10
feb
10

Condizioni d’uso – Lemmings

ARTISTA: Lemmings

COMPONENTI:

Ra-B: voce

Babysan: basso e voci

Foga: batteria

Frankieboy: chitarra

Luna: voce

Marcolettico: chitarra

TITOLO DEL DISCO: Lemmings

ANNO: 2009

ETICHETTA: La Grande Onda

DISTRIBUZIONE: Self

CONTATTI: www.myspace.com/thelemmings

TRACKLIST:

1. Pret à Porter

2. Non suono indie

3. C’è una scimmia tra noi

4. Tanz Bambolina

5. Mai

6. L’anima che tocchi

7. Passo e chiudo

8. Tu

9. Fino al limite

10. Democratica

CANZONE MIGLIORE: Non suono indie

Si vive una volta sola: è questo lo spirito dei Lemmings, che con il loro primo lavoro divertono ed avvertono che la musica underground non può e non deve essere sempre imprigionata in stereotipi limitanti e limitativi.

La loro immagine strafottente, iper-curata e “trash” (quanto ci piace questo termine), accentuata peraltro dalla presenza di due Donne esageratamente belle, sembra indisporre i cosiddetti alternativi, il cui primo pensiero è premere il grilletto del distorsore più potente in circolazione per annientare e disintegrare gli ascoltatori.

Quindi:

odiate le maglie a righe?

siete infastiditi dai musicisti che sorridono?

provate disgusto nell’ascoltare un suono curato?

credete che bere cocktail anzichè birra sia una mancanza di rispetto?

Allora i Lemmings non fanno proprio per voi.

P.S. questa band sa suonare divinamente, ma mi rendo conto che ciò non sia affatto rilevante.

Ilenia Volpe

09
feb
10

Digressione libera su felicità e altre specie

Digressione libera su felicità e altre specie *

Ti offrirei da bere e otterrei dieci minuti del tuo tempo, poi l’intera serata, magari anche la notte; mi permetteresti di vestire i panni di un gentleman d’altri tempi, cultura di sinistra e abiti globalizzati, tanto quanto i tuoi così originali, frivoli e fuori dagli schemi e che però ti rendono molto simile ai manichini del centro commerciale. Dovrei dirti che odio i centri commerciali per lo spreco, l’ansia all’acquisto e la febbrile, isterica, angoscia di riempimento interiore fra carte di credito e rate da pagare e invece odio i centri commerciali per i manichini senza testa che ci somigliano un po’ tutti tranne che per il colore della pelle che è sempre troppo chiara o troppo scura, l’innaturale imitazione plastica di un incarnato senza nei e smagliature, e ci illudiamo che quei vestiti vestirebbero meglio noi, con le nostre forme da riempire, da coprire piuttosto, e le nostre facce tutte diverse. E invece vestono l’ansia di somigliarci tutti anche se viviamo fingendo d’essere tutti diversi. E tu mi daresti dieci minuti del tuo tempo, e io potrei fingere di possedere abbastanza denaro per offrirti da bere, abbastanza cultura per parlare di supermercati e centri commerciali, esproprio proletario no perché nessuno più ne parla nei bar e nemmeno negli scantinati e nei salotti che restano muti davanti alla televisione; e tu mi concederesti il tuo tempo in cambio di un bicchiere sapendo bene che non ti venderesti mai e poi mai per un bicchiere, dichiarando la responsabilità delle donne nel nostro sistema sociale mentre io ti pago da bere. Sorseggio e parlo, e bevo il secondo mentre ascolti con quegli occhi che sembrano l’unica cosa che ti appartenga davvero sotto strati culturali di ombretti iridescenti, che celano occhiaie e regalano qualche mese in meno, ma stai tranquilla io non ti dirò niente del genere perché tu scapperesti e non voglio che scappi, perché a nessuno piace sapere più di quanto non voglia, ci bastiamo noi con le nostre pseudo-coscienze neolitiche e analfabete e le nostre orecchie sorde alle critiche. Meglio credere di esistere ancora sotto lo spessore del trucco e le etichette che coprono la tua essenza perché tu possa proporti a me e agli altri uomini come un oggetto luminoso in una vetrina, aspettandoti però che io ascolti i tuoi turbamenti interiori e le convinzioni sul matrimonio sugli uomini e sui figli, ma non te lo dirò perché mi daresti del maschilista e niente è più lontano da me del maschilismo, se lo fossi dovrei sentirmi superiore e invece non lo sono, no non mi sento affatto superiore, il mio livello è così basso che non posso nemmeno essere realista perché dovrei costringermi alla consapevolezza di molte cose ed è così difficile essere consapevoli, sono un meschino e un bugiardo, come te anche io credo di esistere ancora, nonostante non lavori da mesi perché hanno dilapidato le loro promesse, o le hanno dimenticate, nessun rinnovo di contratto e tanti saluti. Senza lavoro non esisto, non esisto senza soldi, senza auto, non esisto senza un ruolo sociale riconosciuto e retribuito. Eppure io esisto ancora nella mia essenza, questo lo credo, mi costringo a crederlo senza pensarci tanto su, e non voglio soffermarmi a pensarlo perché equivarrebbe e non crederlo più, di fatto, e la fattualità delle cose mi renderebbe realista ma sono troppo meschino e bugiardo per spingermi a essere realista, di fatto non ammetto che sono un uomo di trentacinque anni senza lavoro e senza una moglie da odiare e senza figli da controllare come appendici o protesi della mia esistenza e senza potermi dannare per la scelta di un matrimonio sbagliato, cosa che mi occuperebbe la mente almeno per quattro ore al giorno, un uomo solo e abbastanza infelice senza nessuno da incolpare per la mia infelicità, ma questo non te lo dico perché potrebbe turbarti, voi donne siete sensibili a questo genere di cose, cambierebbe la tua espressione e per un momento il tuo coinvolgimento empatico forse ti avvicinerebbe a me in modo autentico, ma poi potresti sentirti in dovere d’essere tu a offrirmi da bere, d’essere tu a consolarmi e cambierebbe tutto, cambierebbe il gioco delle parti fra di noi che equivale a dire che cambierebbe tutto; solo dopo io potrò essere il peggio di me stesso, fra qualche anno mi parlerai del colore delle piastrelle della cucina e saremo felici di tacere sulle nostre aspirazioni, che non abbiamo mai avuto davvero; perché vedi, io credo che ogni cosa sia frutto di questo meccanismo che ci costringe a vestirci come qualcun altro, a pensare come qualcun altro anche se poi forse è proprio vero che siamo tutti uguali e i tuoi stupidi incubi sono tali e quali ai miei, non c’è rivelazione che tenga, non c’è genio che riesca a estinguere questa uguaglianza fascista, ma fascista è una parola che appartiene al passato, oggi è meglio dire cosmopolita, universale, sì meglio mantenersi nel campo vago delle linee imprecise e senza giudizio alcuno, perché il mondo è in continua evoluzione ed è un momento storico pieno di slanci e cambiamenti e mille possibilità e mezzi e strumenti nuovi, e tutto è ma tutto può cambiare, eppure non cambia nulla. Ecco siamo agli interessi, libri film sport. Ci ingozziamo di informazioni superficiali sulle nostre vite sviando la questione del desiderio. Cosa desideri davvero? Io non credo di saperlo ma stando così, senza nulla da fare tutto il giorno finisce che me lo chiedo di continuo e smetto solo se incollo le pupille a una televendita di coltelli gioielli quadri e tappeti e finisce che poi desidero quelli e la cosa si risolve. E però si risolve per poco. La questione desiderio e la questione frustrazione, vuoto mancanza o come la si chiami, è sempre quella. Se avessi un lavoro non starei tanto tempo a chiedermi i sinonimi delle parole per renderle meno dolorose. Mi dico che se avessi un lavoro mi sbatterei per mantenerlo, rendersi indispensabili, che è impossibile, mi sbatterei come con il vecchio lavoro, tutto sorrisi e puntualità, pratiche compilate, timbri, tutto ordinato, io al mio posto, sorrisi e cordialità, serietà e puntualità, senza avidità mai, sempre con rispetto e buon senso, ah umiltà sì, soprattutto umiltà, ed ero piaciuto tanto, dico davvero, mi avrebbero confermato di sicuro perché compilavo timbravo sorridevo e sorridevo meglio di chiunque altro, proprio bravo, molto bravo mi dicevano. Poi mi hanno scaricato, le scuse banali, umilianti per quant’erano banali, balbettano ancora nelle orecchie tipo il rumore dei bicchieri e voci e musica che fanno da sottofondo alla nostra conversazione che procede rallentata dai nostri filtri, dalle finzioni che esigiamo di mantenere. Potremmo cambiare però, potrei dirti che tutti i libri che ho letto e la laurea in economia e i viaggi non mi sono serviti a niente, che ho accumulato esperienze su esperienze perché ti fanno credere che serviranno, titoli su titoli di nessun valore utili solo ad allontanare il momento in cui scoprirai che non servi proprio a nessuno; la frustrazione aumenta a dismisura e cresce, cresce senza che io mi muova di un millimetro, lì, stabile, inchiodato alla linea di confine tra i perdenti e i vincenti con il mio curriculum di sei pagine in cui scrivo anche di un vago interesse per gli scacchi maturato all’età di sette anni. Ma non ti dirò tutto questo perché adesso è prematuro e quando potrò dirtelo, quando i nostri ruoli lo permetteranno, una relazione seria tra noi, una relazione in serie, dopo questi dieci minuti, dopo la notte passata insieme a scambiarci sudori e promesse, a usare frasi fatte come questa fatta e strafatta scambiarci sudori e promesse, piuttosto che dire leccare il tuo corpo fino a consumarlo, strafatta anche questa, dopo che avrò esaurito le espressioni rancide di un melenso repertorio condiviso e sarò costretto a trovarne altre, una relazione stabile e seria, che si prometta duratura per esempio, non potrò dirti più nulla, non potrò dirti la mia incapacità e la mia inadeguatezza, non potrò dirti che la corsa verso un posto di lavoro per me non è mai partita, il mio vizio di retorica, che non ci sono segnalazioni per me, né incarichi prestigiosi, vittimismo, che la mia responsabilità nella faccenda è enorme, che non mi voglio piegare al sistema, eppure lo desidero così tanto far parte di questo sistema, essere in gara, sorridere e stringere mani come loro che lo fanno, e forse lo fai anche tu che adesso mi racconti dei tuoi successi che durano un giorno e mai una vita, perché non sai che vengono cancellati, che verrai cancellata perché ancora ti illudi che sarà così e che resterai e che sei indispensabile con le tue capacità e qualità per loro, e io non potrò dirtelo perché sarai dentro il loro sistema anche tu e mi accuseresti d’invidia, non te lo dirò quello che penso neanche fra dieci anni quando avrò prosciugato il romanticismo utilitarista ed esaurito i complimenti di rito perché fra dieci anni io e tu saremo fermi alla balbuzie, non al silenzio dignitosissimo ma alla balbuzie, fingendo che ancora abbiamo qualche cosa da dirci, un universo di condivisioni, un’altra sciocchezza del sistema, e che non ci diremo nulla solo per imbarazzo, perché non troviamo le parole, fermi alla balbuzie perché sarebbe troppo difficile, distruttivo, ci annienterebbe, ammettere che davvero non abbiamo nulla da dirci, e da dire. Adesso ti accompagno all’uscita e pago il conto che non potrei permettermi mentre tu abbassi lo sguardo e ti sistemi i capelli. Entreremo a casa mia, consumeremo un rapporto mediocre senza specchi a ostacolare la finzione dei corpi in penombra, fra qualche mese ti confesserò il mio amore e tu farai lo stesso con me, vivremo insieme, compreremo mobili da riempire le dieci stanze che non abbiamo e che però tu desideri così tanto, ci saluteremo con un bacio o due prima di andare a lavoro, ciascuno il suo posto nel mondo, insieme come coppia nel mondo e il regalo della tua presenza sarà quello di educarmi a una frustrazione nostalgica di qualcosa che non avrò la forza di nominare.

Simona Dolce

* Racconto pubblicato nel 2009 sul trimestrale Rassegna sindacale

08
feb
10

Papà De Pasquale, buona sera

Era un periodo particolare della vita di Luca De Pasquale.
In qualità di amico, beh, diciamo che ero un po’ preoccupato. Ogni volta che andavo a casa sua, nel suo loft specchiato che affacciava su via Pigna, non percepivo più nell’aria la stessa tranquillità di prima. Luca De Pasquale era inquieto, lo avrebbe capito anche un cammello ritardato.
Poi, un giorno succede che trovo Luca De Pasquale conciato come Billy Idol che mi parla di Brendost, di Crain, della Dimensione 2000 (e di come questi fenomeni reagiscano combinati tra loro).
Quella cena si svolse in un clima artico, tra i suoi singhiozzi e i miei perché.
Tra la pasta al sugo e una fetta di pane della Conad, Luca De Pasquale vuotò il sacco: aveva voglia di avere un figlio, un figlio vero. Il cofanetto dei Rolling Stones, con il poster di Mick Jagger poco più che ventenne, non gli bastava più. Un figlio da vestire, da sfamare, un figlio da amare. Un figlio a cui tramandare lo scibile musicale, a cui leggere i propri racconti prima di farlo addormentare.

Sì, Luca De Pasquale aveva un problema. Un vero problema.
Certo, anche volendo – mi disse – dove lo sistemo in 26 metri quadrati un infante? E i soldi? E i libri per la scuola?

Insomma, eravamo nella merda.
Ascoltai devoto De Pasquale mitragliare lacrime napoletane e decisi di fare qualcosa.
Avrei dato un figlio a Luca De Pasquale.
Non biologicamente, certo, ma avrei fornito la prole in eredità al noto scrittore vomerese.
Quella notte, prima di salutarci, guardammo su you tube una serie di risse di Sgarbi e di gol di Batistuta e capii in che direzione dovevo muovermi. Diedi la mano a Luca De Pasquale e, prima di svicolare definitivamente dal suo loft specchiato, gli feci una promessa: Luca De Pasquale farò qualcosa per te, te lo giuro su Maradona e su Dio Universale. E solo lui conosceva la reazione di questi due fenomeni combinati insieme.
Scesi in strada, il freddo schiarì definitivamente le idee. Il giorno seguente sarebbe partita la mia missione.

Mi svegliai di buon ora (la mezza) e mi recai in un’agenzia del centro che affittava macchine, scooter, motoscafi e mongolfiere alimentate dal sacro fuoco di Brendon. Noleggiai una Panda bianca, annata ‘82 come i mondiali di Espana (targata NA Y87632), e – fatto il pieno di benzina e Dimensione Acrain – presi l’autostrada.
Sarei andato in Romania a prendere un figlio a Luca De Pasquale. Un bel bimbo biondo, ignifugo al fuoco sacro di Crain e Brendost, possibilmente agghindato in una maglia di calcio pezzotta di qualche squadra italiana. Questi, i requisiti che avevo letto nelle parole di Luca De Pasquale.
Mi gonfiai il petto d’orgoglio in un respiro pavone: ce l’avrei fatta e Luca De Pasquale sarebbe stato di nuovo contento. Sarebbe tornato a scrivere di cosce tornite in calze sguainate, di coiti a ritmo di Progressive Rock e di monolocali. Insomma, avrei donato al mondo – nuovamente – il miglior scrittore della provincia oscura.
All’altezza di Bologna rischiai, però, di prendere fuoco. Crain e Brendost facevano l’autostop in una piazzola d’emergenza ed io non li avevo riconosciuti a primo acchito. Avevo addirittura fermato la Panda (a “piede”, ché i freni, dopo una certa velocità, perdevano colpi) per farli salire ma, fortunatamente, mi resi conto in tempo che i due fenomeni, combinati, mi avrebbero fatto prendere fuoco all’istante. Sgommai via in una nube di fumo. Dovevo tenere gli occhi aperti 24 ore su 24; Brendon e la Dimensione 2000 mi stavano col fiato sul collo, mi erano ostili, era evidente.
Se mi fossi rilassato un solo istante mi avrebbero fatto prendere fuoco come un arrosticino dimenticato sul grill e arrivederci alla Romania, al sorriso di Luca De Pasquale e alla letteratura italiana del primo XXI secolo.
Arrivai al confine dopo venti ore di viaggio, con la Panda per metà in fiamme. Valicai la dogana a Tarvisio travestito da monaco leghista, con la maschera popolare del luogo (Borghezio Power Ranger) così da non destare sospetti, e mi addentrai nel ventre dell’est Europa.
Avrei traversato l’impervia Slovenia prima di arrivare in Ungheria, dove avrei fatto una breve sosta di qualche ora per girare un porno ambientato in un casinò barocco.
Ma le cose non andarono esattamente secondo i piani.

Vissi avventure incredibili; tra fiches, vibratori al gusto lampone selvatico e seni rifatti che parevano budini Cameo. Divenni Marco “twentyfour” Marsullo e la gente iniziò a riconoscermi per strada. Mi salutavano, inneggiando al sesso libero.

La ricchezza mi diede alla testa; in breve tempo i fumi viscidi del danaro – manna ingannatrice mandatami da Crain in persona – mi destabilizzarono, impedendomi di ricordare la missione per cui ero partito dall’Italia appena qualche giorno prima.
Poi, come d’incanto, la mia illuminazione sulla via di Damasco. Mi apparve, vivido come se non fosse un sogno ma la vera verità, Giuliano dei Negramaro che danzava sinuoso su un motivetto un pop porno.
Giuliano dei Negramaro mi ricordò il perché di tutto questo, riconsegnandomi le chiavi della Panda – che avevo scioccamente sostituito con una Saab decappottabile – dicendomi che per il pieno di benza ci aveva pensato lui. Lo ringraziai, lui si spogliò e mi obbligò a guardarlo avere sei rapporti sessuali con se stesso. Lo scotto da pagare per chi perdeva la retta via, pensai.
Il mattino seguente, dismessi i panni del pornodivo magiaro e fattomi laserare via il tatuaggio di Rocco a Praga, mi rimisi nella Panda, pronto a traversare gli ultimi chilometri della mia Odissea personale.
Mi accorsi che Giuliano dei Negramaro aveva lasciato sul sediolino posteriore dei suoi slip usati. Deciso a non farmi più distrarre da nulla, li scaraventai fuori dal finestrino e sgommai alla volta della Romania.

Dopo qualche ora sulle strade rumene, mi parve di essere tornato a casa, nella Napoli che ricordavo. Groviere d’asfalti e pozze d’acqua marroni mi accolsero, come presagio di labirinto mentale. Era chiaro che Crain, Brendost e perfino Brendon, si erano adunati al confine tra la Romania e la Dimensione 2000 per farmi perire, proprio a pochi passi dalla meta.
Raggiunsi Otopeni, piccolo sobborgo nei pressi di Bucarest. Avevo letto su internet che lì scambiavano bambini, sani e bellissimi, con figurine di Roberto Baggio e Totò Schillaci. Ovviamente ero pieno di effigi dei due celebri calciatori.
Arrivai nel centro abitato e venni accolto da festoni colorati e dalla banda cittadina, vestita con le maglie della Dinamo Bucarest (mi dissero poi che era il loro completo per la festa). Venni sfamato, vezzeggiato e proclamato cittadino onorario. Il sindaco, un trans di nome Venezuela, mi consegnò le chiavi della città. La Panda venne lavata, a mano, da degli immigrati calabresi. Mi dissero che al mattino seguente mi avrebbero portato al bambile per scegliere l’infante che avrei preferito, ma prima volevano vedere la merce, le figurine. Con una certa tracotanza sbattei sul tavolo il codino di Baggio e gli occhi spiritati di Schillaci durante Italia ‘90. Un boato accompagnò il movimento.
Festeggiammo per il resto della notte con le note di “Vamos a bailar” di Paola und Chiara, tra fiumi di vino in cartone e dolci calabresi fatti in casa.
Mi portarono, che era praticamente l’alba, nella mia tenda, augurandomi una buona notte. Dopo qualche ora saremmo andati a scegliere il bambino.

Il bambile era un luogo tutt’altro che deprecabile. I bambini erano tenuti in ampie gabbie riscaldate, con timer automatici per il rifornimento di acqua e biscotti Plasmon, che irrigavano le ciotole dall’alto con un meccanismo computerizzato gestito da un Ibm 3.86 (compatibile).
Fui molto critico nell’osservare i marmocchi. Luca De Pasquale si meritava il meglio, non avevo dimenticato i requisiti di scelta, ma pareva non esserci trippa per gatti. Chi era troppo grasso, chi non aveva un occhio, chi era convinto di essere un vampiro. Insomma, stavo per mollare e riprendermi la mia figurina di Baggio che calcia la punizione con la maglia della Juve, quando in un angolo notai un bimbo mingherlino fasciato da una maglia della Cremonese degli anni ‘90, quella col numero 11 di Andrea Tentoni, ex idolo della curva di Cremona. I fluenti capelli biondi coprivano un po’ gli occhi azzurri, e un sorriso sdentato sembrava dire: “Prendimi, prendimi, forza Cremonese, alè alè”.
Non esitai oltre. Indicai l’infante e scelsi di portarlo con me. Rinunciai alla confezione regalo, salutai i miei amici rumeni (ancora la banda cittadina accompagnava l’operazione, intonando stavolta una canzone di Sabrina Salerno) e mi rimisi in viaggio per tornare in Italia con Florian, il nuovo figlio di Luca De Pasquale.

Mentre macinavo i chilometri nel verso opposto, pregustavo la faccia di Luca De Pasquale che, al ritorno dal reparto dischi dalla Knack, avrebbe trovato in casa Florian. Florian De Pasquale.
Insegnai, nei due giorni di viaggio, l’italiano al bimbo. Gli fissai in mente delle frasi da dire una volta visto il nuovo genitore. Florian sembrava piuttosto recettivo, tant’è che aveva imparato tutto a menadito già all’altezza di Padova Est.
Le ultime ore di viaggio sgusciarono via in un tramonto che sapeva di liberazione: ce l’avevo fatta.
Quella notte, quando arrivai a Napoli, uscii direttamente al Vomero dalla tangenziale (andando piano perché c’erano i tutor attivi), direzione via Pigna.
Entrai nel palazzo di Luca De Pasquale che Luca De Pasquale non era ancora tornato. Ne avevo la certezza perché quel giorno, in Knack, aveva il turno dalle 6 alle 24.
Corsi con Florian fino al secondo piano dello stabile e, arrivato di fronte alla porta di Luca De Pasquale, la sfondai con un calcio.
Stella, la gatta strabica, mi accolse rotolandosi sul marmo gelido. L’accarezzai e la feci socializzare con Florian, che pareva amasse gli animali.
Preparai una pasta al sugo col battuto GS e attesi che Luca De Pasquale tornasse dalla Knack per mostrargli la clamorosa sorpresa. Florian sembrava vivesse lì da sempre. Aveva già iniziato a giocare con i dischi dei Prodigy, costruendo una tana con i vinili e i cuscini del letto.
Poco dopo la mezzanotte sentii la porta aprirsi (a mano, era sfondata!) e vidi un intimorito Luca De Pasquale solcare il mini corridoio per arrivare nel salotto (che poi è il resto del loft).
Appena mi vide rasserenò il volto in un’espressione compiaciuta. Sorrise liberato, dicendomi che aveva avuto paura che ad entrare fosse stato Crain o, peggio ancora, Brendost l’ignifugo. Solo che, non vedendo il fuoco, si era insospettito. Era stanco in volto e nei gesti.
Gli dissi: “Luca De Pasquale ho una sorpresa per te, guarda!” e lasciai uscire da sotto il letto Florian, ancora avvolto nella maglia della Cremonese di Tentoni.
Il bimbo, riconosciuto il nuovo padre dalla mia descrizione sommaria, gli saltò al collo.
“Papà De Pasquale! Scrittore! Papà De Pasquale! Buona sera”.
Luca De Pasquale scoppiò a piangere e iniziò a maledire Crain, Brendon, Brendost, la Dimensione 2000 e Dio Universale.
Da allora Luca De Pasquale e Florian De Pasquale vivono insieme nel loro loft, giocando a subbuteo, ascoltando heavy metal e leggendo, rigorosamente insieme, i racconti che papà De Pasquale scrive ogni notte. Tra cosce tornite e autoreggenti ombrate.

Nota dell’autore:

Crain, Brandost, Acrain, Brendon, Dimensione 2000 e Dio Universale, sono parti della mente del notorio mago campano Gennaro D’Auria.

Durante la stesura di questo racconto nessun bambino è stato maltratto. Solo la lingua italiana, ne ha risentito un po’. Ma niente di che.

Marco Marsullo

07
feb
10

Mia sorella è una foca monaca

Mia sorella è una foca monaca (Fazi editore, 2009)

di Christian Frascella

Livido di vita, sbruffone, sognatore e con frasi rubate da centinaia di film visti in tv, il protagonista del romanzo di Christian Frascella entra nelle vene, prende a calci il “vecchio Alex” che è stato tanto amato negli anni novanta e riscrive quel decennio con una storia esilarante e schietta.

La periferia di Torino è lo sfondo ideale per questo sedicenne che vive con i suoi due “coinquilini” il padre e la sorella, dopo che la madre ha scelto di scappare con un benzinaio tredici anni più giovane di lei.

La famiglia in casa picchia duro: il Capo è un genitore fannullone quasi alcolista, un “quarantenne piuttosto trasandato, ma con un suo stile” che lancia occhiate dure come il suo culo preso a calci dalla vita; la sorella, la “foca monaca”, invece è immersa in Dio, nella fede che la fa andare avanti, tutta assorta e contrita, che rischia i lividi in fronte a forza di segnarsi. I due ci vanno giù pesanti con un misto di amorevole compassione e antagonistica complicità avversa a ogni frase o gesto del giovane “molesto”.

Il paese picchia duro: non un cinema, non un teatro, solo una piazzetta con panchine tristi di periferia dove rollarsi canne e scolare lattine di birra, un paese con i ragazzi che sghignazzano, additano, pestano rubando i sogni, facendosi gli amori che vengono assaporati nel silenzio di una sigaretta accesa per strada. E anche gli innamoramenti non ci vanno leggeri con i loro alti e bassi, sprezzanti ma necessari.

I giorni procedono in un lento ripercorrersi che ogni volta sembra nuovo grazie alla capacità, follemente ironica, di ricreare la realtà secondo la propria indole, ed ecco che una scazzottata persa diventa un’aggressione a cui essere sopravvissuti con grande coraggio oppure un rifiuto da una ragazza più grande viene visto come il preludio a chissà quale passione travolgente che non vuole essere ammessa.

Un romanticismo fatto di piccole bugie consapevoli dette anche al proprio sorriso, una voce a volte dolente che si perde nel rumore delle macchine della fabbrica dove entrare per riuscire a conquistare una propria indipendenza, una sorta di rispetto meritato e meritevole che cancelli una volta per tutte quegli sguardi saccenti tra le mura domestiche (e addomesticate del paese) che aumentano in casa con l’arrivo di una donna di quarantanni con un sedere che sta ancora su, efficiente, per il piacere del Capo.

Tutto si colora sotto lo sguardo del giovane. Anche i momenti di umiliazione si fanno forza per vivere e gridare il proprio bisogno di respirare un’aria che appartiene a quei polmoni da pugile urbano.

Alex Pietrogiacomi

06
feb
10

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 15

[continua da qui]

Della serata milanese non si parlò da nessuna parte, niente di niente, neanche un poco di cicaleccio per strada o fuori dei bar. Non ne parlarono i giornali, tacquero le radio, non si videro le televisioni. Insomma, della missione dei cinque nessuno doveva saperne niente; quanto alla loro arte è ormai chiaro che importava ben poco alla pubblica opinione, ad eccezione di qualche curioso, a dire il vero pochi, che passarono ad ascoltarli nell’ora dell’abbondante aperitivo.

Si narra infatti che la performance venne snobbata dai più, soprattutto dai pezzi grossi del settore editoriale, quelli che i nostri speravano di veder comparire col contratto alla mano, e forse fu proprio questa la scintilla che accese una miccia già pronta da tempo. Essi blaterarono le loro parole nel bel mezzo della caciara, nell’andirivieni di consumatori insensibili a quel loro verbo trascinato per mezza penisola, tra astanti ben più interessati al ventaglio di tartine colorate, pizzette, salumi e formaggi. Insomma, i nostri eroi, proprio sul più bello, capitarono in una serata ricca di un pubblico ben più interessato ai contenuti dello stomaco che a quelli dell’anima – sempre che gli scribacchini fossero davvero in grado di arrivare tanto in là con il loro lavoro.

Certo, è indubbio ch’essi fecero orecchio da mercante, ché insomma portarono fino in fondo il loro bel compitino e poi andarono a mescolarsi con la folla che usava le ganasce più per alimentare i succhi gastrici che i versi poetici. Cercarono di unirsi a qualche gruppetto ben indirizzato, appizzarono le orecchie per carpire qualche aggancio su cui tuffarsi in doppio carpiato, ma alla fine rimediarono soltanto un po’ di spumante per via di un compleanno che lì si festeggiava, e al quale si mormora che vennero invitati più che altro per curiosità. Quella gente voleva sapere che ci fossero venuti a fare quegl’individui fino a Milano, perché non ci credevano affatto che tutto quell’ambaradam fosse stato scatenato soltanto per via dell’amore per la letteratura.

“Ma dai”, insistevano, “ci sarà qualcos’altro sotto!”.

Eccolo lì, il pubblico sempre tanto bistrattato, dipinto come ignorante e carogna, che aveva afferrato in men che non si dica il nocciolo della questione: se la letteratura non ha mai cambiato il mondo, perché tanti sacrifici nel nome della letteratura?

Forse che quel pubblico era un poco facilitato dalla conoscenza del fatidico quinto elemento, che nella capitale ambrosiana aveva vissuto diversi anni, e che a detta di alcuni testimoni non verbalizzati – nelle questioni di terrorismo si sa, come in quelle di mafia, la gente ha paura a prendere la parola – si trovava in città già da due giorni, per preparare il grande evento?

Ma adesso mi chiedo, e vi chiedo: se la serata fu un buco nell’acqua, almeno per quanto riguarda l’attenzione mediatica, che cosa era venuto a preparare davvero questo losco personaggio?

Non era l’evento mondano e letterario il vero scopo di quell’incursione nelle strade un po’ annebbiate di Milano, ormai dovrebbe esser chiaro, bensì l’aggressione nei confronti del nostro Presidente, seppur solo verbale, ma questo non lo potremo mai sapere, visto che i cinque furono bloccati prima che potessero sviluppare la loro azione in qualsiasi altra direzione.

Simone Ghelli

05
feb
10

Il bambino dimenticato

[Continua da qui]

Era una giornata un po’ troppo calda per portare i bambini ai giardinetti, ma alcune mamme avevano pensato che ormai alle cinque del pomeriggio il caldo non sarebbe stato soffocante. Così era infatti: il vento, che nella prima parte del pomeriggio aveva spirato caldo e invasivo, si era preliminarmente assopito sulle sponde del laghetto, e poi si era mutato in una brezza rinfrescante.

Quattro donne erano sedute su una panchina di ferro che accerchiava un pino. Dietro di loro, per l’appunto, il tronco del pino, che essendo come quasi tutti i tronchi di pino un po’ storto, aveva inglobato in sé uno spicchio dello schienale curvo della panchina.

Davanti alle quattro donne c’erano due carrozzine e un passeggino. Da una delle carrozzine si levava un pianto lamentoso e incerto.

La donna sulla destra aveva un bambino seduto sulle ginocchia. Con una mano lo teneva fermo (costui cercava di divincolarsi torcendo il collo qua e là), mentre con l’altra e l’aiuto di un fazzoletto gli puliva la faccia. La donna aveva gli occhi neri e allungati. Dello stesso nero i capelli. Meno scura, bruno-olivastra, la carnagione. Era grassoccia e indossava jeans e una canottiera rossa senza maniche.

«Scusi se mi permetto: è cinese?» domandò la donna che stava al lato opposto della panchina, in fondo a sinistra, sporgendosi da seduta col busto in avanti per tutta la sua considerevole lunghezza.

«No, peruviano» rispose la donna peruviana sorridendo, senza smettere di ripulire il bambino. Anche la donna lunga sorrideva, per nascondere l’imbarazzo, senza perdere la luce di presunzione che le allignava anche nella piega della bocca. Rilanciò:

«Ah! E come si chiama?»

«Raul».

«Ah! Che bel nome».

La ragazzina che sedeva accanto alla peruviana sollevò lo sguardo dal libro che stava leggendo per gettare una breve occhiata sprezzante alla donna presuntuosa. La sua vicina di sinistra, una donna sui trentotto anni che aveva tutta l’aria di essere una vera hippy, se ne accorse, e approvò mentalmente. Le chiese:

«Che leggi?»

«Obscurus» rispose la ragazzina senza nascondere il fastidio per l’interruzione. «Parla di vampiri» aggiunse, e così dicendo mostrò la copertina alla hippy: su uno sfondo nero campeggiavano il titolo in corsivo ottocentesco e un cuore fatto di sangue in rilievo.

Il pianto dalle carrozzine, che si era spento per qualche istante, riprese con tono differente e volume stentoreo. La donna presuntuosa si alzò a malincuore e andò a recuperare il figlio. La raccolse dalla carrozzina e lo tenne sollevato per le ascelle. Quando si voltò per tornare a sedere, si accorse che le altre donne la guardavano sbalordite. Pensò che si stupissero per la sua forma smagliante appena un anno dopo il parto, ma così non era. A far sgranare gli occhi alle donne era la visione della madre col figlio. Lei era altissima e procace, troppo sui fianchi a dire il vero, ma la vita era stretta. Era costosamente vestita, truccata con dovizia sotto un’acconciatura semplice, un caschetto nero e liscio. L’ombretto azzurro, il fard e il rossetto lucido assumevano tinte giallognole per effetto di un’abbronzatura estrema.

Ma nonostante tutto questo dispiegamento, la parte del leone toccava al figlio. Costui era un piccolo gigante: lungo mezzo metro, con una testa immensa, gli arti grossi e forzuti, un pannolone stretto all’inguine come uno slip.

La madre si aspettava per lui un qualche complimento, ma nessuno ebbe la prontezza di dir niente. Perciò si sedette cercando di mantenere una espressione altera, ma si sentì arrossire. Era vergogna, ma la scambiò per stizza, con uno dei trucchi inconsapevoli che attuava per non rendersi conto di quanto poco le piacesse essere madre.

«Quando ha fame non sente ragioni» ammise.

La hippy alla sua destra osservò da dietro gli occhiali tondi il bambino. Questi, avendo smesso di piangere non appena la madre lo aveva preso in collo, sostenne lo sguardo con i suoi occhietti porcini.

«Non ha fame, voleva solo farsi prendere in braccio» affermò la hippy rivelando un forte accento germanico. «La mia bambina prende latte solo quando è ora di latte» concluse.

La donna col bambino gigantesco stava tentando di cacciare il biberon in bocca al figlio, ma quello prima scostò il capo, poi vedendo che la mamma insisteva smanacciò con tale veemenza che il biberon volò per terra. La ragazzina ghignò. La peruviana faceva sobbalzare Raul sulle ginocchia e gli diceva delle cose in spagnolo.

«Quanti anni ha tuo figlio?» chiese la hippy.

«Non so con precisione. Non è mio figlio».

«Ah! È adottivo?» intervenne l’altra, che nel frattempo aveva ributtato il bambinone in culla e riposto il biberon.

«No, è di mia cugina. Lei è negli Stati Uniti adesso».

«Ah! In America!»

«Stati Uniti, sì. Raul, dónde està mamá?».

«En los Estados Unidos!» rispose, e nascose la testa nel seno della cugina.

La conversazione si spense per qualche minuto. Oltre l’intrico di foglie di un fico selvatico sporgente dagli scogli artificiali che bordavano il laghetto, il getto a ombrello di una fontana creava giochi di riflessi col taglio della luce solare già obliqua.

«Certo che queste zigale sono proprio assordanti» disse la donna che non voleva essere madre. Nessuno le rispose. Squillò un cellulare. La ragazzina si allontanò qualche metro frugando in un suo tascapane, rispose. Le donne sentirono che diceva:

«Sì guarda, che palle…».

Quando tornò, un minuto dopo, comunicò:

«Il mio moroso».

Il bambino sul passeggino, sentendo parlare la ragazza, si era svegliato. Indicando di lato, esclamò:

«Tata iochi!».

«Ora andiamo» rispose la ragazza facendo per riaprire Obscurus.

«Tata iochi!» ripeté.

«Sì Giacomo, ora andiamo, un secondo» sbuffò la ragazza.

Anche la donna altissima ed eccessivamente truccata ora parlava al telefono:

«Mi passi a prendere? Ai Margherita. Non ce la fai? Ma quando torni? Non fare tardi. No. A dopo, bacio».

Giacomo si mise a gridare dandole sulla voce e inducendola a tapparsi un orecchio:

«Tata tartaruga! Tata tartaruga!».

La baby-sitter sospirò, ripose il libro e portò Giacomo a guardare la tartaruga che era sbucata da uno scoglio. La peruviana e Raul li seguirono. L’hippy guardò il sole e disse:

«È ora».

Alzò la maglietta e accostò al seno libero il fagotto che teneva in una fascia di tela a tracolla. La vicina, disgustata, scattò in piedi e disse:

«È ora che andiamo».

Indignata dalla reazione, anche la hippy si alzò, senza comunque interrompere l’allattamento.

«Anche noi andiamo. Arrivederci» disse. Si allontanarono, la prima spingendo faticosamente la sua carrozzina, la seconda marciando fieramente col petto scoperto, entrambe pensando a quanto l’altra era volgare.

Raul e Giacomo spaventarono subito la tartaruga e ormai sovreccitati si misero a chiedere insistentemente di essere portati ai giochi. La peruviana e la baby-sitter, frastornate dal chiasso dei bambini, si allontanarono senza più voltarsi verso la panchina.

Improvvisamente una pigna si staccò dal ramo e cadde sul cemento con uno schiocco.

Si era fatto tardi. Chiusi il quaderno e lo riposi con la penna nella mia borsa. Mentre già le ombre della sera si protendevano per ricongiungersi con la notte, feci un altro giro del parco per verificare alcuni dettagli che non ricordavo bene e per rilassarmi un po’. Trovai una zona che prima non avevo visitato, perché respinto dal calore sfiancante dell’ampio tratto di prato aperto che avrei dovuto attraversare per raggiungerla. Dietro un semicerchio irregolare di antiche querce, saliva un ripido dosso, una collinetta alta non più di tre metri che si estendeva per un breve tratto con andamento e forma simili a una duna. Poggiava sul lato corto di un campo da basket, dove dei ragazzi a torso nudo giocavano. Sentivo i rimbalzi della palla, lo squittio delle suole sulla gomma, l’occasionale esclamazione per un canestro fatto o subito.

Mi sedetti sulla cima del dosso e guardai verso il lago, ma gli alberi lo nascondevano sovrapponendosi e facendosi ombra. Poco più indietro, una specie di casetta di pietra (“tomba nobiliare a ‘cassone’ costituita da grandi blocchi di travertino”) dava una nota di solennità ancestrale alla scena. Le cicale ancora cantavano. Me ne andai in tempo per il treno delle 20:45, stanco, con la sensazione di essermi dimenticato qualcosa.

Poco più tardi, un signore con un pastore tedesco al guinzaglio si avvicinò alle panchine tra i pini, notando che accanto a una di queste stava una carrozzina abbandonata. Mentre si accostava allarmato, il cane abbassò la coda tra le gambe e prese a fare resistenza. Il signore spazientito gli diede uno strattone. Giunto alla carrozzina guardò sotto la cupoletta parasole.

Tra le coperte giaceva un neonato, gli occhi sbarrati, la pelle nera come il petrolio, la bocca violacea contorta in uno spasmo, e gli volavano intorno delle mosche.

Gregorio Magini

04
feb
10

Niente di personale

Perché ha le mani in tasca?

Non lo so.

Fagliele togliere. Non vanno bene.

Perché hai le mani in tasca?

Le dita. Sono storpiate. Simili ad artigli. Per questo le nascondo.

Mio Dio…

Mio Dio…

Sì però le mani in tasca qua non ci possono stare.

Già, non ci possono stare.

Lo sapevi cosa cercavamo. Era scritto chiaro nell’annuncio.

Giusto. Di certo non volevamo uno che tenesse le mani in tasca.

Quindi, mani visibili prego.

Mani visibili, prego.

Vi ho detto che non posso. Ho questo problema alle mani. Sono storpiate. Non posso proprio mostrarle. Non posso… niente di personale.

Certo niente di personale e intanto le mani ce le nasconde. Chissà che intenzioni ha…

Già, chissà che intenzioni ha.

Niente di personale, ho detto.

Ma le due donne sono già fuori ed egli rimane solo, nell’unica stanza, col lungo cappotto scuro e il cappello a tesa larga e pensa che non gli sarà più necessario venire qui e comincia a tremare…

Alessandra MR D’Agostino

03
feb
10

Picassiana

Ero un Picasso e lei mi comprò ed il fatto che ero da un rigattiere non voleva dire niente. Era stata colpa di un critico d’arte che di me non aveva capito un cazzo. Si era fermato alla superficie, alla tela: al mio naso storto, al mio unico occhio, al mio cappello fatto di carta di giornale, senza riuscire ad andare oltre. Eppure era facile: bastava chiudere gli occhi della ragione e guardarmi con quelli del cuore, bastava insomma dimenticare per un attimo le regole della prospettiva per vedere la mia profondità.

La nostra vita è in mano a incompetenti, a sfigati del cazzo che non si sono mai domandati il perché delle cose, a segaioli che hanno sostituito le nozioni al bello, e una cosa è bella non perché… ma solamente perché è bella.

Lei mi appese nel salotto. Il suo appartamento era grande, al settimo piano di un palazzo nel centro di Parigi: due camere da letto, due bagni, una cucina e un salotto appunto. Nel salotto c’era la televisione via cavo, l’impianto stereo e un computer collegato a internet. Lei stava fuori tutto il giorno e io in casa guardavo la televisione, poi verso sera facevo la spesa e preparavo una bella cenetta per due a lume di candela. Lei mangiava sempre con le calze a rete e apprezzava tutto quello che le facevo. Aveva le unghie smaltate di rosso, i capelli castani e gli occhi chiari. Aveva il naso lungo con una leggera gobba, ma sul suo viso le stava bene, anzi io lo trovavo sexy persino di più dello smalto e delle calze a rete così, dopo aver mangiato, facevamo l’amore. All’inizio la sua figa era secca perciò gliela leccavo fino a che non si bagnava e il clitoride usciva fuori, a quel punto glielo infilavo: prima solo la cappella, andando lentamente avanti e indietro poi tutto il resto, sifonandola con forza. Lei urlava, mi graffiava la schiena, sembrava che il letto dovesse sfondarsi da un momento all’altro. Io continuavo fino a che non ce la facevo più. Lei godeva e io non venivo quasi mai ma godevo nel vederla venire, nel sentirla tremare accanto a me anche dopo aver fatto l’amore.

Nel mondo esiste un solo tipo di amore, quello egoista: quello che ti fa desiderare ciò che ami. L’amore che noi chiamiamo “divino”: quello che ti porta verso il bene senza il desiderio del possesso invece non esiste. Nemmeno Dio ce l’ha, perché dovremmo averlo noi? Dio ha solo l’eternità dalla sua parte e con essa può permettersi di aspettare il breve periodo della nostra esistenza senza romperci troppo i coglioni, prima di riaverci tutti con lui.

La mia vita andava avanti tranquilla e nel quartiere mi ero anche fatto anche degli amici.

Uno era un barista amante dell’arte, mi offriva da bere perché restassi nel suo bar: trovava chic avere un Picasso nel locale anche solo per qualche ora. Un altro era un barbone: un filosofo. Non diceva mai niente, restava seduto per terra e guardava la gente che passava. Io quando uscivo dal bar, gli portavo una birra e mi sedevo accanto a lui.

La gente corre e ha facce serie, magari girato l’angolo ride, scherza, è contenta ma per quei dieci metri di marciapiede sembrava volerti spaccare la faccia. Ma a me non me ne fregava niente perché sapevo che la mia vita era migliore della loro, almeno di quella che passavano in quei dieci metri, perché io vivevo in un bell’appartamento e tra qualche ora, dopo aver cenato con una bella donna ci avrei fatto l’amore e l’avrei sifonata così forte da sfondare quasi il letto e lei avrebbe goduto e tremato e mi avrebbe desiderato ancora di più.

Tu non cambi mai, dalla nascita alla morte sei sempre lo stesso, quello che cambia è solo il contorno: la casa, la macchina, il luogo in cui abiti, le amicizie, il vestito, il taglio di capelli ma tu resti sempre uguale. Ciò non comporterebbe nessun problema se ti accettassi per quello che sei, ma purtroppo nella maggior parte dei casi non è così e siccome non puoi cambiarti cerchi di cambiare gli altri.

E’ per questo che lei mi ridipinse il naso dritto, mi aggiunse un occhio e mi comprò un cappello nuovo. Io la feci fare perché l’amavo e poi tutto sommato ero venuto anche bene: ero diventato il ritratto dell’uomo che tutte le donne desideravano. Avevo anche trovato un lavoro in una azienda di import-export. Certo era un’occupazione che non aveva niente a che fare con le mie attitudini artistiche ma avrei fatto qualunque cosa per continuare a piacerle e restare con lei.

La sera però non avevo più tempo per prepararle la cena e lei non si metteva più le calze a rete, scopavamo poco e quando lo facevamo lei non godeva più.

Un giorno la pedinai. Era un giorno pieno di sole, con gli alberi verdi, il cielo azzurro e i turisti in calzoncini corti che fotografavano i monumenti. Io mi sentivo un punto nero in un poster pieno di colori.

La vidi entrare in una piccola galleria d’arte dietro Notre-Dame. Poi da una piccola finestra sul retro, vidi un Kandinsky spogliarla, leccarle la figa e scoparla a più non posso. Lei urlava gli graffiava la schiena sembrava che il letto dovesse sfondarsi da un momento all’altro………………..

Ritornai a casa, mi cancellai l’occhio, il naso dritto che mi aveva dipinto e mi rimisi il mio vecchio cappello di carta di giornale. Da quel giorno non l’ho più vista.

Ora vivo in un monolocale a Saint Germain des Prés ho avuto diverse valutazioni ma ancora nessuno che sia seriamente intenzionato a comprarmi. Così resto qui in cerca di un acquirente:

Lo vorrei di sesso femminile, tra i venti e i trent’anni, di bella presenza, alta, simpatica e intelligente, amante dell’arte e della buona cucina, possibilmente senza figli e con una buona posizione sociale.

Federico Mazzoli

02
feb
10

Piccolo spazio pubblicità

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Mercoledì 3 febbraio 2010

Dalle 15 alle 16 Gianrico Carofiglio sarà in videochat con Vittorio Castelnuovo sul portale Rai.it qui.

Info anche qui.

Giovedì 4 febbraio 2010

RapPoetica: letture dal vivo di Andrea Coffami aka Angelo Zabaglio,

Alle 21:30 presso l’associazione culturale Simposio, in via dei Latini 11, a San Lorenzo (Roma)

Ospiti speciali della serata:
Andrea Coffami con le sue rapPoesie
El Super Santos Santone con i suoi microracconti ignobili
Il boscagliolo Elly Ghelly con la sua inseparabile motosega
Don Antonio Romano con le sue poesie di carne e spirito
Ezio Paund con le sue luride poesie fasciste

Musiche originali composte ed eseguite dal vivo da Marco Russo

Venerdì 5 febbraio 2010

Presentazione della rivista cartacea TN

TN nasce nel 2004 come magazine on-line, e ora rilancia affiancando al sito la rivista cartacea dallo stesso nome. TN sarà bimestrale o forse trimestrale, probabilmente aperiodica, sostanzialmente perché esce quando è pronta.
TN costa 3 euro, ma se sorridete vi offre da bere.
TN è il progetto di un gruppo di agitatori culturali che non se la stanno troppo a menare, o forse solo un po’. TN parla di letteratura, di arte, di musica, di Roma, unisce l’odore dei libri e delle strade, l’assenzio e il cemento. TN dà ampio spazio alla fotografia e al fumetto, ospita monografie e strisce, perchè la parte visuale è tanto importante quanto quella letteraria.
TN ha il suo angolo culinario, perché l’intellettualismo fine a se stesso non dà le soddisfazioni di un buon piatto.
TN paga i suoi collaboratori in generi di consumo, principalmente alcolici. Scrittori e artisti amici sanno che non diventeranno mai ricchi con la rivista, ma di sicuro non si annoieranno.
TN racconta la realtà, ma non dimentica le utopie.
TN è un bel po’ di bottiglie di vino che si fanno subito vuote.
TN è nella sua più fresca creazione un oggetto fisico,perché in tempi di editoria elettronica troviamo giusto diffondere il feticismo del tatto.
TN è l’agitazione culturale che da sette anni gira l’Italia per presentazioni, fiere e feste, che mette il vestito nuovo.
TN presenta il suo primo numero con un Dj set alla galleria Mondo Bizzarro di Roma il 5 febbraio dalle 18:30.

02
feb
10

Le nostre rose – Piccolo omaggio a Sibilla Aleramo e Dino Campana

Ho visto il film «Un viaggio chiamato amore», poi mi sono documentata sui protagonisti, Sibilla Aleramo e Dino Campana, che ebbero una travagliata relazione sentimentale, messa a nudo nelle lettere che la scrittrice e il poeta si scambiarono tra il 1916 e il 1918. La vita di Dino Campana è caratterizzata dal «male oscuro» ed è scandita da ricoveri in manicomio. Ho immaginato e ancora ho immaginato e mi sono immedesimata fino a scrivere questa pagina, questa lettera immaginaria, un libero omaggio, seppur misero me ne rendo conto, ai due grandi poeti e al loro immenso Amore. Nonostante la sua pochezza, voglio condividerla, qui, adesso, con voi…

Silvia Castellani

Cercavamo le rose. Le cercavamo insieme. Erano le mie rose e le tue rose. Poi ci siamo dimenticati le rose perché non erano le nostre. Erano solo le mie e le tue rose. Chiamavamo il nostro viaggio col nome amore. Nessuno si amava come noi. Pochissimi nella storia che ci ha preceduti si amavano come noi. Sono mesi che non ho tue notizie, che non ti vedo più comparire nei pressi della casa dove vivo.

Ogni tanto avverto la tua presenza vicina. Ma sono tracce, soltanto tracce che ti nascondono alla mia presenza. Se fossi rimasta al tuo fianco, te ne saresti andato comunque presto ed io avrei perso quel poco che avevo, quel poco che mi è rimasto e spero di convertire in opere di bene. Quello che è rimasto è il frutto di quel grande amore, di quel  viaggio insieme che è stato e non ha potuto essere ancora, perché di fronte alle cose troppo grandi e alle distanze troppo lunghe, avverti l’infinito e scappi per non impazzire. Ma impazzirai lo stesso, amore, perché così è scritto nel tuo destino. Siamo solo pedine in mano all’Alto anche se ci sforziamo di decidere le sorti della partita. L’abilità è una sciocca tenda da cui filtra in trasparenza la natura vera che ci compone. Carne e ossa. Si muovono per un po’ dentro a mura che noi stessi ci siamo costruiti all’intorno. Le convenzioni sociali che ci illudono di una protezione di gomma che ci fa rimbalzare riportandoci al centro dove prima eravamo. La paura è quella di non innamorarsi più perché l’intensità cieca di un sentimento incontrollabile è un pericolo che pochi possono raccontare ed è meglio che l’esperienza estatica non si ripeta. Ma la natura che ci tiene per la gola spinge a desiderare quella riproduzione di suoni e colori senza pari. Sono stata invitata ad una riunione sugli psichiatrizzati. Sento che avrò presto la possibilità di andare contro al sistema, di denunciare le falle sanitarie della salute mentale. C’è stato un giorno in cui io ho potuto scegliere. Ci sono stati giorni in cui altri non hanno potuto fare la stessa scelta e si sono ritrovati legati a letti, stretti da cinghie di cuoio. Matti. Da legare. Non chiedo mai soldi a nessuno. Mi bastano un abito liso e scarpe buone e resistenti. Per il resto so che il mio Dio, il tuo Dio, provvederà ai miei bisogni primari. La mia fede non mi abbandona, non più ed è da quella forza che ora il mio spirito trae nutrimento. Non vado a letto con nessuno, da tanto tempo. Non succede perché non amo. Dubito che potrò nuovamente amare nel senso che noi conosciamo. Quello che ci faceva cercare insieme le rose disperatamente. Quelle rose che non abbiamo potuto trovare ma che hanno permesso a me di vivere per sempre.

Ti saluto, amore mio, perché la testa è stanca e non ragiona più bene.

Sibilla





Primo piano

Sul nostro canale youtube il trailer dello spettacolo "TRAUMA CRONICO. Appunti per un film in terra straniera", di Dimitri Chimenti e Andrea Montagnani con Scrittori precari
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16 febbraio 2010
ore 22.00
Hula Hoop
Via L. F. De Magistris 91/93
Pigneto – Roma
Reading di Scrittori precari
**
11 marzo 2010
ore 21.oo
Ass. Cul. Simposio
Via dei Latini, 11/ang. via Ernici
San Lorenzo – Roma
Reading di Scrittori precari
Ospiti Gianfranco Franchi e Claudio Morici

info: scrittoriprecari@yahoo.it

Scrittori Precari nasce come rivendicazione della centralità della scrittura e della sua condivisione attraverso la lettura pubblica, intesa come forma d’impegno civile che sappia spezzare il ritornello della “crisi” con cui da mesi si giustificano i tagli e le disattenzioni reiterate nei confronti del mondo del lavoro, della scuola, dell’istruzione e della cultura.
Noi vogliamo riappropriarci del nostro tempo, anziché continuare a produrre e consumare…

 

febbraio: 2010
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