Suonare il paese prima che cada

Suonare il paese prima che cada (Agenzia X, 2011)

a cura di Andrea Scarabelli 

Sceglie un campo minato Andrea Scarabelli con il suo Suonare il paese prima che cada, un focus, un’analisi sulla musica indipendente italiana degli anni zero, il decennio più controverso da Rock around the clock in poi. E Andrea, 28 anni, sceglie di far parlare, in primis, loro, i protagonisti, o almeno una buona rappresentanza della scena indipendente nostrana, che sviluppa una nuova generazione di musicisti, povera di mezzi, ricca di determinazione e di talento musicale e poetico. In un’Italia che rischia di crollare questa nuova generazione di musicisti non ha aspettato tempi migliori per evitare di sporcarsi le mani. Non si sono trasferiti all’estero. Hanno continuato con ogni forza a suonare il paese prima che cada. L’introduzione è curata da Emidio Clementi, Massimo Volume, uno dei principali esponenti del nuovo panorama indipendente. Subito escono allo scoperto i primi nervi, affermando che, con la grande discografia al tracollo, un futuro sempre più ostaggio di Internet, non si capisce in che modo i musicisti riusciranno a guadagnarsi da vivere, dove anche il mondo delle etichette indipendenti non è chiaro se sia in via di estinzione oppure semplicemente in via di ridefinizione. L’importante è non pretendere di essere solamente artisti, ma occuparsi di distribuzione, produzione, aspetti logistici. Non accettare compromessi con persone spesso incompetenti. Crederci per davvero. Il libro poi prende il volo con undici racconti orali, ricchi di storie di vita vissuta, aneddoti d’infanzia e adolescenza teneri e divertenti, ma anche traumi e le classiche solitudini di chi decide di vivere al di fuori delle omologazioni sociali. Baustelle, Zu, Ministri, Offlaga Disco Pax, Meg, Il teatro degli orrori, Dente, Le luci della centrale elettrica, Tre allegri ragazzi morti, Tying Tiffany, Enrico Gabrielli dei Mariposa e Calibro 35 che narra la bizzarra idea di lanciare il primo lavoro con l’operazione “copia e masterizza”, allo stand del MEI, con tanto di fotocopiatrice e masterizzatore. Ad offerta libera. Chapeau. Salta fuori un altro nervo scoperto del decennio, dove viene a mancare il tentativo di ricerca di filoni, sempre meno legati ad un’attitudine musicale. Tutto è intercambiabile, interconnettibile. Internet ha dato una spallata epocale alle majors, responsabili di troppi errori, di un’irritante miopia, perdendo l’occasione buona per avviare una nuova cultura di management musicale, che possa coesistere con la democratica rete delle reti. Hard disk carichi all’inverosimile di Mp3, che diventano una sorta di blob della storia, frammentando e dematerializzando il concetto di disco. Il risultato è una platea sterminata di giovani neofiti, o semi neofiti, che vedono stimolanti o eccitanti suoni che appaiono subito poco positivi a chi di musica negli anni ne ha masticata davvero tanta. Ma chi può comprare dischi ai giorni nostri? Per lo più la fascia trenta/cinquantenni, vuoi per disponibilità economiche, vuoi per cultura all’oggetto disco. Intanto segnali incoraggianti possono scorgersi: il vinile, il cui funerale è stato tante volte annunciato, segue negli ultimi anni un trend positivo. E non credo sia per un vacuo vezzo vintage. Segnali di speranza ce ne sono e ciò rende ancora più indefinibili gli anni zero. Andrea Scarabelli rende omaggio a questa nuova scena indipendente che è emersa in Italia e lo fa con un libro che scorre senza intoppi, audace nell’intento, con dettagliate discografie, labels, un’appendice che ripercorre la storia della discografia indie italiana dal duemila al duemiladieci. Dichiara onestamente di non essere un giornalista musicale ma raggiunge l’obiettivo. Dopo averlo letto viene voglia di procurarsi subito qualcosa. Abbandonate Youtube e recatevi in un negozio. Si può partire anche con pochi euri, penso alla compilation del tour/progetto di Manuel Agnelli “Il paese è reale”. Ne troverete tanti dei nuovi dispensatori di emozioni che si raccontano in questo Suonare il paese prima che cada.

Roberto De Marco


One Response to Suonare il paese prima che cada

  1. Pino says:

    Molto interessante! Anche se non conosco alcuni di questi suonatori e non capisco cosa c’entri, ad esempio, MEG. Ma tant’è, son d’accordo con il De Marco che entrare in un negozietto di dischi (sempre più rari, oramai, sigh!) è sempre una bella emozione, e trovare il negoziante che ti propone, introduce, ti consiglia è l’emozione di un pomeriggio tra “compagni di merende”! drG

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