Navi che attraversano il mare di notte

di Simone Olla

Gerardo apre la porta della cabina 112, sul ponte Aurora. Il pavimento è di velluto blu; i suoi passi – dopo aver acceso la luce – non fanno rumore quando si dirigono verso il letto con la testiera a prua; se dovesse avere freddo – gli hanno detto alla reception – se dovesse avere freddo troverà una coperta nell’armadio. Gerardo, posata la valigia al centro della stanza, è la prima cosa che ha fatto, guardare se dentro l’armadio ci fosse la coperta; rassicurato dalla vista di questa si è disteso sul letto e ha liberato i piedi dalle scarpe bloccando le mani dietro la nuca, ha chiuso gli occhi pensando di rimanere chiuso dentro alle sale d’imbarco per tutta la traversata, i suoi pugni sulle porte sbarrate inascoltati: la puzza di nafta potrebbe stordirmi, respirare per undici ore questi vapori potrebbe uccidermi, pensa Gerardo ancora con gli occhi chiusi, disteso sul letto della cabina numero 112.

La partenza della Nautilus Crovia diretta a Cagliari è prevista alle venti e trenta. La voce del comandante è uscita dal soffitto della cabina, una voce frettolosa e stanca che salutava i passeggeri in partenza dal porto di Genova. Durante la traversata, ha concluso la voce del comandante, per motivi di sicurezza l’accesso alle sale d’imbarco rimarrà chiuso. Buon viaggio. Perché? si domanda Gerardo, perché chiudono le sale d’imbarco per tutta la navigazione? Raggiunge il bagno, apre la doccia e la moquette raccoglie zampilli d’acqua; Gerardo manovra il dosatore, entra nel box-doccia e si tiene forte al supporto come c’è scritto nell’avviso che la Nautilis Crovia ha fatto tradurre in quattro lingue; la Nautilus Crovia è una nave catalana e la lingua in cui è scritto il primo avviso è il catalano. L’avviso in italiano è il secondo, e recita così: il pavimento bagnato diventa molto scivoloso; durante le operazioni di lavaggio consigliamo ai signori passeggeri di reggersi ai supporti segnati con la freccia per evitare di scivolare. Gerardo è prudente: una mano al supporto segnato con la freccia e l’altra ad insaponare i capelli; durante il risciacquo si siede sullo sgabello e lascia il supporto allungando le gambe e facendo forza con i piedi sulla plastica del box-doccia; poi accarezza con la mano quanto resta del suo polpaccio: fra la tibia e il perone, nella parte posteriore, si raccoglie un po’ d’acqua, rossa e nera, e Gerardo sfrega forte sui tendini, cerca le vene, sfrega il nero per farlo andare via e il rosso per farlo sanguinare, il getto dell’acqua sullo sbrego rosso e nero, sulla carne secca che non respira più senza pori com’è, pelle morta e impermeabile, una cancrena imbalsamata. (Gerardo sentì solo caldo durante la risalita in apnea, veloce con le pinne ma più pesante con la murena attaccata al polpaccio; raggiunse la barca senza nemmeno provare a liberarsi, e quella, la murena, stringeva ed aveva iniziato la rotazione del pezzo di carne addentata da parte a parte: uno due tre giri e strappo, la muta di Gerardo strappata di sangue sulla barca di resina che schiaffa le creste di libeccio, chiudere gli occhi, ora, non pensarci, stringere forte chiudendo gli occhi, stringi Gerardo, che il mare è quasi finito e a terra ci sarà qualcuno a soccorrerti.) Genova è sempre la stessa, pensa Gerardo Cartura indirizzando lo sguardo oltre il finestrone della cabina, è sempre la stessa perché la vedo sempre e solo dal finestrone di una nave. A volte cambia l’inquadratura, quando la nave parte dal molo di levante, e dentro la cornice di gomma del finestrone, quella strada di ferro che impedisce il porto alla città, quella strada sopraelevata che sputa fumi di scarico direttamente sulle finestre delle case, quella strada entra fin dentro la nave quando la nave parte dal molo di levante, e Gerardo, davanti a quello spettacolo di architettura stradale, pensa sempre la solita frase: quella strada andrebbe fatta saltare in aria. Anche oggi, nonostante le mani di Genova posate sui muri delle case, mani di locandiere che salutano la Nautilus Crovia quando lascia la banchina.
E prende il mare.
Gerardo ha detto a Neera che poteva distendersi nel letto della sua cabina; lei si è distesa e l’ha ringraziato. La luna ancora non era salita e dal finestrone sul mare entrava buio di mare calmo. Neera, distesa sul letto, ha parlato a lungo prima di addormentarsi.
«Sparano a vista lungo la strada che conduce a Gaza; non lo sapevo e ho continuato a camminare».
«E ti hanno sparato contro?»
«No, mi ha avvicinato una camionetta e sono scesi due militari israeliani con il mitra; mi hanno chiesto cosa stessi facendo e io gli ho risposto che stavo facendo una passeggiata; loro mi hanno detto che quella era la strada dei cecchini, se sapevo questa cosa; gli ho detto di no, che non lo sapevo, ed in viso ero sorridente e provavo a far cambiare espressione agli sguardi militari. Mi hanno detto di tornare indietro che su quella strada che conduce a Gaza sparano a vista. Ho rischiato di morire, ho pensato. Mi avrebbero potuto sparare durante una passeggiata verso Gaza».
Gerardo non vede che Neera ha abbozzato un sorriso; è seduto nel letto, ancora con le scarpe, tutto vestito, che fissa la fine del labirinto sulla moquette dove sale la parete di ferro e plastica della cabina; sul tavolino c’è una bottiglia di vino rosso delle Vigne Chivoni, nel posacenere tre sigarette spente.
«Gaza è un campo di sterminio,» risponde Gerardo allungandosi verso Neera che si tira la coperta a coprirle la bocca. «Un tiro al bersaglio,» continua Gerardo abbassando la coperta, i denti che raschiano uno sull’altro hanno chiuso il sorriso nella faccia di Neera. «Gaza è l’esercizio di una forza, allenamento mediatico-militare… o Mediterraneo troppo lontano».
«Perché troppo lontano?»
Perché troppo lontano, perché Mediterraneo troppo lontano?
Gerardo vorrebbe risponderle così: mi fai delle domande che hanno bisogno di lunghe pause; non si può rispondere subito alle tue domande, sarebbe come inquinare il silenzio che fai, l’attesa, sarebbe mancare l’espressione tua nel viso che ritorna sulla domanda appena fatta. La risposta ha bisogno di un tempo che riposi la domanda, pensa Gerardo, di un tempo che spogli la domanda di tutti i toni; e solo dopo rispondere.
Dopo aver visto, oltre il finestrone, la luna salire lì dove finisce il mare, Gerardo ha pensato di svegliare Neera per incantare di stupore il suo viso con quell’ultimo quarto a illuminarsi. Il suo viso, pensò Gerardo, era davvero privato d’espressione come lei l’aveva descritto intanto che addentava il panino e le briciole sul letto le raccoglieva una per una? Oh, Neera questi occhi che dormono dovrebbero aprirsi adesso e di nuovo sorprendersi. Su questi occhi chiusi Gerardo soffierebbe calore fino ad esaurirlo se servisse a qualcosa: mi dirai, Neera, che ne hai viste tante, che questa luna non ha nulla di speciale e non ha nulla di diverso dalle altre. Se io ti svegliassi adesso tu mi chiederesti perché, perché mi hai svegliata? E Gerardo le risponderebbe che l’ha svegliata per vedere il suo viso sorpreso dalla luna che si leva dal mare: guarda che luce, Neera, che più si avvicina alla nave e più si allarga, flebile cono luminoso che sbatte sotto di noi, che non vediamo dove finisce.

2 Responses to Navi che attraversano il mare di notte

  1. malosmannaja scrive:

    bello il riferimento (direi voluto) tra “non vediamo dove finisce” in chiusa e il precedente “troppo lontano” della domanda con la risposta in pausa.

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