Carta taglia forbice – 6

[Continua da qui]

Parte seconda – I monologhi della prima persona

Si dà il caso che io mi trovi a mio agio con i Michael Laski di questo
mondo, con quelli che vivono fuori dal mondo invece che al suo
interno, quelli il cui senso di terrore è così acuto che ricorrono
all’impegno in cause estreme e disperate; ne so qualcosa anch’io
della paura e apprezzo gli elaborati sistemi con cui certa gente
riesce a riempire il vuoto, apprezzo l’oppio dei popoli in tutte
le sue forme, da quelle accessibili come l’alcol e l’eroina e la
promiscuità a quelle difficili da trovare come la fede in Dio o
nella Storia.

Joan Didion

Una grande città dell’Europa occidentale

Lui.

Ho pensato alla morte molto spesso. Da quando ero piccolo e, se ricordo bene, le mani non arrivavano alla maniglia di una porta. Mio padre mi sgridava e io morivo soffocato. Mia madre mi negava qualcosa e io morivo impiccato. La processione al funerale era una cosa straziante e io piangevo più degli altri. Ero un maestro dell’autocommiserazione. Ho iniziato a scrivere allora. E non ho mai smesso. Continuo a commiserarmi.
Mi hanno insegnato un mucchio di cose, nel corso degli anni, ma nessuna di queste cose è stata capace di chiarirmi perché sono così e continuo ad essere così come sono.
Come sono è facile da spiegare: sono una creatura che ha paura di tutto, ho il cuore infilato in un pasticcio di sabbia e roccia, gli occhi come pezzi di ghiaccio, la lingua strappata a una pozzanghera. Fango e merda. Questo sono io. Sono sempre stato così, e questa è la storia di come ho distrutto l’amore.

In termini storiografici, se vi piace la terminologia specialistica, non è necessario che vi descriva il tempo in cui vivo. Posso dire che è un’epoca assurda, come tutte le epoche, e che lo è ancora di più perché ha dimenticato di essere una fase, un periodo, perché ha completamente cancellato i suoi ricordi strutturali: la mia specie è la specie umana, i miei antenati hanno fabbricato utensili in bronzo, mangiato la carne cruda, scoperto il fuoco, dato fuoco ai nemici, mangiato la carne cotta dei capi dei loro nemici, scoperto l’agricoltura, distrutto i campi coltivati dai loro nemici, costruito le barche, deciso che si poteva commerciare, scoperto nuovi insediamenti e villaggi, bruciato i nuovi insediamenti e i villaggi, deciso che bisognava pregare qualcuno, dato agli altri poveracci un credo esclusivo, e via dicendo.
I ricordi strutturali sono quei pezzi di memoria inconscia che spingono gli esseri della specie umana a non ripetere e quindi evitare gli stessi errori millenari. Io no. Io bestia. Io fottutissima bestia che impara e dimentica come la cometa attraversa il cielo e il cielo la dimentica appena è scomparsa. Io cielo distratto.

Lei.

Giustifico ciò che non posso capire e rimuovo ciò che dovrei sentire. Sono una bambina scalza che cade sempre sugli scogli e perde sangue ad ogni volo. Sono una bambina che non sa fare a meno di sentire, e piange se apre gli occhi verdi, e sogna il mondo che gioca a letto mentre il cielo dorme e le città dimenticano.
Non dico che dovremmo aspettarci più di quello che ci servono, ma dico che confondo tutto e rischio di aspettarmi solo quello che mi offrono. Lui non sa affondare, teso com’è nella menzogna, nella sfera perfetta dell’uomo che illude sempre se stesso prima di fottere gli altri. Se dico possesso, lui non capisce. Se dico, ti ho perso perché ti ho lasciato andare, lui pensa di capire, ma sbaglia tutto. Ogni parola, ogni suono sciacquato e riprodotto finite volte si asciuga ma rischia di bruciare. Le cose che dice dovrei tagliarle, fargliele mangiare a pezzettini minuscoli, invisibili, fargliele ingoiare col respiro. Ma io non sono così. Io non voglio violentarlo.
Da quando avevo sei anni ho rincorso mio padre scalza. Prendevo un autobus che sfiorava la montagna, e ad ogni curva il cuore scendeva dal finestrino, ma l’autobus arrivava, e mio padre non era lì ad aspettarmi. Correvo verso casa sua e lo chiamavo. Mio padre usciva sul balcone e mi guardava come si fa con gli esattori.
La sera, il cuore asciutto nell’astuccio, scendevo a bordo della nave che tagliava la montagna, la schiena riscaldata dal motore. Per tutto il tempo piangevo e promettevo che non sarei mai più tornata. Lui, mio padre, soltanto ora lo capisco, aveva da offrirmi solo quello: paura e lacrime.

Marco Lupo

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