Giugno ’56

Si tolse prima cosa le scarpe, poi l’orologio. Aldo Degl’Innocenti, classe 1911, si era diplomato geometra a Reggio Emilia il giorno che Mussolini feluca in testa era salito al Vaticano. Sposato sotto la minaccia delle bombe, padre di nessun figlio per nessun motivo apparente, faceva per buon cuore fin dall’immediato dopoguerra due ore di straordinari al giorno. Dalla vita aveva avuto più e meno di quanto aveva immaginato da bambino: di più perché non credeva che avrebbe mai posseduto una poltrona, che nella stanza grande e fetida dove giocava mangiava e dormiva c’erano sì pancali e sgabelli, ma solamente una seggiola che era del padre e solo sua; di meno perché aveva creduto che finite le scuole elementari tutti i ragazzetti partissero per mare come Robinson Crusoe, mentre lui del mondo aveva visto solo una spiaggia d’Albania dove s’era ferito in un incidente la prima settimana di guerra. Dato che il bilancio era in pareggio, per essere contento aveva dovuto lavorare molto e amare la moglie.

Fece per mettersi in poltrona ma di punto in bianco gli mancarono le gambe e ci cadde seduto a peso morto. Dalla cucina veniva un odore di sugo di pomodoro, e poi venne la moglie portando il bicchiere dell’idrolitina. Portò via le scarpe e tornò con le pantofole, si fermò sotto lo stipite e si passò le mani lentamente sul grembiule, come per lucidarle. Chiese, – Tutto bene in ufficio?

Aldo, che non aveva avuto il tempo di capacitarsi del mancamento, rispose meglio che poté cercando di non tradire l’affanno, – Sì bene. Eh, c’è quel Gherardi che mi sta pur sempre col fiato sul collo.

A lei parve solo che il marito fosse un po’ stanco. – Ti vuoi riposare dieci minuti prima che metto la pasta? – No metti su, che poi faccio tardi.

Esitò un secondo sulla soglia, perché le sembrava che lui volesse dirle qualcosa. E infatti fece un cenno fiacco con un dito e le disse, – Piave, vieni a darmi un bacio.

Il padre, reduce di Caporetto, l’aveva battezzata “Piave” in sommessa polemica con gli eccessi del trionfalismo patriottico. Lei non se n’era mai data questione, come del resto di tutti gli altri fatti della sua vita, nemmeno quando, ancora piccina, aveva visto con i suoi occhi le camicie nere riempire di legnate il reduce. Donna pratica, imponendo a se stessa e agli altri un buonumore serio e costante, era riuscita a superare la trentina senza che nessuno si rendesse conto, lei compresa, del fatto che la sua esistenza era votata alla segretezza, anche se non aveva niente da nascondere.

Piave non si accorse di quel che Aldo le aveva chiesto e senz’altro aggiungere tornò in cucina. Aldo neppure si accorse che lei non gli aveva dato retta, vuoi per l’abitudine di vederla andare in cucina, vuoi per le sensazioni ancora non ben definite ma spiacevoli che gli si iniziavano ad affollare alla coscienza, come una calca di gente che prema a un cancello e venga fatta entrare una alla volta. Lo svenimento improvviso che lo aveva fatto crollare sulla poltrona non aveva lasciato traccia di fiacchezza nelle gambe, o così pareva, ma si era trasferito al centro del petto. Pesava e bruciava, come se una forza interna e una esterna si scontrassero, una premendo e l’altra spingendo, sul torace, col rischio che il cedimento di una delle due lo lacerasse. Quando l’equilibrio si incrinava una fitta dolorosa percorreva come un lampo una qualche linea di minor resistenza che a partire dallo sterno poteva percorrere pochi centimetri e spegnersi, oppure proseguire per sottili ramificazioni di faglie misteriose fino al collo, alla mandibola o al braccio. Le peggiori si tuffavano a picco verso l’interno come in un pozzo artesiano e laggiù, nei pressi del cuore, esplodevano. Pulsazioni aritmiche in punti casuali avvertivano che tutto il corpo era coinvolto in quella cosa. La battaglia lo intorpidiva, gli impediva la vista e la parola. Pareva a tratti che la pressione interna riuscisse a liberarsi dalla stretta schiacciante, e allora per un istante Aldo tirava il fiato, come un uomo che emerge dall’acqua, ma subito qualcosa, l’aria, il diavolo, il mondo interno, convergeva con spinta rinnovata sul suo sterno, e premeva.

L’infarto! – pensò. Non c’erano dubbi. Con quella coscienza e certezza, improvvisa come il male che gli era capitato, cambiò il suo stato d’animo: come chi si rende conto di essere in un sogno smette perciò di lottare vanamente contro i mostri che lo abitano, così Aldo si rilassò e si curò solo che da fuori paresse che dormiva. Gli fu ben chiaro, con quella consapevolezza istantanea che danno le decisioni che non si sapeva di aver preso finché non viene il momento di metterle in pratica, che non si sarebbe lamentato, non avrebbe chiesto aiuto, non avrebbe spedito Piave per le scale a gridare che accorresse un medico, a pregare il Barontini che le facesse usare il telefono d’urgenza.

In quella, Piave aveva poggiato il mezzo filone di pane sul tagliere e si accingeva ad affettarlo. Pensava distrattamente ad affari domestici di poca importanza ed era contenta, perché era una giornata di sole caldo che faceva splendere le stoviglie e il pavimento lucido, e di vento fresco e lieve che smuoveva gentilmente i gerani al terrazzino. Mentre tagliava le sfuggì di traverso il coltello: non riuscì a frenare l’impeto allegro del braccio, e si fece così un brutto sbrego obliquo sul polso sinistro. – Ma guarda, – esclamò senza molto scomporsi, e vide la ferita farsi rossa e iniziare a colar sangue. Non volle guardare il taglio una seconda volta: aprì il cassetto del tavolo, prese un tovagliolo e se lo girò intorno al polso. Il dolore era lancinante e in tre secondi il tovagliolo era zuppo e cominciava a gocciare sul pavimento.

Senz’altro attendere, si avvolse un altro tovagliolo intorno al polso, gettando quello fradicio nel tinello. Prese il coltello e passò svelta in corridoio, dicendo: – Aldo, ho scordato il pane, faccio una corsa dal Giusti a vedere se ne hanno ancora. – Aldo non sentì neppure. La moglie, ringraziando Dio che dormisse, si infilò una mantella leggera, e mise il coltello in borsa, che il medico non pensasse che aveva tentato di ammazzarsi.

Due ore dopo tornò con i punti messi e il polso ben fasciato, un po’ pallida ma in forze. Scosse il marito, – Aldo, non ti si può lasciar dormire un momento che ti prendi tutta la giornata. – Quello si rinvenne. Vide che Piave le posava una mano sulla spalla, e si accorse che non aveva più alcun dolore, alcun fastidio, niente.

Che ore sono?

Quasi le tre.

Piave, stasera non vado in ufficio.

E fai bene. Ti ho visto stanco.

Lui agitò una mano in segno di diniego e si alzò dalla poltrona, lentamente, come per verificare che fosse tutto a posto. Andarono a pranzo.

Gregorio Magini

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Condizioni d’uso – ibrido_xN

ARTISTA:

Ibrido_xN

COMPONENTI:

Germano “J” Tasselli: voci, campionatori, chitarre

Andrea Lucidi: basso, synth bass, chitarre acustiche

Carlo Schiaroli: batteria, campionatori

TITOLO DEL DISCO: Policarbonato trasparente

TRACKLIST:

1. Io non voto
2. L’odio
3. L’allergico
4. Tutta colpa della regina
5. Nel buio
6. Ibrido

CANZONE MIGLIORE: Nel buio

Tra emo-zioni ormai perse, emo-rragie di suoni plastificati, io voto gli Ibrido x_N.
Ogni atomo di questo EP risplende, inebria, fino a divenire un prezioso brivido, quello che sempre più raramente si impossessa delle mie viscere quando ascolto musica.

La rabbiosa ironia di Io non voto è il manifesto di chi si ritrova a doversi tristemente arrendere davanti alla “prostituzione” della politica italiana, di un paese che depone il suo stivale per incappucciarsi, rosso, ma solo di vergogna.

E’ inquietante constatare che band come gli Ibrido_xN debbano ancora lottare per organizzare serate nei locali romani, tra un “quanta gente portate?” ed un “vi va bene come rimborso una cena ed una consumazione?”.

Non molto tempo fa mi è stato fatto notare che anche nel mondo “underground” troppa gente suona per vivere e non vive per suonare: io ribatto dicendo che all’estero i musicisti vengono finanziati, aiutati, perchè l’arte è considerata un bene culturale, probabilmente il modo più genuino per elevare lo sviluppo della razza umana.

Ed io, ogni volta che ascolto Policarbonato trasparente, mi rendo conto che la bellezza risiede nella semplicità, nella frenesia delle passioni, nei dolci risvegli, quando rapiti, legati, drogati ed ubriachi, apriamo gli occhi ed una luce confortante si accuccia accanto a noi, cullandoci “Nel buio”.

SITO UFFICIALE: www.ibridoxn.com
MYSPACE: www.myspace.com/ibridoxn

Ilenia Volpe

Poesia precaria (selezionata da A. Coffami) – 11

Antonio Romano. Un giovane che se lo vedi e ci parli gli dai 38 anni ma che poi se gli rubi il portafogli e leggi la data di nascita sulla carta d’identità scopri che è un pupetto di forse 24 anni. Di cosa parla Antonio Romano nelle sue poesie? Mah… non l’ho mai capito. Della carne, del paradosso, dei sentimenti… fatto è che quando mi mandò i suoi testi ne rimasi abbastanza colpito. Mi piacquero molto per le sonorità che creavano nella mia testolina e per i colori acri che mi faceva sentire semplicemente accostando termini. Non è questo lo scopo di un poeta? Riuscire ad emozionare. A mio avviso Antonio ci riesce (non sempre ma de gustibus non disputanda est mi pare si dica così). Antonio Romano ha pubblicato anche numerosi gialli, è un giallista (nonché giallognolo). Ma come poeta va letto, va sentito, va assaporato. Come quel vino che lui tanto ama e che io non berrò mai perché costa caro.

Andrea Coffami

Epoca, tempo.
Drammi sulla mia
scrivania come fermacarte.
Ti raccordo alla
morte, alle cimici,
al mio egoismo.
Tavolo con sguardi
di donne in una
grande indifferenza.
E alla fine di tutto
questa discrezione
da palcoscenico.
Questa dolce
sottile emorragia
che passa per televisione.
Ti amo come una pubblicità.
Passi a interrompere
la mia vita di
inviti all’ascolto.
Interrompi fiumi
di scene conciate
a festa, tragedie in audience.
Sei la mia pausa
fra un film già visto
e un telegiornale di distruzioni.
Ti amo ti accolgo
faccio ghirlande di parole
faccio mole di voli di colombe.
Simbologia del tuo sguardo,
numeri a vuoto da maghi,
tramortisco tramonti,
solo troppe tv del mio umore.
Ti ricordo a pezzi di plastica
incisi in dischi.
C’è qualcosa che ti riguarda:
ti amo in ogni sguardo
ogni amore ogni nottata trascorsa
in giochi scivolati in mare.

Antonio Romano,

15 gennaio 2009

Trauma cronico – Infermo

Per uno scrittore, oggi più che ieri, perdere una mano per qualche giorno è una vera tragedia. Anche con le mail, mica è cosa semplice, con una mano sola. Si perde tempo, che in questo contesto temporale frenetico, è la sola cosa che ci rimane.

La vena si è gonfiata, era molliccia, verdognola; faceva una certa impressione. La mia collega, quando le ho mostrato il polso, ha chiuso gli occhi e girato il volto, per non guardare.

Vi ho messo del ghiaccio su, la massa è rientrata un po’, ma non ero in grado di continuare a lavorare. Dopo una decina di minuti, abbiamo convenuto, il responsabile ed io, che era il caso che me ne andassi.

Sono stato al pronto soccorso. Era qualche anno abbondante che vi mancavo. Un po’ mi mancava. Al pronto soccorso se ne sentono e vedono di tutti i colori, maggiormente rosso, oggi che il rosso è praticamente sparito.

C’era uno che diceva di essere stato aggredito da un cliente, faceva il barista. Aveva il polso spezzato. C’erano molti anziani. C’era una signora di una settantina d’anni che pareva essere stata indotta inconsapevolmente a far dimettere questa sua parente. Queste venivano da una clinica privata che, da quanto si poteva desumere, aveva elegantemente sottratto la loro burocrazia dalle rogne di un decesso imminente, o perché i parenti del malato non potevano più pagare, ma non credo, erano venuti da fuori Roma su un’ambulanza privata. No, dico. Questa vecchia era in fin di vita, dall’espressione della dottoressa si percepiva che le speranze erano alquanto risicate. Ai miracoli poi, non ci crede veramente più nessuno.

Anche questa è – Italia.

Crolla, crolla a picco, in caduta libera, una vergogna per l’Europa intera. Eppure si continua a star male. Anche quando si sta bene, si soffre. Questo paese, terra devastata e vile, che manca di rispetto persino ai propri morti.

E’ una storia che non cambia. E’ una storia tutta italiana. La viviamo ogni giorno.

Gianluca Liguori

Si ringrazia Simone Ghelli per la trascrizione del pezzo.

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 2

I ladroni del verbo erano partiti dalla capitale tre giorni prima, stipati in un’utilitaria a gpl che tossiva e sbuffava a ogni semaforo manco fosse stata il Ronzinante di Don Chisciotte. Nell’abitacolo la miscela d’odori corporei doveva essere insopportabile già dopo le prime due ore di viaggio se è vero che i cinque furono avvistati in un autogrill all’altezza di Chianciano Terme. Con ogni probabilità gli fu d’obbligo entrare in quel regno del Camogli e del Rustico perché mancava loro la pecunia per tuffarsi nelle sorgenti in cui si celava la dea etrusca Silene. O forse a mancare era stato il tempo, poiché il piano prevedeva una sosta obbligata nelle due maggiori città del centro prima di giungere nella capitale della cotoletta. L’intento era quello di far proseliti, ma vuoi per la mancanza di posto – a meno di non voler legare qualcuno sul tetto dell’auto – vuoi per la paura dell’impresa, il numero del battaglione non s’ingrossò, anzi. Già durante quella prima sosta si narra* che vi fu il rischio di perderne uno di questi strambi prosatori, ché poi a dire il vero era quello che meglio giocava col ritmo e il suono delle parole, che si dilettava in poesia sonora insomma. Costui era anche il più squattrinato del gruppo, perciò costretto al risparmio fin dal primo chilometro, tanto da ingegnare modi non proprio ortodossi per riempirsi la prominente pancia. Uno di questi era l’acquisto di baguette e salamini piccanti, unici beni messi allora in svendita in quell’impero che non conosce l’inflazione, dove tutti i prezzi sono omogeneizzati al rialzo, come un calmiere rovesciato. Questo poeta era fortemente contrario agli effetti della globalizzazione, all’omogeneizzazione dei prodotti e dei dialetti, eppure era cittadino del mondo, come dimostra una foto, ritrovata tra gli atti del processo, in cui consuma il suo pasto frugale seduto sul cofano dell’auto, perché quel desco fosse aperto a tutti. Vuoi per la fame che gli mise troppa fretta, vuoi per la composizione misteriosa di quei piccoli salami, tant’è che il cantore del basso Lazio** fu còlto da improvvisa colica intestinale, che costò all’importante impresa un ritardo di ben venti minuti sulla tabella di marcia.

In verità pare che in principio non vi fosse nessun piano preordinato, che insomma si trattasse semplicemente di un’operazione di marketing travestita da azione dimostrativa. Per i critici più avveduti essi cercavano soltanto di vendere qualche copia in più dei loro introvabili testi, che avevano stipato in un paio di scatole di cartone con la speranza di vederle svuotate al ritorno.

Gli è che questi cinque, a dirla franca, erano dei perfetti sconosciuti che avevano avuto una sola idea buona nella vita: quella di aggregarsi intorno a un concetto non certo originale, ma sintomatico dell’epoca in cui si erano ritrovati in svendita come merci da discount.

Qua vi è però richiesto un grosso sforzo d’immaginazione, cari i miei lettori, almeno che anche voi non siate di quei pochi che non equiparino l’arte alla sfilata dell’io nel buon salotto cittadino, o paesano se preferite, per non parlare di chi si accontenta di usarla, l’arte, come chincaglieria da appendere per casa.

Simone Ghelli

* E qui devo aprire un inciso, poiché dovrebbe ormai esser chiara al lettore la composizione del materiale qui riportato: le fonti da cui mi abbevero sono per lo più non ufficiali, quando non semplici dicerie, e questo mi ha spinto a ricamar di penna e a prendermi non poche licenze nel riportare questi fatti assolutamente straordinari. D’altronde è proprio per via della loro straordinarietà e per l’urgenza di verità che affama ogni scrittore se accetto il rischio di uscir fuori del seminato.

** Per ottemperare alle nuove restrizioni in materia di divulgazione di notizie di carattere personale non posso ahimè esser più preciso.

Non multa sed multum. Qualità della vita, qualità letteraria – 2

Non multa sed multum. Qualità della vita, qualità letteraria

[Leggi la prima parte]

Perché, allora, in Italia, dovrebbe esserci necessità di opere letterarie qualitativamente intense e durature? Perché in Italia c’è una voragine chiamata: carenza di immaginario, collettivo e individuale. Chiamatela tedio, noia, apatia, ma si sta verificando un’atrofia dell’immaginario che molti non possono o vogliono scorgere, perché hanno disimparato a dare valore al concetto di qualità. Dobbiamo però reinventare il nostro immaginario, ovvero il nostro modo di compensare la refrattarietà delle cose italiche con la creazione verbo-visuale, il nostro modo di sfogliare l’opacità delle cose presenti, e guardare oltre, dietro il muro dell’oggettività. E questo andrà inevitabilmente a scalfire la nostra identità tradizionale, un’identità che deve avere una durata. Oggi la letteratura, almeno in Italia, è una forma di sopravvivenza, una consegna al mittente da non mancare.

Carenza d’immaginario, carenza d’identità, carenza di qualità. Carenza di futuro. Non osiamo immaginarci il futuro italico, ma siamo stanchi d’incipriare il presente. La qualità della nostra vita dipende anche dalle opere che i nostri autori coevi sanno e pretenderanno di produrre. Questa è la responsabilità che ci si presenta davanti. Si deve tentare, rischiare tutto, reinventare un linguaggio, captare le emergenze – cioè quello che viene fuori da questi tempi, e manca ancora di parola. E prefigurare le nostre nuove facce, desiderando e recuperando le facce altrui, la nostra tradizione polverosa. Facce di un passato che, oramai staticizzato tra monumenti impercettibili, libri di testo e retoriche varie, ci spinge sempre più verso un futuro già pari a zero.

Intensità e durata, si è detto. Se azzardiamo ad applicarle a una visione magnetica – da campo magnetico – delle opere letterarie, queste prevedono spostamento. Lo spostamento prevede adattamento creativo della forma, ovvero metamorfosi. Questa, lo si è detto fino alla nausea, è una delle qualità costitutive del romanzo, il prodotto della sua origine epico-orale (dispersione assoluta e semina della sua avventura), del suo ibridare generi (il romanzo è un grande cannibale, una tessitura aperta come la tela navajo dell’Emilio Cecchi in Messico), del suo pensare e criticare se stesso (il romanzesco che guarda se stesso, Don Quijote che legge le sue avventure stampate), cercando di acciuffare senza tregua allo stesso tempo quel Reale traumatico che stiamo vivendo – il fantasma della cibernetica calviniana, che non si vede, ma pressa. E, prima o poi, ritorna.

Perché dire Italia oggi cosa significa? Non è qualcosa che ha a che fare con il dolore spettacolarizzato di una progressiva mancanza di qualità di vita? Italia è un’espressione senza referente, un sipario desiderante senza scena desiderata, ma con molti mésententes e différends, disaccordi e dibattiti, con tante tracce e traumi da esplorare. Per questo c’è forse il bisogno di tentare opere metamorfiche, mutanti e cosmiche, che tocchino il cielo universale per riflettere la piccola zolla particolare e redimerla, emisferi dove la nostra faccia – perché noi, italiani, con l’identità, ci rimettiamo pure la faccia – si possa rispecchiare deformata, per scorgere i cambiamenti dei connotati e delle costellazioni, domani. Lavorando di fantasia, irrispettosamente, anche sulla nostra Storia senza capo né coda.

Parlare di romanzo, o di racconto in prosa, di per sé è parlare di qualcosa che non è, ma che sarà, qualcosa di volto al futuro anche se scritto nel passato remoto. Parlare senza timore di qualità, oggi, nella nazione italiana, parlare di complessità, come fanno altri in altri frangenti da altre prospettive, parlare di avventura (come metamorfosi, durata e intensità del nostro raccontare e come potenza dell’immaginario), significa avere fiducia, non solo in noi stessi (cosa che da tempo ci manca), ma anche nella durata della parola. Significa auspicare un futuro duraturo, ma non per questo conservativo, della nostra identità. Un futuro parzialmente libero, temporaneamente autonomo. Diciamo durata, non necessariamente ripiego morale o moralistico della parola. Responsabilità della posta in gioco, non civismo sbandierato e, quindi, spettacolarizzato.

Le nostre opere, in questo orizzonte di senso in modificazione repentina, saranno l’arco perfetto e intagliato pronto a risuonare, la freccia sarà il nostro occhio critico pronto a fendere l’aria, la qualità sarà l’intensità con cui tiriamo la corda e lanciamo. Seppure nel disastro dell’immaginario italiano, un punto d’appoggio e un tentativo per essere buoni arcieri ancora dobbiamo e possiamo farlo. Anche da una posizione sbilenca, minoritaria, ridicolmente caparbia.

Alessandro Raveggi e Enrico Piscitelli

Guida per riconoscere i tuoi santi (in paradiso)

GUIDA PER RICONOSCERE I TUOI SANTI (IN PARADISO)

“Mi raccomando, non fate troppe raccomandazioni”

Giulio Andreotti

Quattro italiani su cento ammettono di avere ricevuto un aiuto dall’alto. Forse è orgoglio, forse presunzione, forse incoscienza. Peccato che circa un italiano su due abbia trovato lavoro, negli ultimi anni, soltanto tramite le proprie conoscenze: ritrovandosi quando segnalato, quando raccomandato, quando cooptato. E le famose agenzie interinali? E i rinnovati centri di collocamento? Siamo dalle parti del cinque percento dei nuovi impieghi: e questo a dispetto del generoso sostegno statale che non dubito abbia alimentato l’apertura di tanti, stupendi uffici colorati per le nostre strade. La mia generazione conosce le statistiche, sa giocarci, sa interpretarle; forse proprio perché s’è accorta di chi le statistiche le inventava, o le rovesciava a piacimento. Quando eravamo adolescenti, vagiva il forzismo e Gianni Pilo pubblicava strani sondaggi. Ci siamo fatti gli anticorpi. La mia generazione ha l’onestà e il coraggio di accettare la cultura popolare ereditata e al contempo nutre la speranza di poterla correggere, progressivamente. Noi siamo coscienti che i titoli di studio e le nostre capacità intellettuali non sempre bastano; siamo consapevoli che il sacrificio è la parola d’ordine della quotidianità, che la pazienza è la prima virtù che questo tempo ci domanda, e che la sensibilità e l’apertura mentale sono fondamentali. Noi abbiamo imparato a essere sociali, a tutti i costi. L’Italia è una nazione fondata sulla socialità, sulle amicizie, sulle appartenenze; sulle rivalità, e sugli antagonismi. Per essere integrati nel tessuto lavorativo dobbiamo essere riconosciuti e integrati nel tessuto sociale: per questo dobbiamo sforzarci di studiare il nostro territorio e dobbiamo essere felici di appartenervi. Per essere accettati e apprezzati non dobbiamo soltanto essere preparati, onesti e determinati: dobbiamo essere socievoli. Io pensavo, stupidamente, che certe dinamiche valessero soltanto nel mio ambiente, l’editoria. Un giorno, un vecchio maestro mi aveva detto, ghignando: “L’editoria si fa a tavola, cena per cena. Non hai capito?”. Lì per lì c’ero rimasto male. Mi sono accorto che aveva ragione, crescendo, e non soltanto per il nostro ambiente. Il vecchio maestro mi stava insegnando quale fosse la cultura della mia nazione. A ben pensarci, adesso è anche una questione di buonsenso: considerato il costo dei contratti, quanta fiducia deve avere un’azienda in un cittadino per ingaggiarlo? E chi può guadagnarla istantaneamente? Soltanto chi è stato segnalato o raccomandato: per merito, senza dubbio; ma anche per tempismo, disponibilità, affidabilità. Così vanno le cose, cantava qualcuno, così devono andare. Un giorno, sorridendo, costruiremo una nazione fondata sulla meritocrazia. Per adesso, ci addestriamo a riconoscere i nostri santi, e a salutarli col rispetto che si deve ai mecenati. Per 1000 euro al mese, a occhio e croce. Lorde.

Gianfranco Franchi

Fonti:

Rapporto “Generare classe dirigente” della Luiss, 2008

Rapporto ISFOL, 2007

Repubblica, 11 marzo 2009