I capolavori ritrovati della poesia – Rangel Valdivia

Un’operazione di salvataggio a cura di Ennio Canallegri e William Kessel Pacinotti

LOS ACABADORES DEL SENTIMIENTO

Quando l’incrociatore “General Pedro Augusto McKenzie” gettò l’ancora alla fonda del porto di Anfofagasta (era il ’68 ed ero troppo giovane per essere un tradizionalista e troppo vecchio per farmi sedurre dalla rivoluzione), niente mi spingeva davvero a voler guadagnare la terraferma per la manciata di ore della licenza. All’epoca ero affetto da un persistente stato di malinconia e di impazienza, lo stesso che costringeva l’Ismaele di Melville di punto in bianco a prendere il mare e respirarne il vento. A scendere, alla fine, mi convinsero il tropico, che quel giorno tagliava in due non soltanto la città ma anche il fiato, e O’Gara il nostromo, con quella strana smorfia che faceva quando scoppiava a ridere.
Di quell’unica notte cilena ricordo lo sguardo della gente, lo specchio di un carattere fatalista, inevitabilmente inquinato e arricchito dalla morsa della cordigliera e del Pacifico, con il deserto che congiura appena dietro la montagna, prigione e libertà insieme.
E naturalmente mi ricordo di Rangel Valdivia e dei suoi compagni, “los acabadores del sentimiento”. Quando alla posada dell’Auracano mi arresi alla sua inaudita resistenza all’alcol e persi la scommessa e dovetti seguirli nella spedizione per la quale un uomo aveva appena consegnato a Valdivia una busta con dentro un foglio e del denaro, non sapevo ancora di partecipare ad una cerimonia profana, ad una processione. La mia divisa della marina in mezzo alle loro – un completo nero spezzato da una fusciacca verde e dalla chitarra messa a tracolla dietro alla schiena come un fucile da caccia – faceva di me un testimone più che un intruso. Mano a mano che ci allontanavamo dal quartiere del porto e la nostra andatura si faceva più lenta, con l’architettura e i colori delle case cominciarono anche a mutare lo sguardo e l’atteggiamento delle persone che incontravamo. Quando si fermarono davanti ad una vecchia palazzina che la luce dei lampioni faceva apparire rossastra, restai dietro di loro. Vidi dall’altra parte della strada l’uomo della busta acquattato in un vicolo, una donna anziana mettersi una mano davanti alla bocca, come per disperazione o per sconcerto, e un’altra, giovane, rientrare in casa. Senza poterlo vedere seppi che stava salendo la rampa di scale che portava al piano di sopra. Gli uomini in nero impugnarono le chitarre e presero a suonare, Rangel a cantare. Non mi sono mai dimenticato delle parole di quella canzone, che parlavano di fine e di visi e di occhi che non si sarebbero più incrociati; e non ho dimenticato la tristezza della ragazza che dopo aver salito le scale, la ascoltò muta al balcone della palazzina. La donna di prima invece, quella che si era portata una mano sul viso, era accanto a me adesso e mi suggeriva come un coro greco quello che già avevo capito: delle serenate dell’abbandono, della strana tradizione dimenticata di quel posto tagliato a metà dal tropico, una porta chiusa sulla montagna e spalancata sull’oceano.

SIN ROSTRO di Rangel Valdivia

Senza il mio viso
il sole affronterà il suo viaggio preciso
in questo cielo azzurro
dritto fin dentro al mare
Senza
questa notte scorrerà lenta
la luna imbiancherà il silenzio
tacerà anche il vento
Senza
forse saranno centro tramonti
cento deserti
prima dell’alba
Senza il tuo viso
senza il tuo amore 
senza il sale di queste lacrime
voglio vivere domani

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