Per oggi si può respirare

di Carmen Vella

Dopo quello che è successo, non mi va di andare di là a vedere la tele con la mamma e il papà. Voglio starmene un po’ qui a ripensare alla giornata e fare un riassunto sul diario. Tanto oggi c’è ancora la fiction. E quelli vestiti coi pizzi e le gonne fino ai piedi come nell’antichità non si possono guardare.
La mamma ha insistito, si vedeva che mi voleva con loro. Mi ha detto che potevo tenere il telecomando e scegliere io. Ma stasera non c’è verso, le ho promesso che la tele la vediamo insieme domani, che è meglio ancora perché c’è X-Factor e facciamo le scommesse su chi mandano a casa (e c’azzecco quasi sempre io).
Così sono già sotto il piumone con la penna in mano. C’è un buon profumo di marsiglia perché ho preso il pigiama pulito dallo stendino, così la mamma non lo deve neanche stirare. Ho acceso la radio con il volume basso, almeno c’è un po’ di sottofondo e mi sembra di notare meno il silenzio al piano di sopra.
Il cell è spento, per oggi voglio dimenticarmi che esiste.
Apro il lucchetto e sfoglio veloce le pagine già scritte. Devo cercare di non calcare troppo con la punta della penna, se no finisce che ci faccio un buco. La carta è tutta ondulata, però mi piace passarci il dito sopra e sentire le parole in rilievo.
Poi trovo la prima pagina bianca e inizio.

Caro diario,
scusa se in questi giorni non ti ho scritto ma avevo l’interrogazione di italiano e dovevo studiare un capitolo nuovo più tre vecchi perché la prof ci aveva detto che li chiedeva (anche se alla fine ha fatto domande solo su quello nuovo, che stronza! Se lo sapevo, almeno ieri andavo da mia cugina che mi aveva invitato a giocare alla Wii).
Ti scrivo perché oggi è successa una cosa che ti devo assolutamente raccontare. Una cosa brutta, anzi bruttissima, che riguarda la Giusy.
Ti avevo già scritto credo a settembre che la prendevano in giro per l’alito cattivo. Sì, era settembre perché la scuola era appena iniziata.
Non so come mai si sono fissati su questa cosa. Ultimamente mi sembra che l’odore è migliorato. Lei ci sta sempre attenta.
La prima cosa che fa alla mattina dopo aver suonato il nostro campanello, è mettere in bocca una Vigorsol, a volte anche due. Mi sa che ci pensa già mentre scende le scale, perché quando apro la porta la trovo sempre col pacchetto in mano.
Quando facciamo la strada insieme ti giuro che io non sento più nessuna puzza. Magari un pochino al ritorno, quando rientriamo per mangiare. Ma quello è normale perché c’è di mezzo la fame (abbiamo cercato su Google e dicono che l’alito cattivo viene di più quando lo stomaco è vuoto, oppure dopo che hai mangiato cose pesanti come per esempio il salame e i fritti). Comunque devo dire che al ritorno siamo solo io e lei, e durante l’intervallo della mattina mangia solo uno yogurt e poi va a lavarsi i denti quando vede che nel bagno non c’è più nessuno.
Quindi ho pensato che ormai la prendono in giro solo per dire qualcosa che si è sicuri che fa ridere tutti. Anche perché la maggior parte del tempo lei sta zitta, e voglio vedere chi riesce a indovinare l’alito di qualcuno che ha la bocca chiusa.
Sono i maschi che lo fanno, soprattutto. Anche se ormai questa cosa va avanti da mesi e ultimamente si sono unite anche alcune femmine. La Marta e la Sonia per esempio. Alla Marta piace il Frattini e alla Sonia il Pietro, e vogliono far vedere che ci vanno d’accordo per avere il regalo di San Valentino l’anno prossimo (help! Mancano meno di due mesi e come al solito io farò la figura della sfigata che guarda le altre ingozzarsi di Baci Perugina)…

“Ely, tutto bene?”
La mamma bussa e apre la porta, mi sa che c’è la pubblicità. D’istinto mi viene da coprire il diario col piumone.
“Ti ho portato l’acqua per la notte. La prendi una camomilla, se la faccio?”
“No, grazie ma’. Sto bene così.”
Sul comodino c’è ancora il bicchiere rimasto dalla sera prima. È quello della Nutella con sopra Tweety, il mio preferito.
“Se vuoi raggiungerci, siamo di là.”
“Ok, ‘notte.”
Oggi è più premurosa del solito. Questa cosa ha sconvolto anche lei.
Dunque, allora, ero rimasta a…

Eccomi di nuovo, diario. Scusa, ma era entrata la mamma.
Come ti scrivevo, secondo me ora la cosa della Giusy è diventata una faccenda troppo grossa. E non c’entra più niente con l’odore del suo alito. È come una sua caratteristica che si sa a memoria, tipo il colore degli occhi o dei capelli.
Da qualche settimana le hanno cambiato anche il nome. Non la chiamano più Giusy, ma Pina. E non lo fanno perché Giusy non gli piace più e Giuseppina è troppo lungo.
È successo che il Frattini ha portato nell’intervallo un sacchetto di caramelle verdi al pino che ha comprato all’Esselunga. Le ha aperte davanti al suo banco, nell’intervallo, quando c’erano ancora in classe tutti. Lei era già col cucchiaino in mano ma non aveva ancora aperto lo yogurt. Le ha detto qualcosa tipo: “ricordati che tutte le volte che parli con me, devi prima mangiare un pacchetto intero di questi”. E ovviamente giù risate (che poi si capisce che è una cazzata che si è inventato apposta, perché la Giusy neanche ci pensa a parlare con lui). Quella di matematica era ancora in classe, ma ha fatto finta di non sentire.
Da quel giorno la Giusy è diventata Pina-Caramelle-al-Pino (che come nome fa pena, ma evidentemente è il massimo che un cervello come quello del Frattini riesce a partorire)…

A proposito, chissà cosa sta facendo in questo momento. Ci vorrebbe qualcuno più forte di lui capace di tappargli la bocca. Potrebbero pure tappargliela per sempre, se fosse per me.
Adesso dico così. Ma poi, quando serve, mai che mi viene in mente la cosa giusta da dire. Quando un deficiente a caso ne spara una delle sue, non riesco a replicare subito. Mi viene sempre in mente dopo. A volte, la battuta perfetta la trovo di sera prima di dormire, quando ormai non frega più a nessuno tranne che alla Giusy.

Non so com’è successo, ma dal giorno delle caramelle le cose sono peggiorate sempre di più. Per la Giusy andare a scuola è diventato un incubo (e anche io sono sempre presa male, se devo proprio dirlo). Ogni mattina, quando entriamo in classe, il Frattini corre subito ad aprire la finestra per cambiare l’aria. E giù risate. Ogni mattina uguale, e ogni mattina risate.
La cosa peggiore è che alcune volte ride anche la prof di matematica. Lo so perché l’ho vista. E credo che anche se si sforza sempre di guardare il pavimento, pure la Giusy l’ha beccata ridere una volta o due.

Mi fermo un attimo e prendo in mano il cell. Schiaccio il pulsante di lato e passo il dito sullo schermo per sbloccarlo. Poi mi ricordo che l’ho spento.
Non sono abituata a non guardarlo per così tanto tempo. Di solito lo controllo almeno ogni quarto d’ora. Me lo dice sempre la Giusy, che sono diventata dipendente. Mi dice anche di non addormentarmi con il cell acceso, perché fa venire le malattie al cervello. Lei ha ancora un modello vecchio, ma tanto non le interessa. Non ha nemmeno Facebook.
Ecco, è proprio questo che non riesco a capire. Ci penso e ci ripenso e mi manca sempre un pezzo per sapere com’è andata veramente.
Stamattina non ho notato nulla. Deve essere successo quando sono andata in bagno, prima della campanella dell’uscita.
Qualcun altro le avrà passato un cell e da lì è partito tutto.

Oggi al ritorno non mi ha aspettata. È corsa a casa in fretta e furia. Ci ho messo un po’ a capire che se n’era già andata senza di me. Per un quarto d’ora l’ho cercata in giro per i corridoi, finché la Carlotta mi ha detto che l’aveva vista uscire da sola.
Io ho pranzato con la mamma e ci ho messo più del solito perché ho lavato i piatti (e oggi erano tanti perché aveva fatto anche la torta con le mele).
Per fortuna che la mamma ha fatto la torta. Per fortuna che abbiamo chiamato la Giusy per offrirne una fetta anche a lei.
In tutto quel tempo non ho fatto caso al cell. Se lo sapevo lo tenevo sul tavolo, invece di lasciarlo nello zaino in corridoio. Così anche se c’era la vibrazione si sentiva. Le notifiche di Facebook erano lì ad aspettarmi, col numerino rosso sul quadrato azzurro. Ma le mie mani erano infilate nei guanti gomma.
Qualcuno aveva aperto una nuova pagina: Pina-Caramelle-al-Pino. C’era un drago che sputava fuoco come foto del profilo. In poco meno di un’ora aveva già preso 34 Like.
La Giusy invece aveva già ingoiato 12 pastiglie di sonnifero (che erano di sua mamma perché soffre di insonnia e infatti di sera sento le sue ciabatte avanti e indietro sul soffitto)…

Appoggio la penna. Sono stanca, non mi va più di scrivere. Magari continuo domani.
Spengo la radio, non vedo l’ora di addormentarmi. Questo silenzio al piano di sopra domani non ci sarà più, perché la Giusy nel pomeriggio la mandano a casa.
Con la mano cerco l’interruttore della lampada, ma alla fine decido che no, c’è una cosa che devo aggiungere ancora. E la scrivo stasera perché poi me la voglio dimenticare.

Domani quando torna la abbraccio così forte che dovrà pregarmi di smettere, la Giusy. Non la perderò neanche per un secondo, le starò sempre appiccicata.
Le voglio dire che da domani tutto cambia. Che su Facebook qualcuno ha già tolto tutto, che è stato uno scherzo idiota durato meno di un secondo. E che tutti in classe, anche il Frattini, d’ora in poi dovranno darsi una regolata (ci sarà un casino, ho sentito dire che il Preside ha convocato tutti gli insegnanti e ha fissato un’assemblea generale con tutte le classi la settimana prossima nella palestra!).
Le dico tutto, domani, appena torna a casa.
Solo una cosa la tengo per me.
La scrivo solo a te, diario. Che tanto col lucchetto da qui non esce niente.
Questo pomeriggio, a lezione, quando hanno visto che io e la Giusy non rientravamo, qualcuno si è alzato in piedi e ha urlato: “Per oggi si può respirare senza aprire la finestra”. E giù risate.
Pare che si è sentito fino in fondo al corridoio.
E pare che quella di matematica ha sorriso.

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