Da Genova a oggi. II parte: intervista a Domenico Esposito Mito

di Claudia Boscolo

Abbiamo fatto una chiacchierata con Domenico Esposito Mito per capire in quale modo uno scrittore giovanissimo si rapporta a fatti che per un’intera fascia d’età rappresentano l’evento traumatico per eccellenza. Emerge dall’intervista un dato molto interessante, ovvero il fatto che per un giovane scrittore come Esposito ciò che più conta è la ricerca dei meccanismi che portano alla rabbia sociale, più che la sete di giustizia per gli abusi subiti nel contesto dell’evento storico in sé. In questo atteggiamento si fa strada già una storicizzazione di esso.

CB: Come hai deciso di unire la forma romanzo al saggio politico, religioso e sociale?

DE: In realtà non è che lo abbia veramente deciso, è venuto in automatico. Che sia anche una sorta di saggio è ciò che ha rilevato il mio editore quando lo ha letto. È un romanzo sociale e, come in tutti i romanzi sociali, vi sono delle riflessioni – sia nella narrazione, sia nei dialoghi dei personaggi – sulla società e sul mondo che li circonda.(tra l’altro oltre che sociale qualcuno lo ha definito storico-sociale, dal momento che è ambientato nel 2001)

CB: Il romanzo non si svolge durante gli eventi del G8 ma come rielaborazione di essi. Per quale motivo hai scelto di parlare non dei fatti in sé ma di ciò che è venuto dopo nella comunità in cui vivi?

DE: Diciamo che si svolge a partire da qualche giorno dopo. Ho immaginato che effetto potesse produrre un evento del genere sul singolo individuo. Il controverso protagonista Demetrio De Sanctis, l’eroe – antieroe del mio romanzo, è stato arrestato per sbaglio e portato nella Caserma di Bolzaneto dove ha subito le torture di cui non tutti hanno sentito parlare. Ecco, mi son chiesto come avrebbe reagito, come avrebbero influito su di lui quelle torture. In lui scoppia una rabbia contro il sistema. Come scrive Riccardo Zanello, il mio editore, nella prefazione «una rabbia giusta, ma purtroppo poco controllata». Quando scrivo un romanzo sociale, immagino e comunico ai lettori, cosa possono causare le ingiustizie nel singolo individuo. Lo stesso feci con la mia pubblicazione precedente La Città dei Matti.

CB: Il fatto di divulgare l’origine della rabbia sociale ha secondo te la funzione di farne comprendere i meccanismi a chi la manifesta o a chi la subisce?

DE: Credo che sia la narrazione, sia le riflessioni/introspezioni, sia i dialoghi siano molto importanti per trasmettere un messaggio. Sta al lettore, però, soprattutto, decidere se ha ragione l’uno o l’altro personaggio. Durante la presentazione del romanzo, per esempio, per far capire qual è il messaggio che voglio trasmettere ho voluto specificare che la violenza di Demetrio non è un’incitazione a imitarlo, non è un esempio da seguire, ma un avviso: se la società continua a comportarsi in questo modo, se le ingiustizie dello Stato continueranno, potrebbero nascere molti “Demetrio”.

CB: Quindi, in quale misura questo romanzo si configura come una rielaborazione degli eventi del G8 in chiave storicizzante? Cioè: a più di dieci anni di distanza, al netto della rabbia sociale, cosa rappresenta Genova per i protagonisti della tua storia?

DE: Rappresenta innanzitutto sogni infranti, ma allo stesso tempo una presa di coscienza del sistema in cui vivono e anziché una rassegnazione, un motivo in più per lottare, chi in modo pacifico come Ciro, che vorrebbe cambiare il sistema diciamo “dall’interno”, chi in modo violento come Demetrio che pensa che invece l’unica soluzione sia la sua distruzione.

CB: C’è quindi di fondo un messaggio di fiducia, oppure ha prevalso una visione distopica del futuro?

DE: Entrambe: da un lato c’è un po’ di pessimismo, dall’altro la speranza. Nel finale c’è una riflessione in cui, sette anni dopo i fatti di Genova si descrive la società di oggi: cos’è cambiato in peggio dal 2001 al 2008? Molto, ma questo non è un buon motivo per arrendersi, anzi, è un ottimo motivo per continuare. Allo stesso modo c’è anche una riflessione religiosa. La “fede” dell’ateo, intesa appunto come fiducia in se stessi, fiducia per cambiare il mondo, s’intende.

CB: Quando hai progettato questo romanzo pensavi a un romanzo storico in senso tecnico, cioè di ambientazione storica (il G8) perché questo non appare esserlo: sembra, appunto, una meditazione filosofica sui temi sollevati dal G8, ma privo dell’ambientazione. Una meditazione che contribuisce sicuramente a storicizzare l’evento, tuttavia in sé non è propriamente storico. Ora, questa scelta di limitare l’ambientazione al dopo, e di non includere i fatti a cosa l’attribuiresti?

DE: In realtà non ho mai avuto in mente di scrivere un romanzo storico e anche ora non amo definirlo tale, soprattutto perché quando ebbi quest’idea erano passati pochi anni, ma non ero ancora pronto né documentato. Il libro è ambientato, come ho già detto prima, non durante i fatti ma a partire da qualche giorno dopo, è vero, però i personaggi raccontano quello che hanno visto a chi non c’era e pretende di sapere per averlo appreso dalla TV. Potrei attribuire questo al fatto che io non ho vissuto quegli eventi, ma li ho dovuti studiare dopo per bene, tramite ricerche, articoli, video-documentari e facendo domande a chi ci è stato. Per ora il genere a cui penso appartenga è quello sociale-introspettivo, anche se qualcuno ha rilevato persino qualche traccia di noir e giallo. Questo però è stato casuale, non era mia intenzione.

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