Susan & Liberty Jones


di Domenico Caringella

And you can send me dead flowers every morning
Send me dead flowers by the mail
Send me dead flowers to my wedding
And I won’t forget to put roses on your grave
(M.J. – K.R.)

Iniziavano sempre insieme, ma ogni volta era Liberty a svegliarsi per primo. Allora sbarrava gli occhi per riempirseli, per riempirsi, di luce e di realtà. Poi si sedeva e scuoteva la testa e il resto del corpo. Fingeva di credere alla sensazione che quel movimento servisse davvero a scrollarsi di dosso il miliardo di gocce di sudore che gli raggelavano la pelle e a spezzare le catene che lo avevano tenuto fino ad un momento prima. Il rituale, comunque non gli risparmiò l’ultima allucinazione, quella delle dieci Cadillac piantate nella sabbia per metà, come frecce, tra il bagnasciuga e la coperta che quella notte aveva tenuto lui e Susan al riparo dal vento che arrivava dall’oceano. Erano l’esatta copia di quelle del Cadillac Ranch di Amarillo, in un giorno lontano un secolo, dove lui e Sue avevano fatto la loro strana luna di miele e la consegna della prima partita di roba con cui alla fine si erano pagati il viaggio e la baldoria. Leggi il resto dell’articolo

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L’entropia esistenziale

di Matteo Moscarda

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Questo non è un racconto. Non è mosso da narcisismo o velleità scrittorie. Il mio io non ha nulla a che vedere con l’impellenza di spiegare a quante più persone possibili una delle verità da me conseguite in questi anni. È auspicabile e rivoluzionario che entri a far parte della coscienza collettiva un fatto, ovvero che la maglia relazionale sussiste in virtù dei propri legami interni e a prescindere dalla loro identità.
Tutto il resto, al mondo, è indifferente.
Per esempio, tanto è indifferente chi occupi un ruolo all’interno di una gerarchia, tanto è indifferente essere quel chi o un altro chi: in ogni caso, ogni incarico verrà rivestito, ogni mansione svolta, ogni vantaggio goduto o sfavore patito. Sapere chi dovrà godere i vantaggi o patire gli sfavori è una curiosità di interesse soggettivo, e quindi volgarmente egoistico. Per tanto, conoscere l’identità intima di chi deve occupare un determinato ruolo non riguarda la Realtà ma il Mondo Percepito. Leggi il resto dell’articolo

Piovono patate

patatedi Fatjona Lamçe

Magrolino, alto poco, con un periodo piuttosto lungo di tisi alle spalle, ben dipinta in volto, Ismail viaggia in bicicletta verso la sua dimora. Sono due stanze in un’abitazione che ormai non c’è più, in una città che c’è ancora ma che, se vedesse ora, non riconoscerebbe. Dentro ci sono già una donna e tre bambini, due maschi e una femmina e poi Abdul, anche lui un bambino, nonostante il nome da trentenne spacciatore. Sono sua moglie e quattro dei suoi figli. Diventeranno sei, con il tempo.
Siamo in un posto remoto, di quelli che pochi conoscono, in una città dove sono stata più volte e che so essere piena di colori.

Ismail, col suo naso aquilino e molto pronunciato dentro il volto così scarno, con i suoi occhi blu come il mare e il cielo, tanto da fare paura, sta tornando a casa dal lavoro. C’è già un’enorme strada, quella principale, quella che c’è ancora, ma non ci sono macchine, se non quelle dell’esercito o della polizia e qualche camion che trasporta chissà cosa. Le macchine sono così rumorose e la città così silenziosa che del loro arrivo ci si accorge almeno un chilometro prima. Leggi il resto dell’articolo

Kaa-Khem

di Domenico Caringella


Kaa-Khem sapeva di essere un privilegiato rispetto a chiunque altro; anche di fronte agli uomini che lo battevano quando il padrone del mondo era voltato dall’altra parte. Accoglieva le scudisciate come il contrappasso della sua posizione.
Lui solo tra tutti poteva permettersi di non obbedire al signore. A volte arrivava al punto di gettarlo per terra, ricevendo in cambio una risata piena e uno sguardo lungo e carico di ammirazione e gratitudine. Ma sapeva che il pezzo di stoffa color sangue era il segnale; significava che gli ordini non solo andavano eseguiti ma anticipati, interpretati. Leggi il resto dell’articolo