Quattro Visioni

di Francesco Quaranta

A metà del mio percorso mortale, come malattia, l’intolleranza per il mondo crebbe in me. La febbre inquieta calò una coltre di turbolento, formicolante fradiciume e mi gettò nel ventre del delirio. Quando questo si squarciò, partorì le visioni.

Nella prima ero solo sulla sconfinata Terra sovraffollata di uomini che brancolavano, ottenebrati e prudenti, in una tremenda nebbia lattea. Loro unica luce e direzione erano gli Idoli: costruzioni di organicità eterea commista a solidità cristallina, articolati palazzi di cerimoniali e imperativi. Protrudevano da loro cordoni fibrosi e guizzanti, s’affondavano nella nuca di ogni uomo a concedere loro un conforto sintetico. Così questi erravano, calpestandosi l’un l’altro nel timore di smarrire il Bene ed i beni. Ma proprio come tutti gli edifici, gli Idoli avevano delle pareti, dei limiti.
Senza indugio scelsi di spezzare questa gabbia: afferrai un paio di tentacoli che penetravano le spine di uomini maturi, strattonai e li liberai. Urlarono, sperduti, spaventati e senza guida, trasmutarono in infanti dalle proporzioni gigantesche che strillavano la loro disperazione raggomitolati a terra, sbavanti.
La visione non era tale, compresi, sussisteva la necessità di agire. Posi perciò le tremanti mani dei due lattanti l’una nell’altra. Il pianto cessò ed essi riacquistarono l’aspetto adulto, illuminati dalla certezza nata con quella stretta. A cascata, i due uomini liberi strapparono i vincoli di ogni Idolo dai loro simili per sostituirli con un legame paritario, mano per mano. La nebbia si diradò rapida e la vista fu invasa ovunque da una sublime luce e dalla natura rigogliosa; gli Idoli crollarono con nulla più che gran rumore per lasciare soltanto affascinanti leggende.
Gli umani, monolitica catena, si strinsero ancora, maggiormente consci e fiduciosi della loro unione. l’Umanità, messe radici nel terreno vivo e fertile. Crebbe fino alle nuvole come titanica simbiosi.

La seconda mi trovò solitario di fronte all’immenso Albero dell’Umanità interconnessa, immensa, maestosa e sicura. Ognuno aveva un Leggi il resto dell’articolo

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13 storie inospitali

13 storie inospitali (Lavieri, 2010)

di Hans Henny Jahnn

L ‘ultima volta che ho avuto tra le mani un libro della collana Arno di Lavieri, si trattava dell’ottimo Tecniche di basso livello di Gherardo Bortolotti, dunque mi sono avvicinato a 13 storie inospitali di Hans Henny Jahnn già carico di aspettative positive. Nonostante tali premesse, sono rimasto sbalordito. Sbalordito fin dal primo racconto, Ragna e Nils, uno dei più vecchi – vale la pena ricordare come 13 storie inospitali sia composto da sei racconti tratti da Perrudja, del 1929, e sette tratti da Fluss ohne Ufer, trilogia i cui volumi uscirono rispettivamente nel 1949, nel 1950 e nel 1961 – nel quale da subito si impone agli occhi del lettore una prosa scarna, di brevi e perentori periodi, fortemente connotata nella direzione della fiaba o della leggenda, e a tratti addirittura illogica, almeno nel senso di un completo rifiuto dei rapporti causa-effetto di marca psicanalitica. Il secondo racconto, La storia dello schiavo, ha confermato il mio sbigottimento: avevo difficoltà a collocare l’autore, tanto all’interno della letteratura tedesca che di quella mondiale; alcuni elementi mi ricordavano i racconti fantastici di Hoffmann; altri potevano ricordare Döblin, ma l’armonia, quella era affatto diversa; altri ancora mi portavano altrove, in territori propri del mito. Mito norreno, a prima vista, ma in seconda lettura anche – e forse più – ellenico e orientale. Ho pensato che avrebbe potuto essere così uno scrittore appartenente al “canone” di un’altra umanità. Di un mondo parallelo. Sul momento ho creduto che questa sensazione si originasse semplicemente dalla mia relativa ignoranza in letteratura tedesca, ma è bastato fare qualche superficiale ricerca per scoprire che era condivisa dai più eminenti studiosi che si fossero avvicinati all’opera di Jahnn, un fiume segreto, che scorre sotterraneo accanto a quello sul quale naviga e dal quale si abbevera normalmente chi legge e chi scrive. Mi è venuto in aiuto Jahnn stesso col terzo racconto, L’orologiaio, che insieme all’ottavo, Kebad Kenya, è quello che più ha il sapore di un manifesto – o di una maschera funebre, come viene suggerito da Domenico Pinto nel risvolto di copertina. Ma non rovinerò al lettore il piacere di leggerli, e scorgervi in controluce gli intenti, l’approccio dell’autore. Se mai poi è importante: ad essere importante è, credo, il fatto che Jahnn entri a gamba tesa sui cosiddetti “grandi temi” – la morte innanzitutto, e poi l’eros, la possibilità della metafisica, l’estetica, il tempo, il doppio, la modernità… (potrei continuare) – e lo fa a modo suo, in un modo, forse, che ci sarebbe oggi chiaro (e caro) se certi germi intellettuali e sensuali, fioriti nello spaziotempo di Weimar, non fossero stati spazzati via dall’avvento del nazismo. Spazzati via assieme ai loro “genitori”, a parte uno: quel Jahnn che anche dopo la guerra, misconosciuto, ha continuato sulla sua linea, una linea idiosincratica, panerotica, a tratti spietata (quasi imbarazza la durezza dello scrittore nei confronti del suo protagonista, in Cavalli rubati o ne Il tuffatore), aspramente critica nei confronti della civiltà occidentale, e tuttavia del tutto priva di una risposta, di una qualsiasi alternativa, se non una straziante, costante nostalgia dei sensi.
Il titolo originale dell’opera è 13 nicht geheure Geschichten: il termine “nicht geheure” era utilizzato da Heidegger nel senso di “non familiare”, e in effetti non è familiare (per me, ma sono pronto a scommettere che non lo sarà per nessun altro lettore), il mondo di Jahnn, e proprio per questa unicità, oltre che per la sua lampante bellezza, vale la pena scoprirlo. Ai lettori non posso dunque che consigliare la lettura di questa mirabile raccolta, arricchita da una postfazione di Andrea Raos e da un saggio di Ferruccio Masini; agli editori, il recupero e la traduzione di Fluss ohne Ufer, un “Fiume senza rive” in cui sono ormai certo che sarà dolce immergersi e forse anche morire, lasciandosi poi trasportare dalla corrente come i molti “morti per acqua” che popolano la presente raccolta.

Vanni Santoni

Intervista a Giuseppe Garibaldi

È arrivato in libreria il secondo lavoro di Massimiliano e Pier Paolo Di Mino “Il libretto rosso di Garibaldi” (Purple Press), un vero e proprio compendio che racchiude quanto si volesse sapere sull’eroe italiano attraverso lettere, proclami e scritti di varia natura.

Per parlarne e approfondire abbiamo puntato molto in alto, scomodando lo stesso Giuseppe, che abbiamo scoperto essere il vero artefice della nascita del libro.

Quanto segue è la pura verità.

 

È vero che lei ha imposto ai Di Mino di scrivere un libro che la riguardasse?

La vostra è una generazione delicata, vegetariana: chiamate “imposizione” ciò che è semplicemente un consiglio dato con forza. Nella vita ho imparato a fare le cose alla spicciolata, con veemenza e senza pensare troppo. Mai ritrovarsi a dire che «pensando, consumai la ‘mpresa che fu nel cominciar cotanto tosta». Sono versi di Dante, il secondo italiano più importa della storia dopo di me. L’importante è fare. Per esempio, l’Italia: non è come la sognai, ma la rivoluzione è come l’amore, e in amore è meglio lasciarsi che non essersi mai incontrati.

Perché lo ha fatto?

Perché in fondo la vita di un uomo si riduce al racconto che se ne può fare. E penso che farei peccato più grave fingendo modestia se non reputassi la mia vita un racconto che vale proprio la pena di essere fatto. Io stesso vi provai, cimentandomi con calamo e carta. E molti sono quelli che hanno usato la loro arte per proseguire la mia leggenda. Ma oggi, in questa Italia immiserita, vituperio delle genti (è sempre il secondo italiano più importante che lo dice) vedo riaffacciarsi una nuova pubblicistica che mi dipinge come un ladro (io che non ho mai accettato un soldo da nessuno e ho sempre vissuto poveramente!). Qualcuno mi ha accusato di essere un negriero (io che ho liberato schiavi lungo tutte le coste d’America: Aguyar, fratello mio, mi sei testimone!). Mi si accusa di essere la fonte dei mali del nostro bel meridione, e si dimentica che sono stati i soldati piemontesi, e non le mie giubbe rosse, a fare gli eccidi di contadini calabri e campani; non io ho vuotato le casse del ricco regno delle due Sicilie e ridotto quella terra felice a una colonia interna. Dare la colpa di tanti mali alla mia opera di liberazione è cosa vana e folle quale l’accusare un padre dei mali di un figlio per averlo messo al mondo. Non voglio dimenticarmi di parlare di Bronte, che mi grava sul petto: ma dirò solo che la strage terroristica (perché questo fu praticato da quei contadini) non è la stessa cosa di una rivoluzione. Parlare male di me, significa parlare male di una rivoluzione che cercava di realizzare giustizia e libertà. Con questo libro voglio far smettere questo vaneggiamento, perché si torni a parlare di giustizia e libertà.

È vero che lei è un socialista?

Non vedo come potrei essere definito diversamente. Sono stato il primo internazionalista per aver combattuto per tutte le cause progressiste di tutti i paesi del mondo. E l’ho fatto perché gli uomini potessero vivere in un mondo libero, dove il contadino avesse la sua terra e l’operaio il suo diritto al lavoro e alla vita la più dignitosa possibile: dove non vi fosse posto per il tiranno, l’ingiustizia, la violenza. Il mio è il socialismo delle persone, e non una teoria su un libro di filosofia. Il mio socialismo è vivo non in teoremi astratti, ma nella certezza che la marea socialista finirà per sommergere l’impreparata nave dello Stato.

È vero che lei non aveva rispetto per le donne?

Se amare una donna è non rispettarla, allora mi assumo la colpa.

È vero che lei è stato in Messico?

Mi manca. Un mio nipote, in effetti, ha combattuto lì, ma preferisco non parlare di lui.

Sono vere le cose che si dicono sul suo coraggio?

Vere. E anche se non le fossero, sarebbe dovere e responsabilità ineludibili di un uomo e di un rivoluzionario vantarle. La cosa più brutta che può accadere ad un uomo, e ad una nazione, è di perdere il coraggio; anche solo quello di sperare in una vita migliore.

Come ci si sente ad essere l’Eroe dei Due Mondi? Donne ovunque eh!?

Non è tutto rose e fiori. Per esempio, ricordo in Inghilterra tutta quella gente che mi acclamava, e mi dava segni di affetto, ma poi non volevano farmi fumare il sigaro dentro quelle stanze tutte tappezzate fino a far perdere i sensi a un povero uomo. Per non parlare dell’avermi costretto a coricarmi in orari proibitivi, tipo anche le dieci di sera. E poi le donne, contesse e affini, con quelle astruse complicazioni come l’andare a letto senza stivali. Se vogliamo parlare di vera felicità, parliamo di Caprera e della mia Armosino: una donna vera, con due mani così!

Cosa troveremo in questo libro?

Quei discorsi e quei proclami che rappresentano il mio pensiero vivo: il mio costante invito a tutte le generazioni umane a combattere per il diritto contro l’ingiustizia. Ricordate: lo schiavo solo ha diritto di far la guerra al tiranno!

Cosa non troveremo?

I Di Mino non solo hanno raccolto un ragionato catalogo di miei scritti, hanno anche ridisegnato la mia figura di rivoluzionario e di uomo in una nota introduttiva che è un invito alle generazioni presenti. Io, finita la mia vita mortale, sono ormai un racconto sul quale modellare il proprio impegno umano e, quindi, politico. È un libretto esortativo: quindi non troverete la testimonianza dolente della delusione che nutro nei confronti di questa Italia che pure ho espresso con tanta forza in molti luoghi. È ora di guardare avanti!

Chi le scriveva i discorsi?

Mi pare i Di Mino, no?

È soddisfatto del lavoro svolto dai Di Mino?

Ancora non l’ho letto. Comunque, sì.

Ma lo sa che prima hanno scritto un libro su D’Annunzio? Che ne pensa?

Fiume di tenebra, un romanzo sulla Reggenza del Carnaro, che è l’ultima impresa risorgimentale e, quindi, garibaldina. Ricordo di aver consigliato con forza anche al D’Annunzio di scrivere un libro su di me. Poi, pieno di entusiasmo, il simpatico poeta mi ha addirittura emulato. Nei festeggiamenti di quest’anno, non verrà nemmeno nominato. Tanto gli italiani hanno dimenticato la loro storia, e non sanno più chi sono!

Ci saluti come meglio crede.

Vi saluto, augurando a tutti una nuova Fiume, un nuovo Risorgimento: augurandovi lo splendore di una nuova Repubblica Romana, senza disperare mai, perché ovunque sarete con i vostri ideali di giustizia, libertà e bellezza, là sarà Roma.

 

Intervista a cura di Alex Pietrogiacomi