Theresa Green

ascolta: http://www.youtube.com/watch?v=VI4L_wnOiiw

 

Il mondo la riaccolse in un istante.
Come ognuna delle altre volte fu come riemergere dal buio, come se la luce si riaccendesse improvvisa. Fu risvegliarsi senza tempi intermedi, rinunciando all’ultima carezza del torpore e all’eredità dei sogni che resta sospesa prima di essere fissata nella memoria o dilapidata in pochi istanti.
Si scoprì vestita di abiti sconosciuti ma che aderivano perfettamente al suo corpo stanco e senza nome. Ci volle poco perché affiorassero e le fossero chiari la causalità delle sue azioni, i desideri, i ricordi, ma non la abbandonò la sensazione spaventevole che i suoi movimenti e quelli stessi del mondo tutto non rispondessero al destino o ad un piano ineludibile e alto, quanto ad una specie di arbitrio, ad una volontà imperfetta eppure meticolosa, mossa dalla speculazione e senza un senso di responsabilità.
Il cigolare delle ruote delle carrozze sulla strada, lo scalpiccio dei cavalli e le voci della gente, che irruppero insieme e si sostituirono al silenzio assoluto dei primi momenti di quella nuova veglia, prima la stordirono e subito dopo la aiutarono a tenere ben saldi i piedi per terra e a mettere un passo dietro l’altro. Theresa Green si trovò a camminare e a ripetere piano a se stessa il suo nome e il suo cognome.
Senza ancora saperne bene il perché, si sentì chiedere di Front Street ad una vecchia che mendicava controcorrente tra la calca che affollava i marciapiedi e li batteva all’unisono sull’asse sud-nord come in un inarrestabile flusso migratorio. La vecchia si era fermata, lasciandosi attraversare dalla gente senza elemosinare, per il tempo necessario ad indicarle con un braccio preciso come una freccia la direzione. Theresa ringraziò la mendicante, che si era rimessa in marcia senza chiederle nulla, e obbedendo al suo gesto aveva tirato dritto lungo High Street, verso il fiume.
Mentre avanzava, ebbe l’impressione che la gente non si accorgesse di lei. Le sfilavano accanto, a volte toccandola con una spalla o un braccio, o spostandola da una parte per passare, senza mai voltarsi per lanciarle uno sguardo o una frase. Sapeva adesso che la città era Philadelphia e che di fratellanza in quel posto non ne avrebbe trovata più che in tutti gli altri in cui ricordava di dover essere stata. Pensò che i nomi sono solo scommesse o speranze o buoni auspici quasi sempre disattesi o insultati.
Quando il fiume fu in vista in fondo, con un gesto dettato forse dall’abitudine o che rispondeva ad un riflesso condizionato, si accarezzò il ventre e ne sentì il turgore, e a stupirla non fu tanto il ricordarsi del figlio che le cresceva dentro, quanto l’aver dovuto attendere che glielo suggerissero le sue dita che si erano fatte strada attraverso il vestito e avevano indugiato sulla pelle. Suo figlio, quando era emersa dallo strano inferno che era la terza classe del “Cromwell” ed aveva visto l’America alla fine del mare, era già lì. Temeva che lui sarebbe stato la sua maledizione e lei la sua. Sarebbe stato irlandese anche lui, perché Theresa era convinta che una persona finisse per appartenere al posto dove era scoccata la sua prima scintilla. E il verde del suo paese glielo avrebbe cucito addosso proprio lei, dandogli il proprio cognome.
Il fiume.
Il Delaware era vivo. Si muoveva incessante, in un solo senso, attraversava e veniva attraversato, e in quel pomeriggio che moriva usava il sole per guardare, riflettendone i raggi e trasformandoli in lame rosse e sottili che ferivano e accarezzavano.
Seguì il lungofiume verso nord, con un occhio verso l’acqua e l’altro alle case e alla strada, per fermarsi al palazzo imponente color mattone con sopra il numero che aveva imparato a memoria. Con il nome che la perseguitava dall’inizio del viaggio sulle labbra, si avvicinò alla porta della casa. Era alta e dipinta di nero. La speranza e la paura per quello che poteva esserci o non esserci al di là della soglia la trattenne e così restò davanti all’uscio, immobile, per un minuto. Poi diede due tre colpi decisi con il battiporta di bronzo a forma di leone che decorava il legno. Theresa aveva appena finito di bussare, quando sentì, credette di sentire, lontano, uno strano suono, una specie di scampanellio stravagante che non sarebbe potuto appartenere a nulla che lei conoscesse. Mentre la porta si apriva, come una coltre caddero di nuovo il silenzio e il buio. Lei stessa si ridusse ad un disco di luce sempre più piccolo. Poi soltanto nero, assenza, e nulla.

La suoneria impostata voleva essere la riproduzione digitale della marcia alla turca di Mozart, ma per Steven si risolveva in un’insopportabile seccatura. Resistette una manciata di secondi poi si arrese. Salvò il documento, spense il monitor e andò a recuperare il cellulare da un ripiano della libreria in fondo alla stanza.

– Masterson.
– …Steve, sono io
– Ciao George. Scusa, non ho guardato il display. E poi Mozart…
– Mozart?
– Sì lui. In un certo senso. Ti spiego un’altra volta.
– Quindi?
– Quindi tranquillo, sono di nuovo operativo. Sono tre giorni filati che scrivo e che l’orizzonte è libero.
– Meglio, Steve. Quelli non aspettano in eterno. Se ne fottono delle crisi creative. Li posso tenere a bada un altro mese, un mese e mezzo al massimo. Poi ho bisogno di passargli qualcosa…
– Ce la faccio, ce la faccio. Dovrei essere uscito dalla palude adesso.
– Che è successo? Hai fatto una preghierina, o cosa?
– Ti sembrerà strano. C’entra lei. Le ho dato un altro nome. E poi ho spostato tutto da queste parti. Non lo faccio mai, ma questa volta mi serviva.
-Ok. E che hai deciso poi per quella cosa? Gliela fai succedere quella cosa o no?
-Quando hai chiamato ero sul punto…Comunque, no, non credo che glielo scateno contro quell’uragano. Per lei ho altri piani adesso.
– Perché?
– Non so come spiegartelo. E’ che lei è così…tenera dopotutto.Non me ne ero accorto prima.
– Mi stai dicendo che ha deciso lei? Ho capito bene Steve?
– Non ha deciso. Ma lei c’è ormai George.
– Stai sorridendo, buon segno. Non approfondisco. Il tuo agente ti saluta adesso Masterson
– Sì. A proposito, la settimana prossima qui da noi. Dillo a Pat.
– Ok. Dovremmo esserci. Ma tu fammi sapere qualcosa prima
– Contaci

Steven rimandò anche quella volta la reimpostazione della suoneria del nuovo telefono. Lo lanciò sul divano. Si versò da bere e andò alla finestra. Il tempo di guardare i riverberi rossastri del sole sul Delaware e i ragazzi giocare a basket sul campo sotto casa. Poi tornò al libro.

Domenico Caringella

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