Confessioni qualunque – 4

#4 – Gemma

di Linda Caglioni

Che resti tra noi.
Perché se mia madre lo scopre le viene un infarto.

Già la vedo, nella luce calda del suo cucinotto in legno, tutta intenta a scovare in qualche libro di ricette la torta più buona da preparare alla sua bimba di ventisette anni. È avvolta nel pigiama di flanella, sul suo petto molle due pinguini si baciano sopra una scritta in inglese. Ce l’ho proprio qui davanti agli occhi, l’immagine di lei che affloscia le guance rugose dalla delusione, lascia scivolare gli occhiali sul naso, perché pensa che così leggerà meglio dentro i miei occhi, gli occhi della sua topina. È sempre stata convinta di saperlo fare. Anche quando saltavo la scuola, quando prendevo un brutto voto o quando stavo troppe ore a casa di un ragazzo per fare le cose che secondo lei non ero pronta a vivere. Diceva di sapere tutto, semplicemente guardandomi. Facevo fatica a mentirle, perché le credevo. Poi ho capito che nei miei occhi, in realtà, ci ha sempre trovato quello che più le piaceva. Per questo penserebbe che è uno scherzo, lo penserebbe così fortemente che riuscirebbe perfino a non farsi trapassare le orecchie vecchie e morbide da quella brutta notizia.

Faccio la ballerina, mamma. Da qualche tempo, saranno due mesi, credo. No, la mia amica Valentina non viene con me. Vedi mamma, ora è un po’ diverso, non c’è il saggio a fine anno. Non c’è mai nessun saggio qui, mamma. Ballo al Maga Circe, in viale Certosa, a Milano. È un night club, mamma. No, aspetta, non è come pensa la gente, ascoltami, per favore. Per una buona volta mi fai finire di parlare?

Lo so già. Lo so già che urlerebbe come un mercante in fiera, che è solo uno scherzo. Solo un brutto scherzo. Coprirebbe la mia voce con qualche strillo irritato. Mi direbbe di apparecchiare, che è tardi. Tornerebbe a cercare un dolce da cucinare. E controllerebbe se in frigo è rimasto abbastanza burro, ha dimenticato di comprarlo.

E se invece lo sapesse mio padre?
È lì, affondato nella sua fedelissima poltrona di finta pelle rossa che ormai ha assunto la forma del suo corpo grasso, lotta contro il sonno per vedere la fine di qualche film d’azione degli anni novanta girato male, davanti al camino che inizia a spegnersi.
Lo interrompo, glielo dico così, senza pensarci. Mi impongo di contare fino a tre, ma inizio a dirlo quando sono arrivata a due.
Mi sono messa a ballare di notte, papà. Pagano bene.
Capirebbe, non avrebbe bisogno di altri dettagli. Il suo sonno scompare, il film degli anni novanta anche, il protagonista ora può anche morire ammazzato dal delinquente contro cui sta facendo a pugni, non gli importa più. Non mi chiede di ripetere, ha sentito bene. Mi guarda in cagnesco, come succedeva quando da bambina mi beccava a sfrecciare sulla mia bicicletta bianca e rosa più lontano di quanto avessimo stabilito; ricordo che il mio limite era quella vecchia scalinata, in fondo alla mia via. Oltre quei gradini, nella mia mente, c’era tutto il pericolo del mondo. E oltre quella fronte corrugata e quel vocione aspro c’era tutta la sua penosa e dolce paura di perdermi.
Lo stuzzicadenti con cui gioca dopo ogni cena gli cadrebbe dalla bocca. Che cazzo sei dietro a raccontare, Gemma?
Non ce la farei. Niente papà, dicevo così per dire. Ma continuerebbe a pensarci. Anche mia mamma, di là, chiusa nel suo cucinotto a imburrare la teglia, che altrimenti la torta si attacca. Continuerebbe a pensarci anche lei, mentre dosa uova, farina e zucchero e socchiude gli occhi per leggere meglio la ricetta scritta a caratteri troppo piccoli per la sua vista di sessantenne.

A mio fratello non devo immaginare di dirlo. Lo sa. Non l’ha sospettato, non ha trovato messaggi ambigui né qualche costume insolito nel mio armadio, non ha sentito qualche telefonata strana; sono stata molto attenta. Il fatto è che mio fratello mi ha vista. Forse, mi ha vista.
Una settimana fa, era venerdì sera. Ci è venuto con i suoi colleghi di lavoro, quelli del ristorante. Erano in una decina, più o meno, un addio al celibato; ricordo che mi aveva accennato qualcosa, prima di uscire di casa.

Ho visto sbucare il suo viso gioioso e divertito dall’entrata principale, indossava la camicia rossa che mi aveva chiesto di stirare qualche ora prima perché lui non ha intenzione di imparare, dice che è un affare da donne. Ogni volta mi incazzo e ogni volta gli stiro quello che vuole.
Alcune mie colleghe vestite da conigliette si sono avvicinate, li hanno salutati allegre e seducenti come da copione; gli hanno spruzzato un po’ di panna montata sulle guance e li hanno ripuliti con la lingua; giocava, si lasciava fare, ho pensato che forse era brillo perché Matteo è timido, gli fanno schifo i baci sulla guancia dagli sconosciuti, gli fanno schifo da quando è nato, alle feste di Natale quando si faceva baciare dai parenti assumeva un’espressione schifata che crescendo non è mai scomparsa, ha solo imparato ad attenuarla; non è proprio il tipo da queste cose; poi ho pensato che forse, è solo che non lo conosco abbastanza.

Io avevo appena iniziato il turno, stavo dimenando il sedere davanti agli occhi bavosi di un vecchio coi capelli brizzolati. Era elegante e impacciato, doveva essere la sua prima volta: col tempo impari a riconoscerli, quelli che non sono abituati a guardare quello che stanno guardando, evitano di incrociare i tuoi occhi e hanno la paura costante di beccare qualche conoscente. Era un uomo distinto, avrà avuto l’età di mio padre, forse a casa la moglie stava scegliendo da un catalogo il colore del nuovo mobile da mettere in sala; era indecisa tra il ciliegio e il mogano, aspettava che lui rientrasse dalla cena di lavoro per avere un’opinione.
Stavo incastrando il palo di ferro tra le chiappe lucide, andavo su e giù morbidamente mentre con le mani mi palpavo le tette piene di brillantini e stelline. Ero arrivata a quel punto della notte in cui mi spoglio anche di me stessa, smetto di pensare a quello che sto facendo, fisso i clienti senza provare più schifo, né timore, niente. Li guardo senza vederci altro che il vuoto. Fingo di essere un’altra. Non è molto che ho imparato a farlo.

Poi l’ho visto, Matteo, e ho iniziato a tremare. Rideva, sembrava spaesato. Ho continuato a muovermi, meccanicamente, con quel palo ghiacciato nel culo e a strizzarmi il seno tra le unghie finte smaltate di verde. Senza tradirmi. I datori di lavoro lì sono intransigenti, non vogliono che venga fuori la minima debolezza, gli affari personali dobbiamo parcheggiarli a casa, dicono. Se ti lasci andare con qualche cliente o ti fai prendere da una crisi di panico sei tagliata fuori dai giochi. Irina, anche lei lavorava lì, è russa. Le è stato chiesto di starsene tranquilla, di prendersi qualche tempo per riposare, un paio di mesi. È il loro modo gentile di lasciarti a casa; qualche giorno fa ha avuto dei problemi con un cliente violento: le ha messo le mani addosso, voleva scoparsela perché credeva di averne il diritto, s’era stancato d’immaginare. Lei ha gridato, l’ha graffiato, s’è difesa come ha potuto. Ha fatto troppo casino. I gestori dicono che in casi come questi bisogna mantenere la calma, come persone mature e intelligenti. Mature e intelligenti.
Dicono che non ci può accadere nulla di male, che le guardie sono assunte per tenere la situazione sotto controllo. Ma non dobbiamo difenderci da sole o avere reazioni esagerate, perché il cliente potrebbe spaventarsi, essere invogliato a non tornare più e a cercarsi un altro night club. Come se non bastasse, svuotarsi di se stesse. Fingere di essere altrove per non vomitare in faccia ai clienti peggiori, quelli che sanno di aver toccato il fondo e vogliono restarci, affogare nella melma in cui sono scivolati. Quelli che mentre mangiano tutto quello che c’è da mangiare dei nostri corpi, si sfregano con forza tra le gambe, sui loro pantaloni gessati.

Non sono sicura che mi abbia vista; in quel posto le luci sono molto soffuse e ogni tanto capita di scambiare le persone. Non ho il coraggio di parlarne con lui. Ho paura, non potrei chiedergli esplicitamente di quel venerdì senza confessargli chiaramente quello che faccio tre sere a settimana, mentre i nostri genitori si contendono la coperta sul divano e litigano per quale film vedere, convinti che la loro bella e ingenua Gemma stia servendo ai tavoli di un pub.

Che resti tra noi, Matteo. Ormai siamo grandi. Ti considero abbastanza intelligente da capirle, queste cose. Non è facile parlarne. Prima di dire qualsiasi cosa, aspetta, lasciami finire. Faccio la ballerina. Faccio la ballerina in un locale notturno, aspetta, è un posto sicuro, davvero. Nessuno ha modo di scoprire chi siamo, i clienti non possono sfiorarci nemmeno con un dito. Abbiamo un altro nome, in quel locale. Io sono Miss Creamy, per quelle ore. Noi ballerine abbiamo un’uscita secondaria che ci collega direttamente al nostro parcheggio privato, una guardia ci tiene d’occhio finché non saliamo in macchina, davvero. Si prende bene, di questi tempi, lo sai anche tu che non è facile, papà è in cassa integrazione e la mamma ha la schiena a pezzi. Poi non è davvero il lavoro che sembra e… No, mamma e papà non lo sanno, non capirebbero, ma tu non dirglielo, per favore, mi giudicherebbero male, sono vecchi, certe cose non le concepiscono. So quello che sto facendo, Matteo, non sono più una ragazzina. Lo so bene, credimi.

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