Il libretto rosso di Pertini

Sandro Pertini è stato, ed è, il Presidente più amato dagli italiani. Rappresenta quella figura etica di uomo incorruttibile e di indefesso combattente per la libertà di cui oggi più che mai si sente il bisogno. Il libretto rosso di Pertini è un saggio fra letteratura e storia, che raccoglie gli scritti e i proclami politici del grande Presidente di tutti gli italiani e ne ricostruisce l’entusiasmante biografia, dalle sue imprese durante la Prima Guerra Mondiale alla Guerra di Resistenza durante la Seconda, passando per l’esilio e il carcere, fino ad arrivare alla Presidenza della Repubblica. I Di Mino, autori del romanzo Fiume di tenebra, sull’epopea dannunziana a Fiume, e de Il libretto rosso di Garibaldi, completano così un percorso ideale alla riscoperta dell’epica nazionale, ridisegnando la figura di Sandro Pertini, in una chiave moderna e originale, come mito ancora attivo. Leggi il resto dell’articolo

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La legalità? Attenti a quando scade! /4

La regola che Giustiniano desunse dal diritto romano e schematizzò nel Corpus luris Civilis è solo un’altra interpretazione che l’uomo ha voluto dare indirettamente alla legalità agendo sul significato di giustizia. Non c’è da chiedersi se oggi la formula «Honestae vivere, alterum non ledere, suum cuique tribuere» abbia ancora valore (visto che è diventata una regola di costume), ma se ne abbia mai avuto (teoricamente) e quale sia stato il suo reale significato (praticamente).

In tal senso, la situazione italiana a oggi è eccitante da un punto di vista speculativo.

Le vicende giudiziarie di Berlusconi sono in realtà le variazioni di un tema maggiore: che armi si possono adottare per proteggersi dalla legge? “Perché dovrei tutelarmi dalla legge?” ci si potrebbe chiedere a questo punto. Il motivo è presto detto: se la domanda delle domande è chi sorveglia i sorveglianti, e quindi chi deve controllare la magistratura, significa che in pratica è il sorvegliante stesso il vulnus del sistema giuridico. Leggi il resto dell’articolo

La legalità? Attenti a quando scade! /3

Col Giusnaturalismo osserveremo la nascita di una concezione di giustizia che si basa sulla reciprocità, come la giustizia commutativa di Aristotele, e sul sistema di limitazione reciproca (secondo cui la propria libertà finisce dove comincia quella degli altri). E in ogni caso si tratta di un diritto connaturato con l’uomo, anteriore a qualsiasi altra legge scritta.

Avremo un cambiamento radicale con Hobbes, che teorizzerà l’esistenza del diritto naturale di tutti su tutto, che automaticamente si vanifica piombando nell’ambito della casualità e dell’arbitrio soggettivo. Egli sosteneva – rientrando pienamente nell’ambito del nominalismo – che se non vengono scritte leggi, non è possibile infrangerle; per questo, finché non si trova un capo assoluto a cui affidare il destino della comunità, le leggi non esisteranno e tutti potranno agire liberamente secondo il suddetto diritto che tutti possono vantare nei confronti di tutto. Insomma, ci dice che non esiste alcuna regola a cui dobbiamo sottostare che non abbiamo codificato noi stessi. Per dovere di chiarezza, inoltre, bisogna dire che perfino Hobbes aggiungerà che serve un capo a cui sottomettersi per poter trovare un ordine in cui vivere serenamente. Leggi il resto dell’articolo

Marx – Istruzioni per l’uso

Marx – Istruzioni per l’uso (Ponte alle Grazie, 2010)

di Daniel Bensaïd

 

Accompagnato dalle vignette di Charb, uno dei maggiori disegnatori francesi, direttore del settimanale satirico «Charlie Hebdo», il volume in oggetto direbbe a primo impatto di una strana natura anfibia, non del tutto seria, ammiccante, spiritosa: cosa lontanissima dal vero, perché si tratta di un lavoro che in più parti richiede invece un minimo di addestramento, pur schivando la forma accademica dei saggi per specialisti. Detto che viene il sospetto che l’editoria abbia bisogno di strambi travestimenti per far passare Marx alla cassa delle librerie, di strizzar l’occhio a un qualche divertimento per renderlo digeribile, il libro di Bensaïd (scomparso recentemente) mette in guardia proprio dal relegare il grande filosofo di Treviri in una nicchia accademica perciò stesso innocua e ininfluente alla, si sarebbe detto una volta, “prassi” politica e persino alla liceità di un suo uso giornalistico. L’introduzione e il primo capitolo sull’adolescenza del giovane Marx bohemien, bevitore robusto dall’aspetto furente, frequentatore di poeti, sveglio quanto basta per comprendere che nella Prussia reazionaria di Federico Guglielmo IV non v’è posto per la libera ricerca quindi tantomeno vi albergano speranze per una carriera universitaria dignitosa, questo incipit e la metafora del Capitale come un noir concedono quel po’ che basta per avvicinare il lettore a digiuno di certi argomenti; però presto la divulgazione prende un andamento tutt’altro che corrivo e facilone. L’assunto è semplice: «Sarà sempre un errore non leggere e rileggere e discutere Marx». La frase è di Derrida, un tale cui si può muovere qualsiasi critica tranne quella d’esser stato un buzzurro e truculento stalinista come piace pensare ai liberali d’oggidì di chiunque non si sia pacificato nell’accettazione supina del capitalismo quale che sia, compreso quello che sta facendo strame di un secolo e rotti di conquiste sociali e civili.

Come ci ricorda Bensaïd, Marx ben presto prese le distanze dall’umanismo romantico dei socialisti alla Proudhon, e questo è noto; interessante invece la considerazione secondo cui qualcosa di quel modo di pensare oggi è ravvisabile per lui in certe pose teoriche come quelle che fanno capo al cosiddetto pensiero della “decrescita”: l’immagine di un mondo artigianale fatto di piccoli produttori indipendenti, e tanto calore domestico – che sembrano omettere dall’orizzonte sociale l’idea stessa del conflitto, ossia quel principio agonistico senza il quale per Marx non v’è storia (e si è visto aggiungerei in quale condizione ci abbia precipitato il pensiero di una “fine della storia”). Religione, denaro, stato, economia politica: il Marx che si avvicina al ’48, ossia al Manifesto, inizia a strutturare sistemi teorici notoriamente più complessi – ritenuti da alcuni deterministici – che si vuole di solito accogliere soltanto calandoli nella realtà dell’Europa coeva. Ma oggi come allora il materialismo è innanzitutto un assalto alla religione che è per l’intanto religione delle illusioni. Marx non fa che portare a termine (anch’esso temporaneo, questo sì) il passaggio dalla trascendenza coatta che serviva la nobiltà e le corti europee all’immanentismo illuminista: l’uomo, sottratto all’astratta sovranità del cielo, non è nemmeno un microcosmo spirituale autosufficiente, bensì corpo concretamente immerso nella storia (materiale). In ciò, al netto degli indubbi tratti dogmatici del suo pensiero – guarda caso quelli più fallaci, guarda caso quelli che sfuggono al suo controllo teorico e recano le tracce mnestiche dell’hegelismo da una parte e di una improvvida escatologia ebraica dall’altra, la convinzione in fondo irrazionale che la storia procedesse verso una direzione lineare in cui il comunismo si sarebbe realizzato perché innestato sul capitalismo, da esso stesso necessitato, resta la diagnosi difficilmente discutibile: «all’inizio della ricchezza vi era il crimine dell’estorsione del plusvalore, e cioè il furto del tempo del lavoro estorto e non pagato ai lavoratori», a dirla con Engels, «un omicidio».

Personalmente, non credo che il pensiero di Marx sia in sé immune dai rischi totalitari in cui è difatti finito – ma qui il discorso si farebbe troppo lungo. Ciò non toglie che Marx aveva visto come nessun altro quale miseria avesse prodotto l’economia politica spacciata per ontologia – a dirne una oggi, per gli amanti degli esempi concreti e “attuali”, come le crisi finanziarie possano portarsi dietro la devastazione nell’ “economia reale”. E dunque, con le parole di Bensaïd:: «L’attualità di Marx è quella del capitale stesso (…) la sua critica alla privatizzazione del mondo, del feticismo della merce nel suo stadio spettacolare, della sua fuga mortifera nell’accelerazione della corsa al profitto» etc.

La fretta di buttarlo con l’acqua sporca del “socialismo reale” ha prodotto disastri, sempre più tangibili sulla pelle anche dei sostenitori del capitalismo più bieco. Non basta?

 

Michele Lupo

Intervista a Giuseppe Garibaldi

È arrivato in libreria il secondo lavoro di Massimiliano e Pier Paolo Di Mino “Il libretto rosso di Garibaldi” (Purple Press), un vero e proprio compendio che racchiude quanto si volesse sapere sull’eroe italiano attraverso lettere, proclami e scritti di varia natura.

Per parlarne e approfondire abbiamo puntato molto in alto, scomodando lo stesso Giuseppe, che abbiamo scoperto essere il vero artefice della nascita del libro.

Quanto segue è la pura verità.

 

È vero che lei ha imposto ai Di Mino di scrivere un libro che la riguardasse?

La vostra è una generazione delicata, vegetariana: chiamate “imposizione” ciò che è semplicemente un consiglio dato con forza. Nella vita ho imparato a fare le cose alla spicciolata, con veemenza e senza pensare troppo. Mai ritrovarsi a dire che «pensando, consumai la ‘mpresa che fu nel cominciar cotanto tosta». Sono versi di Dante, il secondo italiano più importa della storia dopo di me. L’importante è fare. Per esempio, l’Italia: non è come la sognai, ma la rivoluzione è come l’amore, e in amore è meglio lasciarsi che non essersi mai incontrati.

Perché lo ha fatto?

Perché in fondo la vita di un uomo si riduce al racconto che se ne può fare. E penso che farei peccato più grave fingendo modestia se non reputassi la mia vita un racconto che vale proprio la pena di essere fatto. Io stesso vi provai, cimentandomi con calamo e carta. E molti sono quelli che hanno usato la loro arte per proseguire la mia leggenda. Ma oggi, in questa Italia immiserita, vituperio delle genti (è sempre il secondo italiano più importante che lo dice) vedo riaffacciarsi una nuova pubblicistica che mi dipinge come un ladro (io che non ho mai accettato un soldo da nessuno e ho sempre vissuto poveramente!). Qualcuno mi ha accusato di essere un negriero (io che ho liberato schiavi lungo tutte le coste d’America: Aguyar, fratello mio, mi sei testimone!). Mi si accusa di essere la fonte dei mali del nostro bel meridione, e si dimentica che sono stati i soldati piemontesi, e non le mie giubbe rosse, a fare gli eccidi di contadini calabri e campani; non io ho vuotato le casse del ricco regno delle due Sicilie e ridotto quella terra felice a una colonia interna. Dare la colpa di tanti mali alla mia opera di liberazione è cosa vana e folle quale l’accusare un padre dei mali di un figlio per averlo messo al mondo. Non voglio dimenticarmi di parlare di Bronte, che mi grava sul petto: ma dirò solo che la strage terroristica (perché questo fu praticato da quei contadini) non è la stessa cosa di una rivoluzione. Parlare male di me, significa parlare male di una rivoluzione che cercava di realizzare giustizia e libertà. Con questo libro voglio far smettere questo vaneggiamento, perché si torni a parlare di giustizia e libertà.

È vero che lei è un socialista?

Non vedo come potrei essere definito diversamente. Sono stato il primo internazionalista per aver combattuto per tutte le cause progressiste di tutti i paesi del mondo. E l’ho fatto perché gli uomini potessero vivere in un mondo libero, dove il contadino avesse la sua terra e l’operaio il suo diritto al lavoro e alla vita la più dignitosa possibile: dove non vi fosse posto per il tiranno, l’ingiustizia, la violenza. Il mio è il socialismo delle persone, e non una teoria su un libro di filosofia. Il mio socialismo è vivo non in teoremi astratti, ma nella certezza che la marea socialista finirà per sommergere l’impreparata nave dello Stato.

È vero che lei non aveva rispetto per le donne?

Se amare una donna è non rispettarla, allora mi assumo la colpa.

È vero che lei è stato in Messico?

Mi manca. Un mio nipote, in effetti, ha combattuto lì, ma preferisco non parlare di lui.

Sono vere le cose che si dicono sul suo coraggio?

Vere. E anche se non le fossero, sarebbe dovere e responsabilità ineludibili di un uomo e di un rivoluzionario vantarle. La cosa più brutta che può accadere ad un uomo, e ad una nazione, è di perdere il coraggio; anche solo quello di sperare in una vita migliore.

Come ci si sente ad essere l’Eroe dei Due Mondi? Donne ovunque eh!?

Non è tutto rose e fiori. Per esempio, ricordo in Inghilterra tutta quella gente che mi acclamava, e mi dava segni di affetto, ma poi non volevano farmi fumare il sigaro dentro quelle stanze tutte tappezzate fino a far perdere i sensi a un povero uomo. Per non parlare dell’avermi costretto a coricarmi in orari proibitivi, tipo anche le dieci di sera. E poi le donne, contesse e affini, con quelle astruse complicazioni come l’andare a letto senza stivali. Se vogliamo parlare di vera felicità, parliamo di Caprera e della mia Armosino: una donna vera, con due mani così!

Cosa troveremo in questo libro?

Quei discorsi e quei proclami che rappresentano il mio pensiero vivo: il mio costante invito a tutte le generazioni umane a combattere per il diritto contro l’ingiustizia. Ricordate: lo schiavo solo ha diritto di far la guerra al tiranno!

Cosa non troveremo?

I Di Mino non solo hanno raccolto un ragionato catalogo di miei scritti, hanno anche ridisegnato la mia figura di rivoluzionario e di uomo in una nota introduttiva che è un invito alle generazioni presenti. Io, finita la mia vita mortale, sono ormai un racconto sul quale modellare il proprio impegno umano e, quindi, politico. È un libretto esortativo: quindi non troverete la testimonianza dolente della delusione che nutro nei confronti di questa Italia che pure ho espresso con tanta forza in molti luoghi. È ora di guardare avanti!

Chi le scriveva i discorsi?

Mi pare i Di Mino, no?

È soddisfatto del lavoro svolto dai Di Mino?

Ancora non l’ho letto. Comunque, sì.

Ma lo sa che prima hanno scritto un libro su D’Annunzio? Che ne pensa?

Fiume di tenebra, un romanzo sulla Reggenza del Carnaro, che è l’ultima impresa risorgimentale e, quindi, garibaldina. Ricordo di aver consigliato con forza anche al D’Annunzio di scrivere un libro su di me. Poi, pieno di entusiasmo, il simpatico poeta mi ha addirittura emulato. Nei festeggiamenti di quest’anno, non verrà nemmeno nominato. Tanto gli italiani hanno dimenticato la loro storia, e non sanno più chi sono!

Ci saluti come meglio crede.

Vi saluto, augurando a tutti una nuova Fiume, un nuovo Risorgimento: augurandovi lo splendore di una nuova Repubblica Romana, senza disperare mai, perché ovunque sarete con i vostri ideali di giustizia, libertà e bellezza, là sarà Roma.

 

Intervista a cura di Alex Pietrogiacomi

IL LIBRETTO ROSSO DI GARIBALDI

IL LIBRETTO ROSSO DI GARIBALDI – Discorsi, scritti e proclami dell’uomo che inventò l’Italia sognando una patria socialista (Purple Press, 2011)

a cura di Pier Paolo e Massimiliano Di Mino

 

Riportiamo un breve estratto del nuovo lavoro firmato dai fratelli Di Mino, che a distanza di pochi mesi dall’uscita di Fiume di tenebra escono con un nuovo libro in cui la storia si fonde col mito, che è poi da sempre una delle possibilità che può darsi la scrittura per resistere a una malattia che sembra ormai spopolare nel nostro paese: la perdita della memoria.

Segnaliamo che il libro verrà presentato mercoledì 2 febbraio alle ore 18:30 presso la Casetta Rossa, in via G.B. Magnaghi 14 a Roma (zona Garbatella).


Ci hanno insegnato che non esistono più i miti, o che non è abbiamo più bisogno. In cambio ci danno per articolo di fede che quello di cui abbiamo bisogno, invece, è di produrre e comprare coscienziosamente. Sarebbe più onesto e corretto dire, quindi, che i vecchi miti sono stati soppiantati, con utile operazione teologica, da un nuovo racconto della vita non meno fantasioso di qualsiasi altro racconto. In questa favola bella si immagina la vita come una competizione senza limiti, con leoni e gazzelle che, in barba alla loro reale natura, vivono una vita insonne gli uni cacciando e gli altri fuggendo.

Si capirà, dunque, come siano divenute viete, per non dire pericolose, le vecchie storie che ci avvertivano sugli eccessi egotici degli eroi, con Achille e le sue schiere di ubbidienti mirmidoni pronti al massacro, o con Beowulf che manda a marcire tutto il regno pur di dimostrare il suo valore. Ci dicono che sono robe di scuola piena di polvere.

Non godere più dei benefici di tale avvertimento porta a conseguenze quali sono visibili, oggi, agli occhi di tutti.

La metafisica commerciale contemporanea, poi, deve considerare come vere nemiche quelle storie che ci guidavano nel mondo con coraggio, generosità e astuzia, tipo la storia di Odisseo, il re contadino che torna a casa e, con il porcaio Eumeo, un giovane figlio e una moglie abbandonati, caccia gli usurpatori e pratica giustizia e libertà. Splengler diceva che la civiltà sarà salvata da un plotone di soldati: è vero, ma il plotone è sempre composto dalla gente più strampalata.

Pensate, poi, se un mito ce lo troviamo incarnato, ed è anzi il nostro eroe, un eroe di questo mondo. Anzi di due, ma molto concreti e poco trascendentali: insomma un eroe il cui avvento non va spettato con fede. Pensate se, questo eroe, è l’eroe di cui il mondo sentiva veramente il bisogno (ce lo assicura il comandante Ernesto Che Guevara), e si chiama Giuseppe Garibaldi.