La società dello spettacaaargh! – 1

Caro Matteo,

ho cercato di distinguere le questioni che mi turbano da qualche anno a questa parte, di dare loro un ordine. Sono aggrovigliate, vorrei fare un po’ di chiarezza e non so bene da dove cominciare: se dalla volgarità, o dal problema dell’ironia reificante, o dal trolling sofistico della nuova comunicazione, o dall’idolatria e dalle tifoserie, o dallo scetticismo etico, o dal cinismo e dal nichilismo, o dagli applausi ai funerali e dalla tecnomistica delle simulazioni collettive di dolore, o dalle “narrazioni”, se siano necessarie o siano sempre e comunque contraffazioni, o dai “moralista”, i “dài cazzo”, i “me l’hanno ammazzato due volte” che ci parlano e sembrano trasformarci in automi ponendo in discussione anche la nostra presupposta autonomia mentale; e credo che di tutte queste faccende in fondo discuteremo.

Provo a tirare il primo filo che capita per vedere se possiamo cominciare a sbrogliare la matassa. A volte mi domando: se anche questa stagione politica terminasse, in che modo potrò mai convivere con i commentatori del Giornale? Se poi ci penso un po’ di più, finisco per domandarmi come potrò convivere con qualcosa che è molto più diffuso e più profondo e meno consapevole dell’adesione a un partito politico. Sono un po’ disgregato: ci sono giorni nei quali mi sembra che ci sia una differenza abissale tra Belpietro e chi mi dà dell’invidioso se contesto un articolo di Saviano, e però non riesco a fare chiarezza in me su quale sia questa differenza; ci sono altri giorni nei quali questa differenza non la sento, non la vedo, e nella mia mente si forma un’idea chiara e distinta di Belpietro che mi dà dell’invidioso perché contesto un articolo di Saviano.

Davanti alle battute sessiste, agli automatismi idolatrici, ai tic del linguaggio, non sempre riesco a dire: tanto andiamo alla manifestazione insieme, tanto lui voterà come me. Perché mi sembra che il potere, quello vero, ricavi sangue da quelle battute, da quegli automatismi, da quei tic. Mi domando se possiamo liberarci lentamente delle manifestazioni più volgari e se vuoi più essenziali di questo potere, per portarci passo dopo passo in un’altra prospettiva, migliorare, imparare a distinguere dentro di noi e fuori, e farlo a suon di compromessi, di ibridismi, di “narrazioni”, finanche di pance; e nel caso mi domando come sia possibile vincere le nostre personali resistenze, e partecipare a questo cammino, rimanendo vigili, sì, ma senza rivivere il trauma ogni volta che un pesce particolarmente brutto affiora da quell’abisso che in questi anni abbiamo scoperto essere in ognuno di noi. Mi domando se ci sia un confine individuabile tra l’entusiasmo e il fanatismo, e soprattutto, per quello che riguarda me, un confine individuabile tra l’attenzione e l’ossessione; se ci siano insomma delle bussole.

Jacopo Nacci

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