LA FOULE

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La prima volta era stata la pioggia arbitraria e battente a spingerla dentro la Librairie du Temple, nel cuore del Marais, in una giornata di febbraio che sino ad un minuto prima le era sembrata incongruentemente primaverile e subito dopo si era rivelata un’illusione.
In tutte le occasioni successive, l’unico motivo sarebbe stato la vecchia donna con l’impermeabile rosso, indossato senza far caso alla stagione e le scarpe da tennis consumate dal marciapiede e dall’asfalto; e quella voce inconfondibile scolpita nel catrame, che senza logica, improvvisamente degradava al carezzevole. Virginie con il tempo aveva imparato le sue abitudini e sapeva quando trovarla. Il giorno, gli orari.
Quella prima mattina di pioggia era entrata nella libreria a testa bassa, con ancora la copia del Figaro a coprirle i capelli, aperta alla pagina degli annunci di lavoro fradicia e illeggibile. Si era data una breve scossa ai capelli castani liberandoli di cento minuscole gocce. Quando aveva rialzato il capo, aveva notato subito il capannello di persone radunato in fondo al locale intorno a qualcosa o a qualcuno. La voce dai due toni e dal timbro mutevole che si alzava sopra le teste della piccola folla le aveva fornito le coordinate. Era avanzata verso il fondo della sala. La libraia, alla cassa, l’aveva guardata e le aveva chiesto con aria divertita se quella fosse la prima volta che capitava da quelle parti. Virginie aveva detto di sì con il capo e aveva continuato. Lo spazio era talmente ristretto e le persone così attaccate l’una all’altra, che le sarebbe risultato impossibile guardare oltre, se un signore vestito dello stesso bianco dei suoi capelli e dei baffi che facevano da tetto ad un sorriso, non si fosse scostato e le avesse ceduto il posto, forse per antica cortesia o semplicemente riconoscendo un nuovo arrivo.
La vecchia aveva un libro in mano, aperto nel mezzo, e leggeva. Meglio, declamava. Le parole uscivano precise, dense e avevano una forma propria, valevano per quello che erano e non per quello che dicevano, così sembrò a Virginie praticamente subito. Solo in un secondo momento lo sguardo le cadde sulla copertina e si accorse che si trattava di un manuale di giardinaggio. Le venne da ridere, e lo fece, anche se non era sua intenzione perché guardando la vecchia, aveva più di un motivo per non farlo. Dei presenti, invece, pochi sorridevano; quasi nessuno. Erano assorti. Attenti. E davano l’impressione di non essere davanti ad una sorpresa, ma di intervenire ad una replica piuttosto.
La vecchia in rosso scandiva ogni parola, ogni frase e riusciva a guardare tutti senza guardare nessuno. Era come se vedesse qualcosa che agli altri fosse impedito di vedere, come se vi fosse un altro uditorio, nascosto, di ombre, di fantasmi; di pensieri. A Virginie parve però, che gli occhi della signora per ancor meno di un istante si fossero soffermati su di lei e fossero entrati nei suoi.
“Orchidee” fu l’ultima parola che pronunziò, e lo fece con una specie ruggito, di strappo. Chiuse il libro, lo consegnò ad un ragazzino che gli stava davanti, il primo della fila. La piccola calca si aprì per lasciarla passare. La vecchia, come se nulla fosse iniziò a ballare, lasciandosi portare da un compagno immaginario, canticchiando forse con intenzione forse per una strana coincidenza, il valzer dei fiori di Tchaikovski. Quando passò volteggiando davanti alla cassa, la libraia la salutò in yiddish chiamandola Marie. Un vecchio commesso la aspettava all’uscita tenendole la porta spalancata. Virginie la seguì e uscendo notò la vecchia voltare l’angolo con Rue des Rosiers e dileguarsi.
Virginie, quella mattina comprò dalla Librairie du Temple il Trattato di giardinaggio di Clermont-Lagrange e più tardi, prima di affrontare le otto rampe e guadagnare la sua mansarda, acquistò un’orchidea da una fioraia ambulante per il vaso che centrava la sua tavola.
Virginie tornò spesso nella libreria del vecchio quartiere ebraico, solo per vedere la vecchia che chiamavano Marie la matta, ascoltarla mentre leggeva il libro prescelto e seguirla fino all’uscita mentre ballava un brano a tema, sino a quando scompariva nella folla. Così, capitava che alla lettura di unbaedeker sull’Olanda, seguisse una marcetta su Amsterdam di Brel; a quella dell’elenco delle barche partecipanti alla Fastnet del 1988amministrata come una liturgia, La Mer di Charles Trenet; e che alla descrizione dei fotogrammi su un saggio sul cinema di Marcel Carnè, la voce a due piani intonasse La chanson de Prevert di Gainsbourg. E tanto altro ancora.
Virginie si ritrovò giorno dopo giorno a riempire gli scaffali semivuoti della piccola libreria del suo minuscolo soggiorno di libri forestieri e i ripiani di oggetti inutili, e a cantare e ricordare canzoni e arie che già conosceva e la riportavano indietro a quando era felice, o era convinta di esserlo. Le mattine, cominciò a soprenderla, davanti allo specchio, un sorriso che da troppo tempo disertava il suo viso.

Il pomeriggio del primo giorno dell’estate Virginie, scese i quattro piani senza sapere bene il perché. Il sole perforava le nuvole pigre ed inconsistenti e le riscaldava le spalle e i capelli. Mentre camminava riconosceva il tragitto. Accorgersi che la libreria e la vecchia la chiamavano senza che lei se ne rendesse conto la spaventò e la fece sentire viva come non accadeva da tempo, da anni forse. Guardò i caratteri ebraici dipinti accanto alla porta senza riuscire a leggerli ed entrò.
Era un mercoledì, eppure la vecchia e il suo impermeabile rosso erano lì, al solito posto. Non c’era nessuno tranne loro due e la signora Wolcowitz, la proprietaria. La vecchia aveva appena scelto un libro, dalla copertina scolorita, una vecchia edizione Gallimard de Lo Straniero di Camus. Virginie ascoltò la descrizione della morte della madre di Meursault come un fedele il vangelo e si trovò a cantare a voce bassa, insieme alla donna – che contemporaneamente era impegnata in una delle sue danze bizzarre e senza grazia – L’Etranger della Piaf.
L’impermeabile rosso, mentre scompariva dietro la porta, ebbe uno strano sbalzo, come se una folata di vento lo avesse spostato. A Virginie dovette sembrare la coda di una cometa. Corse verso l’uscita. Si gettò sulla strada e svoltò immediatamentre l’angolo di Rue des Rosiers, appena in tempo per rivedere finalmente sua madre che si voltava e per un lungo istante la guardava negli occhi sorridendo, in un giugno di tanti anni prima, la campagna spoglia e immobile,i capelli sul viso, prima di andare via.

end titles http://www.youtube.com/watch?v=JXUUxpVTfEg

Domenico Caringella 

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