That’s (im)possible, Cristò!

Cristò Chiapparino
That’s (im)possible
Caratteri Mobili 2013
pp. 80, euro 8,00

That’s (im)possible, mi ripeto mentre leggo l’ultimo libro di Cristò Chiapparino, edito lo scorso 2013 da Caratteri Mobili.
È impossibile concepire un testo del genere, classificarlo secondo una delle solite e stranote categorie che la critica letteraria adora affibbiare alle scritture contemporanee: non è un vero e proprio romanzo, dacché praticamente non c’è un vero sviluppo della trama nè un consistente approfondimento dei personaggi; non è una raccolta di frammenti, perché nonostante la spezzatura martellante dei paragrafi lo stile essenziale tiene bene insieme, e si svela alla fine essere un corpo solido, unitario e quasi trascendente; certamente non si tratta di poesia sperimentale, sebbene l’esperimento mi sembra essere la chiave di lettura imprescindibile per comprendere lo spirito ultimo dell’intera operazione.
La vicenda è presto raccontata: c’è una lotteria a premi, la più grande lotteria a premi che sia mai Leggi il resto dell’articolo

Uno più crudele dell’altro (consigli di lettura)

di Vanni Santoni

Lo so, un post di consigli di lettura che appaia adesso somiglia pericolosamente alle “liste di libri da regalare per Natale” o a quelle “I migliori libri del 2013”, e forse lo è. E tuttavia lo faccio lo stesso perché tanto, noto adesso, riguarda libri che al natale non sono per niente adatti: libri spietati, anzi crudeli.

Il primo è a colpo sicuro, ed è senz’altro La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro (Ponte alle grazie): romanzo tosto, grosso, fluviale, pieno di roba (come ci si aspetta da un romanzo tosto, grosso e fluviale che sia anche buono), e soprattutto bello, probabilmente il migliore del 2013, anche nel suo ricordarci che, comunque, stile > vicenda.
La vita in tempo di pace ha la sua forza principale nel punto di vista del protagonista, l’ingegnere Ivo Brandani, un punto di vista liminale, di crisi, quasi annunciatore di disgrazie – la morte, ovvio, ma forse anche il disastro prossimo venturo, lui che, nato nel 1945, non ha visto, per l’appunto, che pace e cerca la bellezza nelle forme d’ala perfette di un’arma, lo Spifire…

“ […] Pace era stata l’Alfa Romeo GT Veloce, la Volkswagen, il flying dutchman… Tempo di Pace fu l’università e tutto quello che vi successe. E quello che successe dopo e dopo ancora… Tempo di Pace è stato tutta la mia vita. Noi, nativi della pace, non ci accorgiamo di come la non-guerra ci ha plasmato e reso diversi da tutti quelli vissuti prima di noi… Pace, pace Leggi il resto dell’articolo

La sopravvivenza delle immagini nel cinema

La_sopravvivenza_51adc55ef290c_220x335Francesco Zucconi, La sopravvivenza delle immagini nel cinema. Archivio, montaggio, intermedialità (Mimesis, 2013)

«Dai meandri di un archivio,
gli spettri di un passato ridotto a frammenti
guardano il presente, lo interpellano,
sembrano dargli del tu.»
(p. 86)

Caro Zucconi,

le nostre strade si sono divise che ancora dovevi laurearti, e ti ritrovo improvvisamente così, con uno sguardo che accoglie un’eredità pesante, che a Siena è stata purtroppo dolorosa, e non soltanto una volta. Non può infatti sfuggire la passione che anima questo tuo libro, dove la cura e l’attenzione, lo scrupolo dello studioso, si vedono in ogni dettaglio. Leggi il resto dell’articolo

Il giorno che diventammo umani

di Francesca Chiappalone

Il giorno che diventammo umani
di Paolo Zardi
Neo edizioni (ottobre 2013)
Pag. 203, Euro 14,00

Scrivere di quanto l’essere umano sia difettoso o debole è piuttosto facile, non mancano le parole, è una condizione che viviamo e che, se proprio evitiamo di foderarci gli occhi con gli unicorni, non possiamo non notare. Farlo con grazia, con la punta dell’ironia temperata, con quel tipo di dolcezza che accompagna la sconfitta e le mani vuote, è invece più complicato. Non basta il talento, la maturità, il giusto peso che diamo alle parole, bisogna essere consapevoli della natura che portiamo addosso, della sua labilità, e continuare comunque a tenere il mento alto, l’orecchio teso, la possibilità di una risata tra le parole tradimento, perdita, malattia.
Paolo Zardi sembra che abbia proprio quel tipo di dolcezza, un modo di farti ridere anche se dieci pagine prima ti aveva fatto piangere dentro la metro. E nemmeno ti deve spingere, dentro le sue storie, perché sono quadri dentro i quali salti da solo, senza dover essere per forza felice e contento come Mary Poppins. Ritratti di persone che potrebbero assomigliare a chiunque e che si trovano, per la prima volta lucidi, davanti alla vita, in tutto il suo miscuglio di schifo e desiderio.

Qual è il giorno in cui siamo diventati umani?
È proprio quel che ci si chiede leggendo questi racconti (qui uno dei racconti in anteprima, ndr) che sono intrecciati con lo stesso filo Leggi il resto dell’articolo

La perenne attualità di Jim, cestista fattone

di Gabriele Merlini

Jim entra nel campo di basket
di Jim Carroll
minimum fax, pagine 208.

Giugno 2012.

Ho provato a dare fuoco al liceo tuttavia ignoro quali gioie possano regalare le vere azioni di rottura: sniffare detergente sopra un traghetto dunque vomitare in testa al passeggero sul ponte sottostante. Borseggiare signore chiedendo informazioni per la metropolitana. Assistere a cerimonie religiose ufficiate da anziane che invocano non protezione da Maria Vergine quanto un servizietto orale.
Ho fumato hashish tuttavia mai ho avuto lo stimolo di gettare dalla finestra una bambina. Non ho analizzato occhi di vetro appartenenti a compagni di squadra e troverei inopportuno (dannata morale: migliorerò) ridere del tizio in lacrime cui hanno appena incendiato la pizzeria.
È stata perciò la volontà di colmare queste lacune l’elemento principale che mi ha spinto a leggere Jim entra nel campo da basket. Come riferisce nella introduzione la curatrice Tiziana Lo Porto: «diari tenuti dai dodici ai sedici anni e pubblicati in America nel millenovecentosettantotto. Della sua adolescenza raccontano, appunto, la pallacanestro, la strada, il sesso, New York, l’eroina». Autore: Jim Carroll. Tendenzialmente uno tra i più ammirevoli fattoni del secolo scorso.

Giugno 1999.

Messo spalle al muro e costretto dalle evidenze lo ammetto: non avevo mai visto Jim Carroll in video. L’occasione si presenta stamani con il clip su Youtube di questo show nel quale un signore ingessato (tale Matt Lauer della NBC) torchia l’autore riguardo un fatto scomodo. Quattordici anni fa alcuni ragazzi avrebbero sparato a scuola ispirandosi al libro che sto recensendo. Sia messo agli atti che l’idea di aprire il fuoco in pubblico non stia sfiorandomi, e pure Carroll sembra ritenerla una forzatura. Patologie pregresse, senza dubbio. Fatto sta che di ciò dibattiamo animatamente.
Jim Carroll – poeta, musicista e narratore statunitense – ha il tono da oratore imbarazzato ma sicuro delle proprie argomentazioni, un taglio di capelli attualissimo (si colloca a metà tra Warhol e l’ultimo Win Butler degli Arcade Fire) e giacca nera che cade pesante sui fianchi come già il David Byrne del tour di Stop making sense. Si direbbe calmo al limite del catatonico sebbene quando disquisisce Leggi il resto dell’articolo

The sound of Seattle

di Gabriele Merlini

[Ri]comprarsi il contemporaneo a diciottomila lire.
«The sound of Seattle» di Chiesa e Blush.
Stampa alternativa, 1993.

Funzione principale di una recensione dovrebbe essere stimolare l’interesse per un testo. Sia che ne esca bene, sia che ne esca con le ossa rotte. Condizione essenziale per il favorevole sviluppo dell’intera operazione: la possibilità (anche remota) di recuperare il testo in questione.
Nello specifico sembra una missione quantomeno disperata, ma amen. È infatti qualcosa di antico e intimo che sta spingendomi a scriverne e non posso sottrarmi nonostante le evidenze (per caso ne posseggo ancora una copia. Impolverata e dagli angoli morsicati. Difficile quantificare il numero dei fortunati tipo me).
Titolo: «The sound of Seattle». Autori: Guido Chiesa e Steve Blush. Collana Sconcerto di Stampa Alternativa. Anno domini millenovecentonovantatré e addirittura dai ringraziamenti un brivido di flanella torna a scorrere lungo la schiena del rottame nostalgico: Jonathan Ponemann e Bruce Pavitt della Sub Pop, etichetta discografica che lanciò Leggi il resto dell’articolo

Cento micron

Cento micron (minimum fax, 2012)

di Marta Baiocchi

Ecco come ci si sentiva a essere un contadino del Medioevo, anni a crescere un maiale magro e stentato, e quando alla fine è il momento di ammazzarlo, di là dal bosco arrivano i soldati, i mercenari, i banditi a cavallo, spade e lance in mano, e tu col tuo bastone di legno, così te ne resti lì nel fango, affamato, a guardare mentre se lo portano via.
Forse ti hanno anche dato fuoco alla casa.
Ecco cosa vuol dire essere asserviti alla prepotenza, al capriccio, allo strapotere di un padrone.
Schiavi.
Dicono che quello era il Medioevo e che il mondo di adesso è diverso, invece gli uomini di potere sono sempre uguali, e la relazione tra chi ha il potere – anche un potere miserabile come quello di questa mummia vicina al fine corsa – e chi non ce l’ha è sempre esattamente la stessa.

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