Funambole

Riportiamo un breve estratto del libro Funambole (Marco Del Bucchia Editore, 2012) di Isabel Farah, le cui «sedici figure tragiche e ironiche, distaccate, percorse e scosse dalla realtà sono umane, conosciute, interpretate dalla cattiva attrice che ciascuna di noi si è trovata ad impersonare nella vita.» (dall’Introduzione di Martina Guerrini)

Qui ci dividiamo ancora in Medee e Giasoni.

 

“Medea, ci pensi mai a quando usciremo?”
Sí che ci penso. Muoio di paura. Vorrei davvero che finisse il mondo. Che morissimo tutti insieme. La mia galera è fuori. È dentro di me. All oppression is connected. Credo di non volere uscire da qui. Ho ancora quindici anni da scontare, mi rilasso davanti all’idea che finirà tra tanti anni. Mi rilasso davanti alle migliaia di giorni vuoti che mi aspettano.
“Sí, Agnès, a volte ci penso. Ma cerco di evitare questi pensieri. Della libertà non so che farmene”.
“Medea, libertà non significa essere libere di spostarci nello spazio, significa non credere piú agli altri. Non restare impigliata nei pensieri degli altri”.
Lo so, per questo mi sento libera qui dentro. Le parole che sento sono le tue, amica mia. E dalle tue parole non sento l’esigenza di divincolarmi. Sono quelle che voglio riferire io stessa a me. È comodo, vero? Credere a chi ci ama e non credere a chi ci odia. E però non credo che ci sia atteggiamento che segua di piú il corso naturale delle cose. Diffido di chi mi odia. Voglio circondarmi di amore, chi non lo vuole? Una vittima della civiltà dell’espiazione. Essere nel giusto non è poi cosí importante. Respirare amore, questo invece lo è. E anche il piú schifoso degli assassini può volere e desiderare requie. Io la desidero, voglio la pace per me. Infastidiscono i miei discorsi. Signorina, lei ha sbagliato e deve essere punita. Non sono io la prima a dire che è giusto cosí, non lancerò io la prima pietra per la mia lapidazione. Vorrebbero tanti che io lo facessi e nemmeno questo basterebbe ai loro occhi assetati di vendetta. Corpi altri mi devono punire perché contro la mia volontà devono vedermi soffrire. Chi acconsente al proprio giudizio patisce solo a metà e per il pubblico non c’è gusto, cade la tensione dello show. E non c’è limite allo show, questo lo ammettono tutti. Dai gladiatori agli streaptease, piú il gioco si fa tetro e piú il biglietto costa caro, piú le folle spingono per entrare e i giornali ne parlano. E vorreste vederle, due donne chiuse in cella che scontano una pena che ha come durata mezza esistenza umana, lo so che vorreste. Che i vostri pensieri vi spingono anche piú in là. Di che colore sono le mu tande del boia? E le detenute violentate godono dell’atto? Dai, almeno un po’ godranno. Sento le vostre risatine in un locale “in” della città piú cosmopolita del mondo. Le colpevoli a me sembrate voi. La cattiveria, sempre voi. Ma come fa una donna scarto di mondo a convincere un’arrivata che sono sorelle? Entrambe figlie della merda? Che il bicchiere di veleno l’ho bevuto io, ma me l’ha offerto lei? Non ci provo. Agguanto la differenza che c’è tra me e lei. Tra me che batto il marciapiede e lei che accetta di essere trattata come una puttana senza farsi pagare in contanti, che le sembrerebbe di vedere la verità nuda come un verme; invece, se le metti un abitino rosa confetto, anche il pallore della morte potrebbe trovare la giusta pendant, anche lo stupro, se vestito da un grande stilista, passa come un uomo distinto. Agnès si addormenta, io mi perdo in questi pensieri infiniti, labirintici come i meandri della mia intimità. Ancora cerco di riscattarmi abbandonandomi a essi. Cerco di trarre la conclusione che io sono migliore della barbarie del capitale. Ma non ne sono poi cosí sicura e in fin dei conti ciò che ho fatto mi logora dentro, non mi dà tregua. Cosa me ne importa che il mio boia sia un lurido servo? Sono forse io meno dolorosa e senza senno? La mia storia risulta ai miei occhi meno truce se immagino i volti avidi di cronaca nera che la sfogliano davanti a un cornetto caldo e un cappuccino? No di certo. La necrofilia delle giornaliste, l’indecente voglia di misurare i centimetri del cazzo del mostro, delle casalinghe e delle avvocatesse e delle donne in carriera non fanno di Medea una donna meno fragile, meno colpevole, meno Medea. Rimango inalterata, la storia sono io e non loro. Loro la raccontano e non creano nulla, fanno i postini, non gli scrittori e nemmeno i protagonisti dei romanzi. Dormi, ché è meglio. Russa in modo regolare e fastidioso, Agnès. Il caldo e le zanzare mi fanno diventare pazza. Tra poco piú di tre ore un secondino eccitato passerà per i corridoi e il rumore metallico di un coperchio da cucina che sbatte frenetico sulle sbarre ci butterà giú dalle brandine. Dormi, Medea, Cristo, ché è meglio. Chiudo gli occhi, mi asciugo il sudore che cola sul mio seno. Arriveranno i cani anche stanotte?

4 Responses to Funambole

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