ContraSens – La mia Vienna era da un’altra parte

di Dan Sociu
Traduzione di Clara Mitola

Fino ai 29 anni sono uscito una sola volta dal paese, a Vienna, dopo però ho sempre viaggiato, sono stato quasi un anno in Germania, due settimane in Svezia, un mese a Londra e quasi due mesi in America, e ho visitato per un giorno, due, tre, anche altri paesi, quanto basta per scappare dal bovarismo e per capire che, secondo le parole di un personaggio di Morven Callar, “It’s the same crapness everywhere, so stop dreaming”.

Avevo litigato con Miha, non ci vedevamo da circa due settimane, però l’ho pregata di lasciarmi dormire da lei, la notte prima della partenza. Stava proprio accanto alla stazione, il treno era alle sei ed ero agitato, se non mi sveglio, se non arrivo in tempo, sarei morto d’invidia, mi sembrava l’unica possibilità della mia vita di uscire dal paese, in più volevo essere pulito, che da Ștefan, dove dormivo nell’ultimo periodo, non avevo acqua per lavarmi, nemmeno luce per prepararmi alla partenza. È stata d’accordo, sono arrivato da lei di sera con lo zaino e una bottiglia di vino economico, abbiamo mangiato e chiacchierato in cucina, poi ci siamo infilati a letto e abbiamo iniziato a coccolarci. Miha non prendeva la pillola, le creava problemi, però aveva un preservativo in una scansia del guardaroba, mi ha detto di prenderlo, ho detto lascia perdere, non mi alzo più, era anche per una sorta di imbarazzo, una sorta di paura di rovinare il momento, ma ero anche felicissimo di partire, mi sentivo come invulnerabile, mi sentivo davvero bene, che mi poteva succedere?
Alle cinque ci siamo incontrati alla stazione, Ovidiu, Mich, Gheo, Costică, felici, assonnati. Era una bella mattina di marzo, riuscivo appena a tenere gli occhi aperti, appena cominciava a farsi luce gli uccellini cantavano. Abbiamo bevuto qualche caffé sul binario, abbiamo fumato qualche sigaretta. Avevo 25 anni, niente soldi, niente futuro e niente preoccupazioni, però andavo a Vienna, ad una lettura di poesie insieme con alcuni scrittori più grandi, ma giovani anche loro, che mi avevano accolto nel loro club, un gruppo letterario sovversivo, antisistema, anti non so che, nemmeno lo sapevo davvero, giochi tra loro, nemmeno me ne importava davvero, tutto era stare con i ragazzi più grandi. E ci stavo, a casa da loro, si parlava, si beveva, mi prestavano libri, leggevano con attenzione le mie poesie, mi lodavano, mi criticavano, Ovidiu aveva convinto quelli della Junimea1, un anno prima, a pubblicarmi in un libricino con cui avevo vinto il Premio Eminescu per il debutto, quell’inverno. Fino a Bucarest è stato tutto un ridere e scherzare – Ovidiu si era portato moltissimi panini, uno per ogni ora di viaggio ha detto, e se vai con la transiberiana, ha detto Costică, come fai, porti uno zaino a parte – e poi a Bucarest, in un bar vicino la stazione, ci siamo visti con Marius Ianuș, che ci ha dato qualche esemplare del suo nuovo libro, L’orso del container, che abbiamo letto e commentato fino ad Arad. In generale, ha suscitato reazioni entusiaste, in me un po’ meno, che ho storto il naso per le rime, anche se in segreto mi piacevano, a chi non piacciono le rime? Al confine Borș, un doganiere ungherese ci ha chiesto perché avessimo tanto alcol con noi – avevamo messo qualche bottiglia di Rameros, rachiu alle mele di Bucium in ogni bagaglio – e gli ho detto che sono regali, il che era anche vero, a cui lui ha risposto che è assurdo portare dell’alcol in regalo, osservazione che mi è sembrata venisse da un altro mondo.
Da quando siamo entrati in Ungheria gli occhi hanno cominciato a piroettarmi. Non c’era niente di speciale da vedere, campagna e qualche villaggio con piccole case come capanne, molto simili l’una all’altra, ma la semplice idea di essere in un’altra nazione mi ha tenuto col naso incollato al finestrino, fino a quando non s’è fatto buio. Mich ha aperto una bottiglia di vodka e ha riempito un bicchiere a ciascuno, con un misurino di alluminio che teneva nella sua borsa, in cui, come nella borsa del diavolo di Romanzo teatrale di Bulgakov, si trovava qualsiasi cosa ti servisse, in qualsiasi momento. A Budapest, dovevamo fare una sosta di mezz’ora, sono sceso con paura e mi sono diretto a grandi passi, quasi correndo, fino all’uscita della stazione, dove ho lanciato un’occhiata alla città che dormiva, dall’alto, dall’ultimo gradino senza avere il coraggio di scenderlo. Sono tornato al treno ugualmente di corsa, tirando un sospiro di sollievo quando ho visto che era ancora lì, molto tempo dopo mi sarei vantato, quando arrivava il discorso dei viaggi all’estero, di aver visto anch’io Budapest. In Austria, un doganiere brutale ha ordinato ad Ovidiu di aprire la valigia, ma Ovidiu aveva dimenticato la combinazione del lucchetto, il doganiere si è infuriato, ha iniziato ad agitarsi e a gridare come in un film di nazisti, cosa che ha messo Ovidiu ancor più in agitazione, sudava girando senza sosta le rotelle argentale. Ovidiu, più o meno ufficialmente, era il capo del nostro club e non l’avevo mai visto perdere la padronanza di se. Il doganiere era diventato insopportabile, Mich gli ha spiegato qualcosa in tedesco, ma non è riuscito a calmarlo, ad un certo punto però Ovidiu ho indovinato la combinazione, ha aperto la valigia e il doganiere è scomparso.
Dopo un giorno di viaggio siamo arrivati a Vienna, che mi ha sedotto immediatamente. Non mi impressionava quello che vedevo di per sé, quanto l’assoluta differenza rispetto a quello che vedevo abitualmente. Guardavo i viennesi ed ero convinto che ognuno di loro avesse pensieri e biografia straordinariamente interessanti. Ascoltavo i bambini parlare tedesco e mi scioglievo per quanto affascinante mi sembrava il loro chiacchierare. Ogni dettaglio, ogni millimetro di marciapiede era del tutto differente da quello che avevo visto fino a quel momento. Quando, verso il terzo giorno, ho incrociato una donna con una sporta di rafia, mi sono sentito come quando, da bambino andavo con i miei genitori in un’altra città e appariva per strada una macchina col numero di targa di Botoșani – un segno da lontano, da casa. Ci hanno alloggiato all’ambasciata, non in camere singole, abbiamo avuto un incontro col capo di un’istituzione culturale romena, una tipa che avevo visto molte volte sul canale tedesco della TVR e che in sostanza lì non faceva nulla, non aveva attaccato le locandine della serata, non aveva fatto alcun annuncio, Gheo al ritorno ha anche scritto un articolo su di lei, comunque sia, siamo dovuti andar noi per la città ad attaccare le locandine. Le locandine le aveva fatte Ovidiu e sembravano quelle di certi spettacoli di Stela Popescu, Arșinel, Nae Lăzărescu, Elena Cârstea2 etc. coloratissimi, divise in quadrati con le foto di ognuno di noi, io ero rasato con la cresta, come me ne andavo in giro un periodo, più o meno una settimana, a Iași, e una gonna scozzese tipo kilt. Eravamo capitati lì, proprio alla vigilia della più grande manifestazione contro la guerra in Irak, che sarebbe cominciata a breve, e i muri erano stracarichi di manifesti, abbiamo attaccato anche noi i nostri dove abbiamo potuto, ma ci eravamo un po’ abbattuti, la lettura avrebbe avuto luogo proprio la sera della manifestazione, quando pensavamo noi, la città sarebbe stata bloccata, come è poi stato.
Siamo stati alloggiati all’Ambasciata di Romania, dove il personale ci trattava come fossimo sporcizia tra le dita dei piedi, quando scendevamo per la scala ufficiale, i custodi ci sgridavano e ci spedivano a quella di servizio, ma per lo meno ci siamo avvicinati ad un grande museo tappezzato con le opere di Klimt, e alla casa di Freud, dove non abbiamo avuto curiosità di entrare. La sera della lettura, per strada c’erano 50000 persone che protestavano contro la guerra. La maggior parte di loro sventolava bandiere rosse, con falce e martello e il viso di Lenin, cosa che, a me, cresciuto in adolescenza con libri e pubblicazioni della Humanitas3, sembrava incredibile, un’immensa sciocchezza, cecità. Non riuscivo a capire cosa non gli andasse bene, oltre la guerra che comunque si sarebbe svolta da un’altra parte, della loro vita nel capitalismo. Nonostante tutto questo, non ho potuto evitare di entrare nella folla, tra le bandiere che sventolavano, e di pregare Mich di farmi una foto. Se doveva esserci di nuovo la Rivoluzione, questa volta realmente in tutta l’Europa, potevo dimostrare di essere stato dalla parte giusta.
Vienna era una città costosa, ed io, che a Iași me la cavavo con i pochi soldi a disposizione, la piccola indennità che prendevo e i pochi incassi provenienti dalle antologie del club vendute durante la sera di lettura per i romeni della diaspora, osservavo tutto ciò che era in vendita come attraverso un binocolo distorto. La sola spesa importante è stata la maglietta con Il bacio di Klimt, per Miha, dopo che sulle prime avrei voluto comprare una sciarpa con la stessa immagine che, credevo io, costava solo 9 euro e 50, perché il venditore mi aveva detto nain und fiufțin, che vuol dire 59, e mi sono vergognato terribilmente quando ho dovuto restituirla, già impacchettata, mi sono sentito uno di quei poveracci fastidiosi dell’Est, ciò che, in effetti, ero. In ogni caso avevo speso i soldi per cose abbastanza stupide, così il terzo giorno sono andato in giro per la città senza nemmeno un soldo, deciso a non spendere nulla fino a sera, avevo anche dei panini e, quando siamo arrivati alla Stephansdom, in cima alla quale mi sarebbe piaciuto salire insieme agli altri, ho infilato una mano in tasca e avevo 4 euro, giusto quanto costava il biglietto d’ingresso alla cattedrale. L’ho detto anche agli altri, meravigliato, e loro mi hanno detto di pensarci bene, se non si trattasse per caso di soldi dimenticati in tasca. Ho scritto anche un poema sull’argomento, pubblicato nel mio libro Fratello pidocchio. Sempre in quel momento, di fronte alla cattedrale ho visto delle donne che se ne stavano con le mani tese e gli occhi chiusi al sole, a riscaldarsi, attività che mi è sembrata alquanto ridicola e noiosa, sebbene ora la capisca molto bene.
Un momento che ci ha scaldato il cuore è stato quando un ministro romeno ha visitato Vienna ed è stato alloggiato in ambasciata, e il ministro non era altri che un buon amico e compagno di liceo di Ovidiu. Quando il ministro è sceso dall’auto e ha abbracciato il nostro leader, i custodi dell’ambasciata si sono smontati di colpo e il colore dei loro visi è sparito più o meno come per le modelle di Egon Schiele.
Sono anche stato al Pater, ma non sono salito sulla grande ruota, però sono stato tentato da una specie di fionda che ti lanciava dieci metri in su, anche se alla fine non c’ho provato che in quel periodo bevevo e mi sono sentito male solo a guardare la macchina. Mi piacevano molto i punk del metro, nel mio snobismo credevo fossero loro i veri punk, mentre quelli che conoscevo io a Botoșani e Iași erano solo ridicole imitazioni, quando in realtà, come avrei avuto modo di capire sette anni più tardi a Berlino, gli ultimi erano i primi, a fare del punk serio, come me, che vivevo da alcuni anni in una casa nel centro di Iași senza elettricità né acqua e non avevo nessun legame con nessun sistema, mentre i giovani occidentali erano solo individui assistiti falsamente marginali, alloggiati dallo stato in case popolari e pagati quasi 500 euro al mese per fare contestazione.
Vienna mi è piaciuta, ma da quel viaggio mi aspettavo una rivelazione e forse per questo desideravo che la storia di quei 4 euro fosse vera. In ogni caso non mi è successo niente di miracoloso e sono tornato a casa con la sensazione di non essere stato nella vera Vienna, ma in un’imitazione ben riuscita. La mia Vienna, come sempre, era da un’altra parte. Freud, in una lettera a Roman Rolland, dice di aver vissuto la stessa sensazione quando è uscito per la prima volta dal paese, in Grecia, e lo spiega attraverso il senso di colpa nei confronti di suo padre, che non era mai arrivato così lontano. Mio padre, come la maggior parte dei romeni fino agli anni ’90, non è uscito dalla Romania, però, quando sono stato io in Austria, lui era già morto da dieci anni, e dove sarebbe andato lui più tardi, io non avrei nemmeno saputo arrivarci, quindi può darsi che la mia frustrazione avesse una spiegazione più semplice, che riguarda le speranze e le illusioni corrette dalla realtà. Nel frattempo, senza saperlo, vivevo gli ultimi giorni ufficiali di gioventù: quando sono tornato, un mese dopo la notte della partenza per Vienna, Miha mi ha comunicato di essere incinta.

1 Junimea è una casa editrice romena, con sede a Iași.
2 Per capire meglio il genere di locandine a cui si riferisce l’autore: http://laurentiupintoi.files.wordpress.com/2010/11/revista-revistelor-in-spania-afis.jpg
3 Humanitas, una delle maggiori case editrici romene, è nota per aver pubblicato numerosi titoli che analizzano l’esperienza comunista in Romania. 

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