Cucciolo mio

Tony Pappalardo dominava la classifica. Gli ascoltatori di Radio Las lo chiedevano in massa nel primo pomeriggio, durante il programma di musica a richiesta condotto da Vitonello. Maria Rosaria  voleva chiamare anche lei, s’appuntava il numero sul bordo del libro di trigonometria e si scriveva affianco pure la canzone da domandare, lei avrebbe fatto una scelta fuori dal coro, avrebbe scelto i Queen, i Queen con Time. I Queen con Killer Queen. I Queen con Don’t stop me now. Tornava a casa giusto in tempo per vedere i suoi uscire per il turno di pomeriggio, certe volte trovava solo la caccavella ancora calda con gli gnocchi azzeccati sul fondo ma era sempre in tempo per Radio Las. Il programma cominciava alle 14, giusto in tempo per il rientro da scuola dei maggiori ascoltatori. Maria Rosaria aveva acceso la radio ancora con lo zaino sulle spalle, ancora con il giubbino attaccato alla schiena in uno strato sottile di condensa e così facevano tutta una serie di adolescenti  che il direttore di Radio Las sapeva appena usciti dai licei sperimentali e dagli istituti professionali sparpagliati come grani di sale lungo tutta la piana del sele. Erano pomeriggi di dediche a Cinzia della terza A sperimentale linguistico di Campagna da parte di Apollonia della seconda B sperimentale sociopsicopedagogico succursale di Campagna, canzone Bella Stronza, messaggio: «Tanto Antonino non ti vuole». Vitonello giocava bene sui titoli, ripeteva il nome di chi chiamava e il nome del destinatario un paio di volte, poi lanciava Masini (Bella stronza e Vaffanculo), Tozzi (Ti amo), Pausini (Non c’è), Alessandro Mara (Ci sarò), Alessandro Errico (Rose e fiori), Massimo di Cataldo (Michela) e in certi casi anche Eros Ramazzotti (Dolce Barbara).  Ma Tony Pappalardo imperversava, la fila delle dediche era lunghissima, Vitonello lo passava sei volte in due ore e mezza ripetendo sempre quanto la hit fosse richiesta, quanto Tony fosse contento del suo successo e quante emozioni suscitava dentro questa bellissima canzone. Anche Maria Rosaria se l’era imparata a memoria nell’autobus, quando, durante il tragitto di ritorno, sognava ancora di potersi unire al coro delle figliole sedute negli ultimi posti, le meglio figliole che avevano tutte gli occhi chiari, tutte i capelli lisci, tutte i pantaloni a zampa e tutte la maglia attillata della magilla, della onyx, della phard. Un pomeriggio aveva preso nota  e sulla brutta  copia della versione di latino, Orfeo e Euridice, aveva scritto: «Cucciolo mio sei sotto casa, ma tua madre è affacciata, stasera, chissà che cosa dirai, che scusa mai inventerai». Il foglio era stato piegato ed inserito nella mascherina dell’abbonamento mensile, l’avrebbe tirato fuori al momento giusto, quando suo padre avrebbe preso lo stipendio e avrebbe avuto anche lei gli stivaletti con le zeppe. Però intanto ripassava: «Quando il buio scenderà, in quel posto che sai già, noi, abbasseremo i sedili, e via i nostri vestiti, e l’amore sarà». Nel ritornello Tony Pappalardo alzava la voce di un quarto e , infine, cantava: «Solo con te vorrei restare, solo per poi poterti amare, verrò da te per abbracciarti, accarezzarti e poi baciarti, per poter restare insieme a te, insieme a te».

Maria Rosaria inizialmente non aveva accettato di buon grado l’equazione semplice di Tony, le era sembrata troppo elementare. Una volta usciti, Tony e la figliola di Tony che cosa facevano? La figliola di Tony studiava pure lei il latino e rosa rosae, gli parlava di Pope e dell’interrogazione su Madame de Staël? Una volta che era uscita di nascosto, come faceva a rientrare? Aveva rimostranze specialmente su quel «ma tua madre è affacciata» e s’era sentita piuttosto offesa dal sentirla cantare durante l’assemblea d’istituto, s’era dissociata pure dalle compagne di classe che frequentavano corsi autogestiti di latino americano. All’inizio c’aveva provato pure lei, aveva imparato a fatica il Tiburon, il Pam pam e la Ritmovuelta, alla fine della prima settimana era diventata padrona al punto di essere invitata al Lillypark, serata latino americano.

Il Lillypark era un albergo ristorante a due piani e lo si vedeva, rosa confetto, pochi attimi prima che l’autobus voltasse  la rotatoria del quadrivio: al Lillypark stavano i MakP di tutti gli istituti, venivano da tutta la piana a fare le feste di diciotto anni e Maria Rosaria non  c’era mai entrata, tre o quattro volte aveva preso il pullman che fa il giro per le campagne giusto per passarci davanti ma con molto dolore aveva scoperto che non si vedeva niente manco da Puglietta, da Varano, da Galdo e dal resto delle frazioni di due tre case e campi di olive. La sera del latino americano sarebbe stata la prima sera, quella necessaria al suo ingresso in una società che la includeva solo a fasi alterne, soprattuto in prossimità delle interrogazioni e dei compiti in classe, quando si moltiplicavano le firme sul diario in cambio dell’analisi del testo della morte di Ermengalda. Pure Maria Rosaria teneva le trecce morbide, il petto non c’era ma sarebbe stato, nel caso, di sicuro affannoso come nel canto dell’Adelchi, e aspirava da un anno alle pizze al sabato, al cinema a Battipaglia, ai filoni a Salerno, alle canne, sarebbe stata contenta persino di cacciare le 5 mila lire di quota per il regalo di compleanno di Loredana, di Giulia, di Marianna ma, malauguratamente, Maria Rosaria era inciampata durante la  doppia giravolta della Duena de  lo Swing. L’intero Lillypark aveva riso, lei s’era sentita come Carrie in Carrie lo sguardo di Satana e aveva preso un primo atto della sua inadeguatezza.

Quando aveva saputo che il padre non le avrebbe comprato gli stivali con la zeppa, infine, era andata a parlare con il rappresentate d’istituto. Il rappresentate d’istituto di chiamava Donato ma per tutti era semplicemente Casarsa, perché, per l’appunto era nato nella frazione Casarsa, quattro case sotto il sole cocente. Teneva diciannove anni, i capelli lunghi e due tre sulla pagella di fine anno, e quando l’aveva vista le detto: «Ah, e perchè non sei con le altre figliole, non ti piacciono i latino americani? Vedi che mo facciamo pure un corso autogestito di canzoni spagnole di Ricky Martin». Lei aveva fatto l’offesa e Donato Casarsa, seduto mollemente al tavolino del bar di Mauro, l’unico bar del paese con la musica, le aveva fatto una specie di interrogatorio:

«E che musica ti senti?»

«I Queen. I Nirvana. Lucio Battisti».

«Ah. E Jon Bon Jovi ti piace? Ia, sei simpatica, vuoi fare un corso pure tu?»

Il corso autogestito di letteratura contemporanea era cominciato il giorno appresso: si sarebbe discusso di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, Noi ragazzi dello zoo di Berlino, Due di Due, Il giovane Holden, Il profeta. Casarsa ci aveva portato due o tre persone, il professore di chimica aveva offerto la sua disponibilità per una lezione sul Simposio di Platone, ne aveva pure regalato una copia a Maria Rosaria, detto che si trattava di un’iniziativa per persone speciali. Ma nel caos dell’autogestione, mentre nei bagni le ragazze fumavano e provavano i balletti per partecipare al programma Popstars su Italia uno, erano arrivati nell’aula due ragazzi disabili accompagnati dalla professoressa di religione, avevano tutti inveito contro questi ragazzi dello zoo di Berlino che buttavano al vento la loro vita di bambini sani e Maria Rosaria s’era trovata a difendere Cristiane F. e la sua triste storia, si sentiva molto vicina a Cristiane F. in ogni caso, non avesse avuto paura degli aghi avrebbe sicuramente deciso di farsi pure lei.

Casarsa alla fine l’aveva abbracciata e le aveva offerto la malboro rossa che in gergo significava «mi piaci assai» e Maria Rosaria s’era trovata contenta di aver imparato a fumare due settimane prima.

Carolina le aveva dato lezioni approfondite in cambio della versione di francese su Lamartine, le aveva spiegato che il trucco stava, una volta dato il primo tiro, nell’aspirarlo. Per aspirare il fumo stava una tecnica semplicissima: si tirava e bastava dire: «Uh papà», come se fossi stata sorpresa da tuo padre a fumare dietro la porta del cesso e già sapevi che sarebbero state mazzate. La paura, diceva Carolina, avrebbe fatto il resto. Così era stato: dopo venti «Uh papà», Maria Rosaria sapeva fumare. Casarsa l’aveva guardata sorpreso, ma solo di mezzo quarto, poi le aveva detto che poteva darle un passaggio fino al quadrivio. Una volta arrivati alla rotatoria lui era entrato nel parcheggio del Lillypark e sotto il palazzo rosa confetto le aveva dato un bacio, poi le aveva spiegato che lei era troppo piccola, avevano cinque anni di differenza ma era bellella, mo doveva andare a prendere il pullman però, che era tardi e lui doveva farsi una canna.

Radio Las aveva appena mandato in onda la pubblicità di un negozio di vestiti da sposa che promettevano di vestire il magico momento per coronare il grande sogno, poi Vitonello era tornato in diretta e ripetuto il numero delle dediche. Maria Rosaria teneva in corpo ancora metà del fumo, sentiva le parole vicine alle labbra ma una volta aperta la bocca dimenticava cosa ci stava da dire, sapeva solo Casarsa, Casarsa, Casarsa, Lillypark, Casarsa. Fece il numero di slancio, non ci voleva manco il prefisso, e quando Vitonello rispose scandendo lo slogan dell’emittente («Radio Las, addò ti piglia là te lass») Maria Rosaria avrebbe solo dovuto chiedere dei Queen, o dei Nirvana, o di Jon Bon Jovi, sapeva esattamente cosa fare, l’aveva scritto sul quaderno di inglese, l’aveva scritto chiaro, nomi di canzoni e dedica per il miglior rappresentate d’istituto. Invece  s’era messa a raccontare del bacio, della canna, del filone che dovevano fare il giorno appresso, di lui come si chiama, lui si chiama Casarsa, Donato Casarsa, io sono Maria Rosaria, vorrei sentire una canzone tutta per lui, i Queen, i Nirvana, Jon Bon Jovi. A Radio Las non c’erano molti dischi di musica, la maggior parte erano robe anni settanta dei Collage, dei Pooh e de il Giardino dei Semplici. I Nirvana Vitonello non li sapeva proprio, dei Queen aveva Dirodedé e di questo Bon Jon Jovi stava solo Always, Maria Rosaria cosa voleva? Lei rideva dall’altro capo del filo. «Maria Rosaria», aveva detto lui «lascia fare a me, ti metto la migliore canzone del momento, tutta per te».

Dopo due secondi era tornato in diretta con una nuova dedica speciale per una storia d’amore appena nata tra Maria Rosaria della prima A sperimentale linguistico e Donato Casarsa, il rappresentante del liceo di Campagna, con il messaggio: «Grazie del nostro bacio di oggi e sono contenta che facciamo filone domani». On air: Tony Pappalardo con Cucciolo mio.

Raffaella R. Ferré

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