Una sera al parco

Le ore di luce si erano sensibilmente ridotte. E d’altronde era settembre inoltrato, seppur le temperature tropicali di quegli ultimi giorni non lo avrebbero fatto minimamente supporre. Tuttavia Andrea non poteva anticipare la sua corsa quotidiana. Gli orari dell’ufficio erano implacabili. Poi bisognava calcolare il tempo per rientrare a casa, sbrigare qualche faccenda, prepararsi – ovvero indossare quei pantaloncini e t-shirt sdruciti che costituivano la sua impresentabile tenuta ginnica. Insomma, prima delle 19 gli era impossibile uscire di nuovo in direzione del parco. Ciò significava che di lì a qualche settimana avrebbe dovuto rinunciare anche a quel piccolo svago tardo pomeridiano.
Questi e altri pensieri gli rimbalzavano in testa mentre le sue gambe, appena calpestata la rena del solito sentiero, iniziarono autonomamente a scandire passi sempre più veloci. Il percorso era ormai lo stesso da mesi; lui non ci badava più, tanto gli era divenuto familiare. Scendendo dalla prima collinetta si ritrovava a sinistra la “palestra” all’aperto: quattro attrezzi di ferro arrugginito sistemati disordinatamente a lato del sentiero, attorno ai quali gironzolavano sempre i soliti tipi atletici, a petto nudo anche in inverno per esibire la loro splendida muscolatura. Sbuffavano mentre sollevavano pesi o si appendevano a qualche sbarra, accelerando il ritmo degli esercizi nel caso si fosse trovata a passare qualche bella squinzia, cosa che in verità accadeva abbastanza di frequente. Va detto, però, che circa la metà di quei galletti era gay.
Andrea li guardò per un istante pensando: “Che manica di sfigati!”. Poi aggiunse qualche altra riflessione sugli omosessuali. Non si spiegava, infatti, come anche loro potessero restare vittime dello stesso immaginario malato e superficiale di cui erano felicemente schiavi gli eterosessuali di quella combriccola, e finissero per comporre quei quadri di patetico machismo da strada. Avrebbero potuto essere più liberi, i gay, rispetto a quelle che Andrea riteneva essere le debolezze della sua categoria.
Da pensieri come questi, spesso divagava verso lidi più lontani, nel tentativo di approfondire un suo personale discorso su ciò che lui chiamava “i malfunzionamenti dell’essere”; ascoltando frammenti di discorsi altrui o cogliendo le abitudini dei più assidui frequentatori del parco, gli sembrava talvolta di rinvenire epifanicamente come dei guasti ontologici figli del tempo, errori nella matrice delle cose che impedivano all’essere di trovare una configurazione adeguata nell’esserci.
Lui andava a correre proprio per questo. Non gli interessavano il fisico, la prestanza, l’agonismo; la corsa gli forniva il tempo e lo spazio adatti per liberarsi della quotidianità e abbandonarsi ad una simile speculazione filosofica, per quanto – sia detto tra noi – piuttosto penosa e spicciola. In ciò si sentiva superiore ai suoi colleghi di jogging, ma di questa superiorità, non appena egli stesso ne percepiva la natura, si vergognava subito, anche perché essa s’infrangeva contro la mediocrità della sua vita da impiegato statale trentaseienne di cui aveva perfettamente coscienza. Alla fine doveva contentarsi, magra consolazione, di vantare delle migliori doti rispetto ad Heidegger come maratoneta.
Voltato l’angolo, si ritrovò su un breve tratto in pavé che avrebbe oltremodo odiato se non fosse stato per il fatto che quello era il luogo di un gradito rendez-vous; lì puntualmente Andrea si ritrovava ad incrociare, come per un tacito accordo, una ragazza molto carina, anche lei amante della corsa. Indossava sempre un top rosso aderente, di quelli traspiranti, con un pantaloncino di cotone sbiadito; aveva i capelli neri lunghissimi legati dietro e una frangetta che dondolava morbida sulla fronte in sintonia con i suoi balzelli corti e agili. Rimaneva con lo sguardo basso fino a che non affiancava Andrea, per poi voltare impercettibilmente la testa nella di lui direzione e guardarlo fisso per pochi istanti negli occhi, curvando leggermente all’insù l’estremità delle labbra come per accennare un sorriso che ai più maliziosi sarebbe sembrato compiacente.
Le prime volte Andrea non se ne avvide, pensando si trattasse di un riflesso istintivo della ragazza; poi iniziò a ricambiare lo sguardo e progressivamente i due impararono a cercarsi da lontano, sorridendosi con complicità non appena si scorgevano saltellare sulle lastre del pavé. Fingevano poi di ignorarsi per i successivi dieci o quindici passi e infine, affiancandosi, si scambiavano la solita occhiata intensa, con cui parevano confessarsi l’un l’altra chissà quale indicibile segreto.
Quel rito, che ai più romantici parrebbe il germe d’una avventura amorosa, si ripeté anche quella sera, breve e appagante come sempre. Ma appunto perché un rito, anche in quell’occasione i due si guardarono bene dal violarlo aggiungendovi uno scambio di battute, o inserendovi qualche variante di altro tipo. Entrambi si compiacevano di quei pochi istanti nella reciproca consapevolezza che il loro piacere sarebbe evaporato al solo tentativo di estenderne la durata.
Andrea non si lasciava troppo andare a fantasticherie, e non tanto per l’età della ragazza, che aveva almeno dieci anni meno di lui, ma perché era sposato con Eleonora, e, seppure non poteva dire di amarla come ai primi tempi, le voleva bene. E ne voleva ad Alessandro, il loro bambino di cinque anni. La ragazza, dal canto suo, aveva capito che Andrea era sposato, se non altro perché lui si dimenticava sistematicamente di togliersi la fede prima di andare a correre, e forse non era poi così interessata. Ma la nostra storia non la contempla oltre, per cui non ci pare opportuno spendere altre parole a riguardo.
Superato il pavé, il percorso di Andrea prevedeva una svolta a destra, lungo un sentiero che si addentrava più a fondo nel parco. Lo imboccò e si lanciò nella discesa dolce che seguiva. Sentiva le gambe leggere e agili e il corpo particolarmente sciolto, con le braccia che oscillavano a tempo, composte, coi gomiti serrati al busto e i pugni chiusi ma morbidi. Si trattava, a quel punto, di risalire lungo un’erta piuttosto ripida, poco praticata da podisti e corridori come dimostravano i tanti ciuffi d’erba che spuntavano lungo il sentiero. Alla fine della salita, ci si ritrovava in una sorta di radura su cui campeggiavano vecchi e abbandonati casolari di pietra sparsi fra gli sparuti e irregolari gruppi di pioppi e querce. Era quella la parte del percorso che Andrea preferiva, proprio perché poco frequentata, e quindi adatta alla ripresa e sviluppo dei pensieri che il fugace incontro con la ragazza aveva piacevolmente interrotto.
Giunto in vetta, si accinse a superare una grossa costruzione in muratura che doveva esser stata un’abitazione per vagabondi almeno finché non era franato il tetto. Non appena Andrea oltrepassò il casolare, gettò un grido. Le gambe gli si immobilizzarono all’improvviso e il repentino arresto lo fece sbilanciare fin quasi a farlo cadere. Con gli occhi sgomenti si ritrovò a fissare il corpo di un giovane ragazzo di colore appeso per il collo tramite una spessa fune al ramo più robusto di un maestoso pioppo nero.
Andrea riconobbe quasi subito in quella figura uno dei tipi che bazzicano solitamente attorno alla palestra. Era uno dei ragazzi più prestanti, di quelli con un fisico erculeo che pareva uscito da chissà quale mito del ciclo epico, e che si ritrovava d’un tratto a pendere sgraziato e grave a poco meno di un metro da terra. Il viso era stravolto nella forma e nel colore, rovesciato in avanti in modo innaturale in seguito alla rottura del collo. Andrea non ne riusciva a vedere gli occhi, e di questo si sentì quasi sollevato. Aveva sempre creduto fino a quel momento di essere un tipo poco impressionabile, ma il tremore nervoso che d’improvviso aveva pervaso il suo corpo sembrava rovesciare questo assunto.
Cercò nella tasca del pantaloncino il cellulare, dal momento che i polizieschi alla tv lo avevano informato che in questi casi non bisogna toccare il cadavere per non inquinare eventuali prove, ma il telefonino non c’era: aveva dimenticato di prenderlo dall’altro pantalone dopo essersi cambiato, mentre prestava attenzione alle parole di Eleonora che gli stava dicendo qualcosa che sembrava importante.
Si guardò attorno: non si vedeva anima viva. Gridò forte: “Aiuto!”. Niente.
Tornò indietro e guardò giù, lungo la salita da cui era venuto. Non c’era nessuno nei paraggi. Il sole era appena sparito all’orizzonte e la poca luce che ancora giungeva rifratta era tale da scoraggiare la gran parte delle persone ad avventurarsi nel cuore del parco. “Aiuto!” strillò Andrea con tutta la voce che aveva in corpo in direzione della palestra, dove vedeva ancora armeggiare qualche ombra; ma era troppo lontano.
Si mise le mani nei capelli, quasi gli venne da piangere. Alla fine si decise: pensò di riprendere la corsa, accelerando e tagliando il percorso per raggiungere la parte opposta della radura, oltre la quale il sentiero scendeva a valle fino a incrociare una strada statale sempre trafficatissima che tagliava a metà il parco e lì chiedere aiuto. In quel momento gli sembrò la cosa migliore da fare.
Si lanciò nella corsa, sentendosi il corpo infinitamente più pesante e rigido, con le gambe che si piegavano a metà ad ogni passo come se i muscoli fossero interamente avvolti dall’acido lattico. Non aveva fatto molta strada quando sentì un grido acutissimo di donna. Si voltò indietro. Era ormai ad un livello inferiore rispetto al punto in cui si stagliava l’albero a cui era appeso il ragazzo, ma capì che qualcun altro aveva visto quella scena atroce. Sentì un pianto isterico inframezzato da urla di ogni genere, fra le quali distinse chiaramente le parole “Chiama qualcuno, cazzo!”, e poi una voce maschile rispondere con tono che voleva essere rabbioso e risoluto, ma che tradiva una non minore agitazione: “Stai calma. Sto chiamando la polizia! Stai tranquilla, cazzo!”.
Andrea fece per tornare indietro, ma si fermò quasi subito. Fu colto da un’infinità di dubbi. Cosa avrebbero pensato gli altri testimoni? E la polizia? Quell’albero era davvero alto e, a pensarci bene, era obiettivamente difficile, anche per un tipo così atletico e forzuto, arrampicarsi da solo fin lì, su quel tronco che pareva non offrire alcun tipo di sostegno. E poi tornare indietro a che pro? Non poteva fare più niente. Il morto era morto, la polizia era stata avvertita, i testimoni erano in coppia e potevano gestire fra loro l’entità dello choc… Dal momento che nessuno poteva averlo visto, come lui non aveva visto quei due appena giunti sul luogo del misfatto, si convinse così che la cosa migliore da fare fosse correre via di lì e rientrare a casa, sfruttando la complicità del buio che ormai era calato sul parco.
Così fece. Sbagliò strada più volte, come non riuscisse a distinguere neppure i luoghi più familiari tanto era scosso. Salì le scale con incredibile lentezza fino al suo appartamento, girò la chiave ed entrò. Si affacciò alla porta della cucina e rimase per un po’ sulla soglia, muto. Eleonora era di spalle, che armeggiava con ortaggi e coltelli sul tavolo; si voltò e lo guardò. Infine proruppe:
“Ti sei scordato il latte per Alessandro?”
Andrea rimase interdetto, non riuscì a dire nulla. Il suo aspetto non doveva esser sconvolto quanto credeva che fosse.
“Lo sapevo”, disse seccata la donna. Si rigirò di spalle al marito con aria rassegnata e aggiunse: “Ti serve sempre la balia dietro, come i bambini… e così domani mattina con che gliela faccio la colazione a tuo figlio?”
Andrea recuperò per un istante il dono della parola e, con tono sommesso, provò a rimediare: “Scendo subito”, fece incerto. “Faccio una corsa e vado a prenderlo. Intero o scremato?”
“Ma dove vai a quest’ora?”, lo fulminò Eleonora. “È tutto chiuso. Che pensi? Che stiano tutti ad aspettare te? E poi non ti ricordi nemmeno che latte usiamo, come se non te l’avessi detto prima d’uscire”.
“Scusa”, mormorò mortificato Andrea.
“Sei sempre il solito”, disse lei sconsolata, continuando nelle sue faccende senza neppure voltarsi a guardarlo.

Leonardo Battisti



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6 Responses to Una sera al parco

  1. “…gli sembrava talvolta di rinvenire epifanicamente come dei guasti ontologici figli del tempo, errori nella matrice delle cose che impedivano all’essere di trovare una configurazione adeguata nell’esserci.”
    questa una riflessione davvero notevole per uno che fa jogging e si dimentica di prendere il latte…:)

    • Leonardo says:

      Rindi, mi sorprendi! è evidente che il latte sia allegoria di dio nel mondo; ciò si esplicita, infatti, inequivocabilmente nella battuta “Intero o scremato?”, in cui l’indagine sulla metafisica dell’essere giunge ad un punto di svolta cruciale e inderogabile. 😉

  2. e quando caglia cosa mai dovrà succedere…la fine del mondo? urca quanto sei avanti…secondo me usi il contapassi…:)

  3. Signor Battisti, non mi starà mica diventando uno scrittore?! Anni di duro lavoro buttati al cesso?

    • Leonardo says:

      Non dico di no, non dico di no. Ma vede, signor Sperduti, per disfare uno scrittore bisogna prima che se ne assuma quantomeno la parvenza. In più le confesso che questa mia velleitaria (o forse sarebbe più opportuno definirla “precaria”) ambizione nasce e si nutre in buona parte dal desiderio di poter far tesoro e sfoggio dei suoi appunti per un futuro letterario all’insegna dell’inconsistenza. Dunque la colpa di tutto ciò è eminentemente sua, e di ciò dovrà rendere conto a dio, o a chi per lui.

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