La società dello spettacaaargh! – 19

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Ciao Matteo,

questo meditare sulle vie della cancellazione e sulla loro praticabilità mi ha fatto venire in mente Nessun paradiso (Round Robin 2011) di Enrico Piscitelli. Conosci la storia: nell’Italia della “dittatura democratica”, all’indomani dell’assassinio del Capo del Partito, un dissidente si reca a Venezia per incontrare il coordinatore della rete d’opposizione al regime, e a Venezia gli accadono due cose: si innamora e scopre la verità sul potere, e la verità non è bella, almeno per il lettore.
A un primo sguardo, complice la bandella («il Potere è inevitabile», «le rivoluzioni sono impossibili»), lo spirito del romanzo appare rassegnato, negativo: una sorta di atemporalità1 fa pensare a una natura umana sempre uguale, mai progredita e destinata a non progredire mai; e poi c’è una Venezia che la avverti sempre postuma e spoglia, fatiscente; e c’è un protagonista i cui pensieri sembrano poggiare sempre su un sentimento di vanità di tutte le cose. Dunque in Nessun paradiso c’è l’opposto della rivoluzione, del tempo come forza progressiva, dell’esaltazione della vita. Qualcuno potrebbe giudicarlo reazionario, o nichilista2. Eppure non fa questo effetto. Anzi, quando l’ho terminato, non solo mi sentivo bene, più pulito, e con le idee più chiare, ma addirittura con più speranza e con un maggiore controllo sulla realtà. Mi sono domandato perché. E penso di aver trovato la risposta.
Scrive Simone Weil che «ci sono due ateismi, uno dei quali è purificazione della nozione di Dio» ; e anche che «il falso Iddio che somiglia in tutto al vero – eccettuata l’impossibilità di toccarlo – impedisce per sempre di accedere al vero».3
Rivoluzione, progresso, vita sono le parole che ho usato prima per individuare l’opposto di ciò che ho letto in Nessun paradiso, e sono parole che si prestano a diventare – lo sappiamo, ne abbiamo parlato – parole feticcio, simulacri dei loro concetti; dispositivi per metterli fuori uso, i concetti corrispondenti. Ecco. Ho la sensazione che Nessun paradiso ponga in atto una strategia sottile, che sia una macchina narrativa capace di erodere il doping da narrazione. La prima denuncia delle rappresentazioni arriva dopo appena sette pagine:
«Arrivi a un punto in cui hai costruito tutta una serie di certezze, un piccolo universo nel quale le cose hanno senso, le azioni sono esatte e portano da qualche parte, esattamente dove devono portare. Poi sono sufficienti cinque giorni – molto meno di cinque giorni, sì – perché le certezze, una a una, perdano il senso letterale, per tornare a essere quel che sono: nulla», e poco più avanti: «È successo decine di volte, è successo finché non ho capito che, in realtà, non succede mai. Altrimenti sarebbe accaduto una volta sola, una volta per tutte».
Vai avanti e ti rendi conto che le parole che indicano i concetti più importanti del romanzo sono scritte con l’iniziale maiuscola: Macchina, Potere, Verità, Rete, Mondo, tutte tranne una; ti dico dopo qual è. Intanto c’è questo viaggio programmato verso l’inevitabile, già annunciato dalla bandella: il contropotere si scopre essere nient’altro che la sua stessa esibizione, potere al quadrato, vero e proprio piano meta-: l’opposizione, il dissenso, sono organizzati, sono specchi, le rappresentazioni ci hanno fregato, sono il contrario di ciò che pretendono di rappresentare, distruggono ciò che pretendono di rappresentare, e noi le soppesiamo nel cervello, sotto forma di sostantivi, e crediamo con questo di comprenderle e controllarle.
E adesso ti dico che la parola che è sempre scritta con la minuscola è amore. La maggior parte delle parole, mi dirai, è scritta con la minuscola, è vero, ma in bandella c’è scritto Amore. Allora ho pensato che nel romanzo è scritta con la minuscola come in un tentativo di salvaguardarne la fragile verità, quasi di farla passare inosservata affinché la comunicazione non se ne appropri per trasformarla in un feticcio, nel contrario dell’essenza. Mentre di tutto il resto, di tutto ciò che è scritto con l’iniziale maiuscola, si parla dando per scontato che si sappia cosa si sta dicendo, che si padroneggi il concetto con estrema facilità, per poi finire a schiantarsi contro un muro di cemento, contro il sorriso beffardo degli agenti governativi, con l’amore questo non accade: «Che ne so, io, dell’amore?» si domanda il protagonista. L’amore è semplicemente agito, subìto, vissuto. È anche immaginato, sì, ma in modo sano, senza pretese, sempre nel dubbio, è un’immaginazione consapevole di sé, una possibilità.
Allora ho capito che Nessun paradiso mi ha fatto sentire bene e tutt’altro che rassegnato perché non mi sta dicendo che non c’è via d’uscita in assoluto, ma che non c’è via d’uscita dalla condizione in cui la via d’uscita è solo la rappresentazione di se stessa, dalla condizione in cui la via d’uscita è nominata invano. Nessun paradiso mi invita a liberarmi dell’illusione di credere di possedere ciò che si può possedere solo rinunciandovi, e a custodire ciò che non posso controllare:
«Che cazzo ne so, io, dell’amore? M’inginocchio sul letto e le dico soltanto: “devo capire, devo sapere”. E aggiungo, mentre la guardo: “tu non puoi stare con me. Qualunque cosa accada, non devono trovarti con me”. Ecco: io penso che l’amore, forse, è questo».
Allora torno alla bandella – dove Amore è finalmente in maiuscolo – e capisco meglio questo pensiero: «le rivoluzioni sono impossibili, e solo l’Amore – il concetto, l’idea, la speranza – va difeso». E penso che in fondo questo pensiero è una cosa semplice, minima; e che la conclusione a cui Nessun paradiso necessariamente conduce è che, se questa cosa semplice fosse davvero compresa, se fossimo davvero in grado di pensarla, sarebbe un salto vero, cambierebbe le nostre vite come non siamo capaci di immaginare ora, ora che questa cosa semplice la soppesiamo nel cervello pensando di farla nostra ma senza farla nostra davvero, perché anche questa è una cosa che per capirla veramente dovremmo spogliarci della sua immagine, ed evidentemente non l’abbiamo capita mai, altrimenti l’avremmo capita «una volta sola, una volta per tutte».

Jacopo

1 Nessun Paradiso non dà l’idea di svolgersi in un futuro, nemmeno in un passato, o domani o dopodomani o l’altroieri e nemmeno in un presente: si svolge sempre, si svolge nell’eterno, e l’autore gioca abilmente con le sovrapposizioni storiche tra le maschere del potere di ieri e le maschere del potere di oggi.
2 Quando ho conosciuto Enrico avvertivo una contraddizione tra il suo sbattimento continuo per riviste underground, copyleft, scrittura, editing e una tonalità nichilista che credevo di cogliere nei suoi interventi. Poi ho letto La minima importanza (Las Vegas 2010) e ho cominciato a capire. Ricordo che mentre lo leggevo pensavo: qualsiasi cosa Enrico scriva, sembra che dica: queste cose, le lettere, non esistono, non hanno consistenza; questa cosa, la letteratura, non ha la benché minima importanza. E subito dopo pensavo: forse intende suggerirmi che solo i fatti hanno importanza, i fatti narrati, non la narrazione; mi concentravo su quella serie di minuscole emozioni del momento, ed ecco che il libro sussurrava: no, nemmeno i fatti, i fatti sono superficie; e scuotevo il capo e dicevo: no no, non va bene, non va bene, fino a che, continuando a immergermi, sentivo che il libro sussurrava: ti sto dicendo che i fatti hanno importanza, a patto di non dare loro eccessiva importanza. Quella era una scrittura che minimizzava se stessa parlando di fatti della minima importanza, una letteratura che agiva contro il proprio incancrenirsi in idolo; e che nel contempo agiva anche contro l’incancrenirsi in idoli delle cose stesse. C’era – e c’è anche in Nessun Paradiso (Round Robin 2011) – come un invito a vedere e sentire le cose spogliandosi di tutte le immaginazioni delle cose, e poi a stare nel presente, nell’istante.
3 L’ombra e la grazia. Traduzione di Franco Fortini per Bompiani. Avrai compreso quanto io sia attratto dalle vie della cancellazione e del vuoto, da tutto ciò che si presenta come nichilismo e poi si rivela come il suo contrario, dall’idea della negazione non come negazione dell’oggetto, ma come negazione dell’immagine che pretende di rappresentarlo o del nome che pretende magicamente di possederlo; negazione come salvaguardia dell’oggetto – una strategia che si oppone frontalmente a quella dei piani meta-. Per esempio, ogni tanto mi domando quanto tutto questo nominare la cultura faccia bene alla cultura.

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6 Responses to La società dello spettacaaargh! – 19

  1. SimoneGhelli says:

    Gran bel libro quello di Enrico Piscitelli, e gran bella lettura quella che ne dà qui Jacopo.

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