Ne ferisce più la spada?

di Luca Rinarelli

L’informazione che mi hanno dato è che devo passare all’orario di chiusura.
Piove a dirotto e uscire dal tram pare un atto eroico. Quando si aprono le porte a fisarmonica, scendiamo in tanti. Il cappello a tesa larga e il trench del medesimo tessuto idrorepellente sono ingrado di salvarmi dal muro d’acqua che mi cade addosso.
Bell’aprile di merda. Normale che a Torino piova tanto, in aprile.
Ma quest’anno è stato un mese insopportabile.
Mi butto di corsa sotto i portici di via Cernaia. Esseri umani che si intralciano il cammino a vicenda.
Con i palmi delle mani sciacquo via l’eccesso d’acqua dalle pieghe dell’impermeabile. Vedo l’insegna. Sì, il posto è quello. Alla mia destra, l’imponente caserma dei carabinieri svetta nel suo giallo ocra bagnato.
Davanti al negozio, non posso fare a meno di notare che la vetrina non ha un accenno di polvere o aloni. Dietro, le mie bellezze esposte. Le chiamo così, io. Ognuna posizionata in modo tale da mostrare il meglio di sé. Metallo che riluce, legno dalle tinte calde. Plastica nera.
Sì, sono davvero terribili, le mie bellezze.
Spingo la porta. Un dlin-dlon solletica i miei timpani con delicatezza. Non fa altro che aumentare la mia fascinazione. Mi sento un bambino dentro a un negozio di giocattoli.
Loro, le maledette, rilucono dagli scaffali che stanno dietro il banco. Addirittura una continua a mettersi in mostra, manco fosse animata. Rotea su un piccolo piedistallo elettrico che la fa danzare sinuosa.
Si presenta un tizio sulla sessantina. Abito blu, impeccabile. Cravatta regimental a strisce diagonali granata e blu come la giacca. Capelli tinti, o parrucchino. In ogni caso il pelo che ha in testa mi pare innaturale.
“Buonasera. In cosa posso aiutarla?”
Lo fisso per qualche secondo. Deglutisco. Il tipo ha un che di mefistofelico.
“Buonasera. Un amico comune mi ha mandato da lei. Spero di essere capitato nel posto giusto.”
Sorriso di circostanza. Poi l’uomo piega gli angoli della bocca verso il basso. Pausa ad effetto che mi obbliga a proseguire.
“Devo portare a termine un lavoro. Ho bisogno dello strumento adatto.”
Sorriso di autocompiacimento. Come per dirmi che sì, sono proprio capitato nel posto giusto. I denti sono da cavallo, anche se non troppo ingialliti. Il manichino è un fumatore, non c’è dubbio.
“Nel retro staremo più tranquilli. E lì che tengo i pezzi migliori. I ferri speciali, se così si può dire.”
Risatina ammiccante.
Lo seguo, oltrepassando due stupende che brillano sotto i riflettori della vetrina. Sono in estasi. Una è cromata di rosso rubino. L’altra ha degli intarsi sinuosi sul corpo nero che pare d’ebano. Mai visto nulla del genere.
“Allora?”
“Scusi. Sono davvero stupende.”
“Mi segua. Giù le potrò offrire un buon brandy e farle vedere ciò che non è in vendita. Almeno alla gente comune.”
Una scala a chiocciola di ferro, stretta e ripida, ci porta verso un faretto che ci attende al fondo della discesa. Giallo caldo, tendente all’arancione.
“Mi permetta di farle una domanda. Lei che lavoro intende portare a termine? Rapido? Pulito? Uno stillicidio che consuma poco a poco? Elegante o plateale? Dirompente, esplosivo? È importante, per sceglierla.”
Mi viene voglia di fumare, ma caccio via l’idea.
“Dovrò distruggere un uomo. Nessuno dovrà avere dubbi, sulla sua fine. In ogni caso, nessun botta e risposta. Colpo secco e adiós.”
Il tipo mostra la dentatura, affabile. Allarga il braccio destro.
“Di qua, prego.”
In quel sotterraneo, il completo elegante mi pare quasi fuori posto. Mi sorprendo ad immaginare quell’uomo enigmatico sulla scaletta di ferro battuto vestito in pelle come un sommergibilista della Prima Guerra Mondiale.
Quando sono un po’ teso, come ora, il cervello va per i fatti suoi, proponendomi immagini assurde. Funziona come una pentola a pressione che sfiata.
È che so cosa devo fare. Mi è stato chiesto ed ho accettato. Riceverò un buon compenso. Non ne vado fiero, ma come si dice in questi casi: a ciascuno il suo. Ho cinquant’anni e devo mettermi a posto. Sono bravo, in quel che faccio. Non mi stupisce che abbiano cercato me.
Gran girar di chiavi antiche e il tizio accende un interruttore.
La luce ha lo stesso colore accogliente di quella della scala.
Vecchi mattoni pieni a vista partono dal pavimento di pietra scura per unirsi in una volta a croce. La parete alla mia sinistra ha una colata umida che arriva a terra.
“Mi stava dicendo che dovrà essere veloce. Da fermo o in movimento?”
“Entrambe le possibilità. Ho bisogno di poter scegliere al momento.”
Si volta e mi dà la spalle. Scivola dietro una stupenda scrivania di legno, sempre dalle tonalità calde. Prende una bottiglia dall’armadietto di radica lucida e mi riempie a metà un ballon di cristallo. Il calore del brandy è piacevole.
Poi apre tre cassetti da una credenza antica, molto più scura del resto dell’arredo che ho potuto ammirare sia al piano di sopra che in questa specie di grotta-cripta. Ne preleva tre scatolette: una dorata, potrebbe essere ottone, la seconda di un legno molto simile al mobile da cui l’ha tirata fuori e la terza di semplice cartone. Le posa una ad una sul pianale della scrivania, dopo aver fatto spazio spostando un fascinoso portapipe, anch’esso in tinta con la mobilia, e un posacenere di marmo rosso.
Uno scatto libera il coperchio del contenitore dorato. Me lo avvicina. Lei è semplicemente fantastica. Acciaio cromato, impugnatura in radica di noce.
“Bella, vero? Francese, elegante ed affidabile. Che io sappia, non ha mai creato problemi. Sappia però che monta solo cartucce sue.”
La impugno. Leggera, maneggevole. È certo che mi troverei bene, con lei.
Scatola lignea. Ciò che contiene splende d’oro, alla luce del faro.
“Americana. Forse un po’ meno elegante e con un peso maggiore. D’altro canto è molto sicura. Può montare anche un’infinità di cartucce di altre marche e modelli e questo è un gran vantaggio. Digerisce tutto. Sopporta bene sobbalzi e scossoni imprevisti. Decisamente robusta.”
L’enigmatico signore ha ragione. La sento molto più pesante della precedente, in mano. La preferisco.
Un colpetto di tosse mi distoglie dal fascino della splendida.
Sorrisetto ammiccante di chi sa di aver tenuto in serbo il meglio alla fine.
Apre la scatoletta di cartone verso di me, come un uomo che voglia regalare un anello di fidanzamento alla sua donna e desideri godersi la scena da una posizione di dominio.
Acciaio cromato, come la prima, ma senza fronzoli o legno. Ha un aspetto pulito e spartano allo stesso tempo.
Il negoziante dai capelli innaturali mi ha letto subito negli occhi. Ha capito il suo cliente fin dal primo momento in cui è entrato nella sua tana.
Le labbra si piegano in una posa saccente.
“Tedesca. Infallibile. Certo, è pesante. Ma ha una precisione ineguagliabile e non si inceppa mai. Una volta carica, non la ferma nulla. A proposito di cartucce, monta tutte quelle con sferetta interna.”
Il peso nel palmo della mano è consistente. Ma è anche vero che certe azioni devono avere un peso. Delle tre è quella più voluminosa.
Mi rendo conto che non ho bisogno di sentire altro. È lei.
“Posso provarla?”
“Certo, signore. Gliela carico subito.”
Apre, monta e preme. La impugno un’altra volta.
Niente da dire. Traiettoria perfetta. Portata clamorosa. Nessuna sbavatura.
“Quanto?”
Altra risata di chi ne sa. Con gran savoir faire, scrive su un foglietto che spinge piano verso di me.
Non mi metto a discutere. Qui, nel suo sotterraneo, comanda lui.
Stretta di mano.
“Cartucce monouso o stantuffo?”
“Entrambe.”
In strada, sotto i portici, si è alzato un vento inusuale.
Potente.
Stringo nella destra il sacchettino di carta bianca con il logo del negozio di stilografiche. Dentro, l’astuccio di cartone con la mia arma.
La mia Faber-Castell Metal.
Sono uno dei migliori giornalisti in circolazione. Ogni volta che devo scrivere un articolo che annienterà qualcuno, lo faccio a mano. Una bella penna che segni la carta con l’inchiostro. Col suo pennino appuntito, come una lama sulla pelle.
Non so perché, ma il risultato non è neppure lontanamente paragonabile a quello di una tastiera.
C’è sempre tempo per riportare tutto sul PC, dopo.

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6 Responses to Ne ferisce più la spada?

  1. Credo che sia uno dei migliori racconti brevi che ho letto ultimamente.
    Si intuisce da subito che ci sarà un colpo di scena finale, ma l’ambiguità è gestita benissimo, fino all’ultimo momento.
    Per di più all’inizio avevo pensato alle spade, ulteriore elemento che disorienta.
    Dentro racconti del genere rinunci a capire, ti lasci portare, e arrivi in fondo al viaggio in un baleno, rilassato e stupito.
    Grazie.

  2. Scritto con mano leggera. Suspense calibrata. Buona la soluzione finale. Bravo.

  3. Subito twittato. Delizioso. 🙂 @melamela

  4. bravo luca, asciutto e da leggere tutto d’un fiato. colgo un forte parallelo tra lo scrivere a penna per poi trasferire sul pc e la nostra avventura delle foto di un anno fa. a presto.

  5. Grazie a tutti! Sono felice che sia piaciuto. Per la cronaca, uso davvero quella penna, oltre al pc. Appena comprata, la rigirai nelle mani. Che vi devo dire, con alcuni oggetti sono come un bambino. Caricare la cartuccia, chiudere, togliere il cappuccio… la verità è che , in un certo senso, lei ha scritto il racconto.

  6. thesmiths17 says:

    Non so se sentirmi più scrittore o più precario.

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