il libretto cosa?

il libretto cosa?
cinque quarti d’ora di letture a voce alta
con

giulia blasi
fabrizio gabrielli
simone rossi
vanni santoni
scrittori precari

appeso ai muri: il libretto rosa di Finzioni

puoi venire a cena dalle 20 (costa 15 euro)
puoi venire al reading dalle 21.30 (5 euro la prima consumazione)
info e prenotazioni 347.2902038 | 347.9612072
[redazione@finzionimagazine.it]
[silkeyfoot@gmail.com] Leggi il resto dell’articolo

croccantissima

croccantissima (autoproduzione, 2011)

di simone rossi

«(…) la semplicità è la qualità più difficile da ottenere, less is more,
ci vuole più tempo a scrivere un libro corto che un libro lungo.»
(p. 52)

Simone Rossi continua sulla strada dell’autoproduzione: su croccantissima (leggi l’estratto pubblicato su SP la scorsa settimana) c’è scritto che «questo libro non ha una casa editrice» e che «puoi ordinarlo a silkeyfoot@gmail.com».
Me lo immagino con i racconti in tasca – lo so, non è difficile immaginarlo visto che lo conosco – che li tira fuori e li legge come se fossero canzoni – anche se in fondo al libro dice che lui non legge, ma vi assicuro che la chitarra la suona. In queste storie – ma alla fine è una sola, e si capisce che ci sono vari fili tirati tra una storia e l’altra, anche se per vederli ci vuole orecchio – in queste storie, dicevo, si sente che c’è la musica, e il ritmo, le strofe e ritornelli, e i testi delle canzoni fioriscono un po’ ovunque – e poi nel mezzo capita anche la storia di questo cantante, questo Elliot Smith che intervistarlo «è come lanciare una palla a un cane», perché «invece di scodinzolare e correre a prenderla rimane lì piantato e ti guarda un po’ imbambolato». Leggi il resto dell’articolo

Peggio dei documentari con gli sciacalli che sbranano i cerbiatti *

all in all is all we are
all in all is all we all are
all in all is all we are
all alone is all we all are

Intervistare questo soggetto è come lanciare una palla a un cane e il cane invece di scodinzolare e correre a prenderla rimane lì piantato e ti guarda un po’ imbambolato come a dire Vattela a prendere tu la tua palla che io ho da fare, anche se non ha niente da fare, il cane, forse è solo stanco, forse è solo una brutta giornata, forse i cani sono pieni di brutte giornate, forse la tua palla non la vuole nessuno.
La moda delle chitarre anni ’80 è finita, dice il cane, quel modo di suonare non ha più senso, era ora che qualcuno inventasse dei nuovi effetti, dei nuovi suoni, un nuovo modo di trattare gli amplificatori: bisogna tornare all’udito come istinto primordiale, alla foresta in cui ti aggiri e ti perdi, cacciatore, e senti spezzarsi un ramo alla tua sinistra e ti volti di scatto e il cuore ti finisce in bocca e a quel punto ti ricordi a cosa serve l’udito: l’udito serve a orientarsi, a sapere dove sono i pericoli, è per questo che nelle orecchie c’è il labirinto, è per questo che certe chitarre sono un suono bugiardo, le senti e non sai da dove vengono, o dove ti stanno portando, ti perdi, ti farai sbranare, cacciatore, occhio.
Spalmato sul divano con un cartone di pizza appoggiato sulla pancia, anzi, sul petto, vicino alla bocca, per non sporcarsi, per non allungarsi troppo, il cane continua a parlare. Le prime volte che prendevo una chitarra in mano Leggi il resto dell’articolo

Appunti biodegradabili dalla terra della fantasia – 2

Il tempo è come un carrello al supermercato, ci puoi metter dentro quello che vuoi; ma se non hai i soldi per pagare resta vuoto. Questa avventura a Frigolandia procede nel migliore dei modi. È normale essere entusiasti della vita di campagna dopo qualche settimana, dice Simone Rossi, ma, fatta eccezione per la paura presa venerdì scorso, e l’imprevisto dell’acqua di cui vi dirò più in là, non posso che ritenermi soddisfatto, pacificato, per certi versi: rinato. Perlopiù i giorni se ne sono andati recuperando il lavoro arretrato tralasciato nelle ultime due faticose settimane a Roma. Il trasloco è stato duro, i libri e le cose, accumulate in quasi dieci anni di vita, sembravano non finire. Ho buttato via parecchi ricordi. Oggettini, foglietti, addirittura alcune Leggi il resto dell’articolo

Il nuovo Collettivomensa: CAPEZZONE

Sorry but Juliet is dead di Vanni Santoni

“Sorry but Juliet is dead. Please stop that.”

Lo sapevo che a frequentare i siti di appuntamenti non se ne cavava nulla di buono. Ore a fare test, ore a spulciare profili, finalmente trovo una che mi piace – e anche l’affinità, non vi dico: uno spettacolo, a sentir loro – le mando i messaggi privati e non mi risponde. Ora i miei messaggi privati sono carini, divertenti, insomma, non è che copio-incollo una cazzata e la invio a tutte, scrivo solo a quelle che mi piacciono, faccio dei riferimenti alle cose che hanno scritto nel loro profilo, lancio degli spunti ariosi, evoco, intrattengo, faccio pensare, mi impegno insomma, è normale che una mi risponda. Lei invece niente. Io allora – Internet, si sa, ci ha resi tutti così – ne ricostruisco i dati essenziali, le becco il MySpace – bello trovarlo c’erano tipo quattro foto nuove che non aveva messo sull’OkCupid – insomma lo trovo e subito le scrivo, e lei non risponde, le lascio allora un messaggio pubblico, un commento: niente. Ne lascio un altro, un altro ancora, e poi mi arriva quel commento là, da una sua amica. Una ragazza che mi piaceva, ed era morta.

Mi era capitata una cosa simile a inizio anno, a dire la verità: c’era questa ventenne androgina, che prendeva a volte il treno quando lo prendevo io. Erano ore da gente che si sveglia tardi e alla stazione eravamo spesso soli. La prima volta ci notammo perché avevamo le stesse scarpe, Osiris da skate, nere, a panettone. Di solito quando arrivavo al binario lei c’era già, allora ci guardavamo. A volte anche solo a cinque o sei metri l’uno dall’altra, se avevamo un libro da leggere. Certi giorni sembrava un ragazzo ed era molto bella, gli occhi e le ciglia affilate. Parlammo una volta sola, il tempo di sapere che si chiamava Elena. Poi un giorno, sulla Nazione, proprio al bar della stazione, vidi la sua faccia (sembrava ritagliata da un album scolastico, di certo non l’avevo mai vista coi capelli così lunghi): l’occhiello, sotto al titolo Ketamina: dose mortale per una valdarnese, diceva Aveva vissuto a Bologna, frequentava un giro di “punk-bestia”. Scritto così. A ripensarci oggi, vive nella mia memoria come uno di quei primissimi, timidi amori che si hanno da bambini.   Leggi il resto dell’articolo

e le montagne tutte storte e sporgenti.

Aspetterò un altro giorno, questo giorno, aspetterò fino alla fine di questo giorno per vedere se tornerai a casa a dirmi che l’indifferenza ha trionfato di nuovo. Riderai con quella tua bocca morbida e mi dirai di mettere la mia roba in uno zaino che ce ne andiamo, via, fuori, a fare il bagno nella fontana della morte, a fare i tuffi, a nuotare, a ridere come dei cretini, fino a quando il giorno morirà e gli uccelli rimarranno zitti sui rami e gli insetti si corteggeranno in mezzo ai cespugli e lungo le rive dei nostri adorabili laghi pioveranno pietre.
Europei maledetti, ridatemi la mia Inghilterra, lo schifo umido e grigio degli anni che passano, i libri con le orecchie e le pagine strappate e la nebbia che rotola giù dalle montagne sui cimiteri dei marinai. Fatemi camminare ancora per le stradine fetenti dalla musica degli ubriachi che si menano di là dal Tamigi e poi lasciatemi guardare la notte cadere dentro al fiume, la luna che sale e diventa d’argento, il cielo che si muove, l’oceano che splende, le sponde agitate e l’ultima rosa rimasta viva, tremante.
Non è un aratro di ferro che solca il suolo del mio paese, ma stivali e carri armati, piedi di soldati in marcia. E non è grano quello che viene seminato nella mia terra, e i frutti che raccoglieremo saranno bambini deformi, saranno orfani.
Ho visto (ho fatto) delle cose che non riesco a dimenticare. Ho visto soldati cadere come stracci, spazzati via, letteralmente, le braccia e le gambe sparse sui rami degli alberi. Questo posto non sembra nemmeno il mio pianeta, queste parole che sento non servono a dare il ritmo alla marcia, queste sono le parole degli assassini. Ho visto (ho fatto) delle cose che voglio dimenticare, ma non ce la faccio, ho visto le mosche sugli uomini morti, la pelle sfrigolare nel sole, le parole degli assassini. Potrei provare a parlarne all’ONU. Potrei.
La morte dappertutto nel cielo nei suoni che venivano dalle montagne nel rumore che facevi quando ti chiudevi una sigaretta o mi raccontavi una barzelletta la morte nella tua risata e nell’acqua che mi offrivi la morte nel tuo sogno in cui i nostri coltelli affondavano nel mare la morte nell’antica fortezza riparata da un milione di pallottole la morte nei cuori dei cecchini nascosti nei boschi pronti a esplodere, i cuori, i colpi, la morte appesa nel fumo di quattrocento acri di spiaggia inutile, terra rossa che scorre via, la morte adesso, adesso, adesso, nel sole che sorge e fissa lo sguardo su tutti noi e ci fa tremare le ossa mentre avanziamo cantando.
Il vento si porta addosso l’odore del timo e ti sbatte in faccia e ti costringe a ricordare (la natura crudele ha vinto di nuovo) sulla collina bucata dalle trincee rimane appeso come un odore questo odio, ancora oggi, otto anni dopo (la natura crudele ha vinto di nuovo) la terra torna a essere ciò che è sempre stata, il timo portato dal vento e le montagne tutte storte e sporgenti, spaccate come i denti in una bocca malata, mentre il vento odoroso di timo sussurra (la natura crudele ha vinto di nuovo).
Ci svegliamo presto la mattina ci laviamo la faccia camminiamo nei campi mettiamo delle croci attraversiamo queste cazzo di montagne e alcuni di noi tornano a casa e altri no, mentre nei campi e nelle foreste e sotto la luna e sotto il sole è finita un’altra estate. E nessuno ha ancora raccontato i segreti di questo posto. E i nostri ragazzi armati nascosti nel fango e nelle foreste, e nessuno ha ancora raccontato i segreti di questo posto.
La cosa più amara di tutte è il legno, i rami degli alberi, le radici che si spezzano sotto i piedi dei soldati che calpestano la terra umida stringendo i fucili come stringevano le mani delle loro mogli mentre le salutavano, e nel binocolo vedo i soldati che si avvicinano e le radici che si spezzano sotto i loro stivali e le mani bianche delle loro mogli che li salutano, Addio.
Il soldato vede la nebbia salire sopra questa terra di nessuno, una discarica a cielo aperto senza campi né alberi né fili d’erba, solo fantasmi insepolti appesi a un filo. E il fante in marcia cammina sul filo a braccia alzate e non ci sono alberi e non ci sono uccelli e non ci sono le bianche scogliere di Dover, solo il vento che si porta addosso una sinfonia di fucili che aprono il fuoco.
Gente che lancia monete alle danzatrici del ventre in una squallida tenda illuminata da una lampada a petrolio, gente che si brucia i guadagni di una vita tra l’immondizia e le valigie lungo il marciapiede. E poi palme, aranci e occhi che piangono (brucia, lasciala bruciare, brucia, lasciala bruciare). Ho parlato a un vecchio seduto sulla ghiaia in riva a un fiume fetido, ha guardato me e poi la scena e poi di nuovo me e poi mi ha detto La guerra è qui, nella nostra amata città, alcuni si tuffano nel fiume e cercano di scappare a nuoto attraverso i liquami e lo schifo, con il destino stampato in fronte (brucia, lasciala bruciare, brucia, lasciala bruciare). E di nuovo palme, aranci e occhi che piangono.
Louis era il mio migliore amico, un giorno si è allontanato dalla trincea e non l’ho più rivisto. Nelle notti successive mi sembrava di sentire la sua voce: chiamava sua madre, poi me, ma io non riuscivo a raggiungerlo. Sono passati vent’anni e Louis è ancora su quella collina, ormai non sarà altro che un mucchio d’ossa, ma io continuo a pensare a lui. Se mi chiedessero di che colore era la terra il giorno che Louis se n’è andato direi che era opaca, di un marrone rossiccio. Il colore del sangue, direi.

Simone Rossi

PJ Harvey Official Website

Il miracolo della rete

Vàtti a vedere sulla rete dov’è che abitano, in Italia, tutti quelli che di cognome fanno Codispoti: ce ne sono solo seicentosèi, son pochi, dopotutto, in confronto ai Rossi, per dire. O ai Neri. Una manciata sono nell’hinterland milanese; una mezzaluna fertile dalle parti di Roma, verso nord, ad occhio e croce tra Pescia Romana, Genazzano e Gaeta; un ciuffo sulla punta della Calabria.

Maurizio Codispoti da Catanzaro faceva il terzino sinistro per il Foggia, i satanelli rossi e neri, a cavallo tra gli Ottanta ed i Novanta: era uno di quelli che in tasca portavano il passaporto di Zemanlandia.

In quella squadra c’erano Mancini, Grandini e Codispoti; poi Matrecano e Consagra, un riccioluto Igor Shalimov, Barone che di nome faceva Onofrio, Dan Petrescu. E davanti, poi, le tre punte Rambaudi Signori e Baiano. Che poi la prima volta che l’ho sentito dire, Baiano, me l’ero immaginato brasiliano, non so perché, anzi sì: tutto quello che viene da Bahia è Baiano. Invece Ciccio di carioca aveva poco, fisico tarchiato e faccia da guappo, ci son rimasto abbastanza male, m’ero preso molto sul serio. Che se poi stessimo a prenderci sul serio, anche usare carioca come sinonimo di brasiliano sarebbe una mossa cassabile: il carioca è di Rio, ed è tanto brasiliano quanto il Baiano di Bahia. Ci sei rimasto male, tu?

Avessi avuto modo di connettermi alla rete, sarebbero successi mica di questi miracoli di stupefatta incredulità: Francesco Baiano (Napoli, 24 febbraio 1968) è un ex calciatore e allenatore. Ma questa è Wikipedia. Nemmeno c’è, Zemanlandia, su Wikipedia.

E insomma è il 1991. Ogni martedì del 1991 i giocatori del Foggia si arrampicano sui gradoni dello stadio Zaccheria. Poi scendono in campo e saltellano in mezzo ai copertoni. Con dei sacchi di sabbia legati alle caviglie. Sembra un addestramento militare, ed invece al posto del colonnello di ferro c’è un fumigante Sdengo Zeman.

Ve la sto mica a raccontare io, la storia del Foggia dei Miracoli. Tanti di voi c’erano, se la ricordano da sé. La peculiarità di quella squadra era che tutti erano utili, nessuno indispensabile. I grandi campioni: ma anche no. Gl’emeriti sconosciuti, i gregari, i veterani che avevano fatto la scalata dalla C: i benvenuti. Purché facessero rete. Purché facessero le reti.

Nessuno escluso, tantomeno Maurizio Codispoti da Catanzaro.

Firenze, terza giornata di campionato: la faccenda si mette subito male, Codispoti è in tutt’altre faccende affaccendato, attanagliato da Maiellaro, Borgonovo e Batistuta che gli cuciono il timore addosso; poi arriva Faccenda e sbèm, è chiara la faccenda, no? Ma a Zemanlandia c’era un embargo sulla prevedibilità, e nel giro di tre minuti, dal sessantaduesimo al sessantacinquesimo, il risultato si ribalta: Petrescu, e poi lui. Codispoti.

Che poi uno era lecito si chiedesse ma chi caspita sono, questi undici sottospecie di giocatori? Non li conosceva nessuno, nomi mai sentiti, eppure la domenica scendevano in campo e ti stupivano, si stupivano: mai accezione di gioco del calcio era stata più calzante.

Ora ti dico altri nomi che magari non ti pisipigliano niente all’orecchio: eNZO, benty, massi; cyb, il Many, cratete; Ciocci, Sabrina, diegodatorino. In panchina, fumante come una femmina fumante (cit.), simone rossi. Che non ha lo sguardo torvo di Zeman, magari. Che non è il nipote di Vycpalek, magari. Ciononostante: benvenuti a simonerossilandia.

Lo Zaccheria, nel gioco che giochiamo, si chiama FriendFeed; il pressing a zona lo ribattezziamo strascico, che poi è il prossimo miracolo della rete.

Ne esce fuori un racconto scritto con le mani sui fianchi, serissimo e letto da Pucci, un racconto che sta al quattrotretré zemaniano come le mie sforbiciate alla bi-zona di Oronzo Canà.

Ve ne dico un altro, di nome che magari non conoscete: Emanuele Ercolani. Ragassuòlo vulcanico, uno che per dire fa i diggèiset con la maschera da luchador messicano e poi fa dell’arte grafica ed insomma è un gran piacere, frequentarlo, secondo me è più simpatico di Maurizio Codispoti da Catanzaro.

Viene dalle Marche zozze, Emanuele, che un giorno m’ha detto facciamo un libro insieme, facciamo rete, ci siam messi lì ed abbiamo concepito il primo street book al mondo, credo o almeno mi piace pensare, il primo singolo di un libro: tre pezzi e tre strumentali, tre racconti e tre illustrazioni, i racconti ce li ho messi io e parlano di calcio e son mozzichi di sforbiciate: Sfo’!, infatti, si chiama, ed è un aggeggino da collezione, stampato in edizione limitatèrrima che se lo vuoi pure tu basta mi scrivi una mail a gabriellifabrizio chiocciola libero punto it e ti dico come fare per. Non lo trovi in libreria, per dire, se lo vuoi ti tocca andare sulla rete, sia tu di Foggia o di Bolzano o di Catanzaro.

Dov’è il miracolo?

Fatevelo dire da noialtri che si vive a Civitavecchia, con le madonne lacrimanti sotto casa: è là, sulla rete, che succedono i miracoli, mica altrove.

 

Fabrizio Gabrielli