco da villano, dice il proverbio, e allora sì: chiamateci villani. Anzi, chiamateci la gang dei fuori di testa: siamo il Wimbledon o no?

Johnnie, le preoccupazioni, a chi ne dava e a chi ne prometteva. Andatelo a chiedere a Gary Mabbutt: gl’ha sfasciato una tempia con una gomitata, per dire. Oppure a Grobbelaar, pure lui peperino mica da poco, quando davanti ai giudici se n’è uscito, era imputato per una brutta storia di concussione e partite vendute e scommesse, oh io c’entro nulla, sentite piuttosto Grobbelaar.

La preoccupazione più grande di Johnnie, però, era il fratellino, Justin.

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