Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni

[Qui di seguito un’anteprima dal nuovo libro di Graziano GrazianiStati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni, dall’11 luglio per i tipi di edizioni dell’asino]

L’obiettivo di chi decide di dichiarare indipendente un territorio piccolo, piccolissimo, una porzione di mondo che spesso delimita poco più che la residenza del novello governante, o al massimo della sua comunità di riferimento, è il desiderio di sentirsi sovrani in casa propria. Manie di grandezza, particolarismo esasperato? C’è un po’ di tutto questo; ma anche se praticamente la totalità di questi microstati non hanno alcun riconoscimento internazionale che non sia quello di altre micronazioni come loro, i sedicenti governanti sottolineano che anche la sovranità, in fondo, è una questione di percezione. E forse non hanno tutti i torti se è vero quel che si racconta, ad esempio, del vecchio dittatore portoghese Antonio de Oliveira Salazar, alla cui vicenda José Saramago dedicò un racconto: colto da infarto e costretto ad abbandonare il potere, continuò a credere per molti mesi di essere a capo del governo poiché nessuno ebbe il coraggio di comunicargli che non era più così. Ma se in quel caso si trattava di un vero potente, la vicenda che ha per protagonista Joshua Abraham Norton è ben più bizzarra e indicativa del clima che circonda la fondazione di una micronazione. La sua storia Leggi il resto dell’articolo

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Impressioni di Londra/1

di Antonio Romano

Dunque, dopo due giorni che non uscivo mi sono messo la sveglia e mi sono detto “se domani non esci fai schifo al popolo del mondo” e mi sono risposto “minchia, se la prendi così esco, non t’incazzare”.
Stamane mi son detto non fare nulla di troppo complicato ché sei uno sperduto terrone. Piccadilly andrà bene, così non rischiamo di perderci. Ok. Allora arrivo a Piccadilly. E allora minchia! Eros, regent st., la statua di Guglielmo terzo e la grande considerazione che mi sono fatto: tradizione è cambiamento nella continuità. E sono rimasto lì per un po’ come un pensionato rincoglionito, a guardarmi guglielmo seduto su una panchina.
Subito dopo piglio a camminare e a un tratto mi trovo a Trafalgar Square e c’era Leggi il resto dell’articolo

Le 13 cose – anteprima

[Qui di seguito un’anteprima dal romanzo Le 13 cose (Neo edizioni), di Alessandro Turati, dai primi di marzo nelle librerie]

Ho ricevuto una lettera dall’Uganda. Una bambina di dieci anni mi ringrazia per il sostegno a distanza. Grazie a me, dice, può andare a scuola. Grazie a me, mi sembra di capire, ha imparato a leggere e scrivere. Mi dice e mi fa capire queste cose in inglese. Potrei essere contento, ma so che sarebbe eccessivo: ieri sera ho speso più soldi per ubriacarmi di quanti ne verso in tre mesi per la sua istruzione. Potrei farglielo sapere, potrei dirglielo. Magari in inglese.
Io parlo un po’ inglese perché nel 1994 alle Cinque Terre ho conosciuto due inglesi in un bar. Abbiamo parlato di Londra e del Principe Carlo. Alla fine, così per ridere, mi hanno offerto un intruglio nel quale c’era anche della birra e della schiuma violacea: loro sono sbarellati e si son messi a suonare la chitarra; io mi sono coricato in un angolo credendo di essere un Tuareg. Leggi il resto dell’articolo

ContraSens – londra parigi new york

Poesia di Ruxandra Novac
Traduzione di Clara Mitola

londra parigi new york Leggi il resto dell’articolo

SINFONIA N. 4 IN MI MINORE *

Allegro non troppo

I buyer londinesi tardano ad arrivare e fuori vedo la nebbia, dappertutto, e la città sembra Londra ma non è Londra – è qualcos’altro – e le luci di un Burger King si confondono in mezzo a questa squallida alternativa a Londra, UK, e tutto si manifesta nascosto e un cinese mangia un Whopper con espressione estatica e potrebbe essere una vetrina vivente perché la gente passa e lo guarda e poi continua a camminare, indifferente, distratta dalle porte automatiche del Virgin Store. Leggi il resto dell’articolo

La marcia dei libri contro la politica dell’evasione

C’è una cosa che colpisce più di tutte, della giornata del 14 dicembre: più della compravendita dei voti, delle strategie politiche, delle reciproche accuse.

Ciò che colpisce, a mio avviso, è l’inarrestabile fuga della politica nel mondo della finzione.

L’immagine, per la seconda volta in pochi giorni, dei luoghi istituzionali isolati dal resto della città, non può più essere definita semplicemente emblematica; è reale. Essa non rappresenta, bensì indica la distanza, la spaccatura che si è creata tra chi non fa che parlare (verbo da cui d’altronde deriva il termine parlamento) e chi il diritto alla parola deve invece conquistarselo giorno per giorno.

La cosa che più colpisce, che fa male, è questa indifferenza della politica nei confronti di una generazione (quella degli studenti) e di una condizione (della precarietà), alla quale questi stessi ragazzi non vogliono arrendersi.

Mentre la maggioranza dei deputati sventolava il tricolore con la foga del tifo da stadio, l’Italia, quella di domani, urlava la propria sfiducia per le strade. Faceva davvero uno strano effetto, vedere il passato che plaude a se stesso; sembrava di rivedere un film di Visconti, dove la Storia non è mai protagonista, eppure se ne sente la presenza, il suo rumore distruttivo che avanza.

Ciò che invece non colpisce più, è la solita trita abitudine a liquidare tutto con certe parole; a ridurre un fenomeno vasto e complesso come una manifestazione costituita da varie componenti, all’immagine di alcuni episodi di violenza.

Ciò che non colpisce più è l’incapacità della politica di dare risposte, di creare valide alternative; l’ipocrisia con cui ci si scandalizza davanti a questo spettacolo incivile (figurarsi, poi, a ridosso del Natale), quando a indignarsi sono gli stessi che non si risparmiano in risse televisive e parlamentari.

Ci lamentavamo, fino a ieri, dell’incapacità di questi “giovani” di creare un fronte comune, di rivendicare i propri diritti; li accusavamo di essersi adeguati in silenzio alle leggi della flessibilità.

E invece si sono schierati coi loro libri, dove trovano più risposte che nella politica. Certo, sarebbe stato bello vederci anche un Bertolt Brecht, scritto fra quegli scudi; al drammaturgo tedesco non sarebbe dispiaciuto affatto lo spettacolo di questo gesto sociale, del prolungamento della letteratura al di fuori della pagina scritta. La linea dei book bloc, il fare fronte comune dietro lo scudo dei libri, può essere infatti preso come atteggiamento di una società che non si riconosce più nel teatrino della politica; di una generazione che non vuol più partecipare alla messa in scena nei panni dello spettatore passivo. Quelle immagini più volte riviste, dell’avanzare dei titoli scritti a caratteri cubitali, costituiscono insomma l’esibirsi del processo stesso, di un percorso che attraverso la lettura ha portato alla presa di coscienza, allo smascheramento della grande finzione; il delinearsi talmente preciso di un atteggiamento da essere riproducibile in condizioni e situazioni diverse, da essere citabile nel senso in cui l’intendeva Walter Benjamin proprio rispetto al lavoro svolto da Brecht.

Ed è proprio questo che è successo: dall’Italia a l’Inghilterra, da Roma a Londra, uno stesso gesto contro i tagli alla cultura e all’impoverimento del futuro prossimo.

Simone Ghelli

Peep-show

Le cose romantiche non mi sono mai piaciute. Questo me lo sono sempre ripetuta, tanto che non riesco più a ricordare se sono diventata così cinica o lo sono sempre stata. E non si tratta di essere incazzati col mondo, non è questo. La verità è che all’inizio io nel mondo ci stavo bene. Ho avuto tutto. Ma una vita serena vale a dire non conoscere nulla veramente, di quello che c’è fuori. Potevo arrabbiarmi con quelli che mi rinfacciavano di essere fortunata, potevo arrabbiarmi con i miei genitori, che mi hanno permesso di esserlo.

Le persone fortunate, credimi, non sono mai piaciute a nessuno.

E la nostra generazione non piace a nessuno per questo.

Allora abbiamo rovesciato il gioco delle parti: abbiamo smesso di mangiare, abbiamo smesso di studiare, abbiamo smesso di sentirci felici.

Questa cosa me l’ha insegnata Eva. Che la felicità è lobotomia. Che nascere felici è come non avere mai avuto le dita, il tatto, per esempio. E mentre lo diceva faceva scorrere uno sull’altro i polpastrelli.

Eva l’ho conosciuta la sera di un aprile invernale in cui la mia vita è cambiata. Una ragazza così bella io non l’avevo mai vista, davvero. Una ragazza così bella non deve chiedere niente nella vita, pensai. Faceva freddo, io ero fuori un locale di San Lorenzo e piangevo. Così, rannicchiata in un angolo, mentre dall’interno del locale si sentivano le voci altalenanti della gente soffocare un disco di Jimi Hendrix. Eva si avvicinò con una birra. Mi chiese perché piangevo e non le risposi subito. Mi sarei laureata dopo poche settimane in medicina, le dissi, e avevo rotto la sera stessa con il mio ragazzo. Non sapevo cosa dovevo provare. Felicità o tristezza. La disperazione le comprendeva entrambe.

Se non sei felice tu, non permettere a nessuno di esserlo, aveva detto Eva.

Eva aveva un tatuaggio sul braccio sinistro, un cuore trafitto da una spada, attorno una pergamena con sopra scritto “mom and dad”.

Piangi perché non sai un cazzo tu della vita. Ci posso scommettere. Mi disse. Si abbassò sulle ginocchia e poggiò sulle mie un libro. Piccole donne. Da un piccolo flacone fece uscire una polvere bianca, la sistemò in fila e tirò su col naso.

Ci hanno fatto credere un sacco di falsità. Che si deve crescere, come queste povere puttanelle. Che si deve rinunciare. Che ci si deve sacrificare. Che ci si deve innamorare. Quando poi diventano vecchi, queste cose le dimenticano, divertiti, ti dicono, ma solo quando è troppo tardi.

A questo punto della storia, la canzone esatta sarebbe Vodoo child. Ci sarebbero i titoli di presentazione, la musica che aumenta, Eva che mi dice. Pensaci. Tra uno stacco e l’altro della voce negra di Hendrix, e poi si allontana, dopo avermi lasciato un biglietto nella mano. Un appuntamento.

Era il giorno del mio ultimo esame. Andai all’università, aspettai il mio turno. Sapevo tutto. Ero pronta a diventare un medico. Quando mi chiamarono però non riuscii ad alzarmi dalla sedia. Non risposi al mio nome. Cercai nervosamente qualcosa nella borsa per nascondermi in volto e trovai il biglietto di Eva: il giorno indicato era esattamente quello. Mi alzai di scatto e cominciai a correre disperatamente verso l’orario e il luogo indicati.

Questo è il solo modo in cui si può assistere alla propria nascita. Me l’ha insegnato Eva.

Prima ci hanno insegnato Woodstock e poi ce ne hanno privato. Mi diceva sempre lei. La libertà e tutto il resto.

La scena successiva riprende la mia amica di spalle, chinata sul fornello della sua cucina lurida.

La vedevo svolgere quei movimenti come un rituale sacro. In quei momenti era una sacerdotessa inviolabile, nel silenzio. Due pezzi di ferro, i resti di una vecchia stampella, tenevano in equilibrio pochi grammi di oppio. Mi avvicinavo a lei che mi chiamava con lo sguardo. Incameravo il fumo. Incenso.

Ti manca casa? Mi chiedeva sempre, una volta stese sul pavimento della cucina. E io le rispondevo. Si, a volte, Eva, mi manca casa.

Allora lei mi diceva che il vero problema erano i pesci rossi. Ne teneva uno in una piccola vasca sul pavimento della cucina che nuotava in acqua melmosa. I pesci rossi hanno una memoria di soli tre secondi, poi ricominciano ad apprendere per dimenticare tutto immediatamente dopo.

Pensavo che era vero. Che Eva aveva ragione. Che fino ad allora l’affetto dei miei genitori, la felicità di rispondere ad un preciso senso del dovere e non del volere, era stata la mia gabbia. Raccolta dalla memoria degli affetti.

Ci hanno insegnato Woodstock e poi se lo sono ripresi. Lo hanno trasformato in colpa e poi lo hanno dimenticato. Infliggi alla tua casa la tua assenza. Questa è la punizione che si meritano.

Domani partiamo. Mi disse. Se tu non sei felice, non devi permettere a nessun altro di esserlo.

Ed era l’estate e il nostro primo viaggio insieme. Prese l’estremità della stampella ancora rovente e l’appoggiò sull’interno del braccio pallido senza emettere suono. Fece lo stesso con me. Doveva essere quello l’inizio della liberazione.

Ci fanno credere che il dolore sia qualcosa di negativo. Ci hanno insegnato Woodstock e poi se lo sono ripresi.

Fanculo la nostra generazione. Fanculo la modernità. Io ed Eva insieme fondammo un tempo nuovo.

La libertà di una donna a Londra si chiama Peep-Show. Sai cos’è un Peep-Show? Immagina un locale luminoso nel centro trasgressivo di Soho. Immagina delle cabine, separate da un’altra stanza con un vetro unidirezionale. Il cliente vede la donna senza essere visto. La donna si tocca, balla, si accarezza, si dondola su un’altalena di fiori. Il cliente si tocca con la donna, sente il proprio respiro che si condensa sul vetro. Nient’altro. Non è prostituzione, non è sfruttamento. È un modo onesto di affermare la superiorità della donna. Io che scopro lentamente una gamba, lentamente, fino al ginocchio, vicino, che quasi puoi toccarlo, così, e ti eccito e ti sono vicina senza esserci. So che tu mi stai spiando. So che sono bella. So che ti stai eccitando. Una cosa del genere, insomma. Ed è la cosa più autentica che c’è. Spiare dichiaratamente una donna. Rendere conto dell’atto. Pagare i diritti dell’atto. I nostri clienti erano i più sani appassionati di sesso che avessi mai conosciuto, come i grandi amanti della musica, che spendono tutto in dischi e trovano oltraggiosa la condivisione in rete. I nostri clienti non avrebbero mai spiato dal buco della serratura, di nascosto. Il punto estremo in cui il reality si dichiara fiction, senza falsi buonismi, era questo che affermavamo continuamente.

Piccole donne sotto vetro che danzano ondeggianti come pesci rossi. Goldfish in a Bowl, mi pare dicesse una canzone. Forse erano i Pink Floyd, ma non lo ricordo, non lo ricordo.

Abbiamo iniziato a guadagnare in quel modo. Potevamo ottenere tutto quello che volevamo. Ci sentivamo delle dive. Era come un banco del seme senza giornaletti porno e senza fiducia nella riproduzione. Dopo qualche mese eravamo diventate famose. Preparavamo i nostri show in un appartamento di periferia e li ripetevamo al locale. Nelle notti di Soho non esisteva cordone di velluto che non si alzasse per farci passare. Per la prima volta eravamo libere. Pensavo ad Eva come la mia vera madre. Madre senza padre. Era anche lo schifo per gli uomini ad accomunarci. La maledizione dell’innamorarsi, un motivo in più per sentirsi schiave.

Lei me l’aveva insegnato, io le credevo. Da bambina era stata violentata dal padre. Quella sera me lo confessò ridendo. Scopare è uguale con tutti. Non c’è differenza, aveva detto. La cultura vuole che non sia così, ma pensaci, è tutta una finzione. Tutti gli uomini sono uguali… lo dice anche il vangelo, no?

E rideva, infilandomi una giarrettiera rosa pallido ad una gamba. Mi baciò dolcemente sulle labbra. La felicità non esiste, sussurrò. Quella sera allo specchio vidi solo due anoressiche vestite da bambola.

Entrai in cabina senza sorridere. Dondolavo sull’altalena e in alto le corde si avvolgevano su se stesse, facendomi girare. Guardavo in basso. Dall’altra parte del vetro sentivo la voce di un uomo che mi diceva di togliermi il vestito , di sfilarmi lentamente le mutandine di pizzo giallo pallido, un nastrino per volta, sul fianco. Io stavo ferma a guardare nel vuoto. Iniziò a dirmi che ero una puttana, che aveva pagato per vedere, che non lo facevo eccitare abbastanza. Pensai alle gite in campagna. Pensai a tutte le volte che di sabato sera aspettavo sveglia i miei genitori che rientravano tardi, e a quanto ero sollevata nel vederli. Pensai alla mia camera, ai miei dischi di Simon & Garfunkel, alle poesie di Herman Hesse.

Mio padre che mi legge i versi di Omero in una giornata di sole, ai raggi che filtrano tiepidi dal vetro della cucina, mentre mia madre prepara la tavola con i colori più belli del mondo.

Sobbalzai al suono che indicava la fine del turno. L’uomo era andato via. Uscii fuori e accesi una sigaretta. Mi cambiai. Andai a casa. Aveva iniziato a piovere. Era bella la notte di Londra con la pioggia e mi sentivo affondare nelle cose.

Arrivai a casa mezza fradicia di pioggia ma ricordo perfettamente che andava bene così. Avevo cambiato idea e forse di vita ne avevo vista abbastanza. Che ero sempre in tempo per insegnare ad Eva quello che avevo scoperto e cioè che non tutto è definitivo. Che si è sempre in tempo. Questo lo pensai mentre cercavo le chiavi di casa, davanti alla porta.

E adesso immaginala con me, una voce che mi chiama. Una voce musicale, una ninnananna che inquieta. Bambolina. Mi chiama. Torna qui. Dice. Bambolina. Ho pagato per vedere. E ricordo che la borsa cadde a terra e si sentì solo il rumore delle chiavi.

Immagina: io che non ho fiato per gridare. Che mi fa male il cuore. Che provo a dimenarmi ma l’uomo stringe forte, mi trascina in un angolo di strada vuota. Sento che puzza. Sento che respira forte sul mio collo. Mi strappa i vestiti da dosso. Mi mordo la lingua per sentire più dolore, il mio, che io posso farmi più male di come me ne fa lui.

Basta, basta, ti prego, basta. Adesso basta. E dopo poco mi accorgo che non sento più niente, neanche la pioggia sul volto, neanche il freddo. Non avere paura, mi dico. Tra poco sarà tutto finito. E penso a quando nei sabati sera della mia infanzia lenivo da sola la paura dell’abbandono. Domani saranno i miei genitori a svegliarmi. Perché non mi hanno abbandonata. Saranno loro. Domani, domani sarà tutto finito.

Restai con il volto piantato a terra in una pozzanghera. Mi svegliai insieme a Londra alle prime luci oblique del mattino. Il sapore del sangue e quello della terra bagnata sono simili. Sanno di ferro. Senza muovermi riuscivo a guardare la porta di casa. Eva ha già portato dentro il latte, pensai. Ma non riuscivo a muovermi né a chiedere aiuto. Con un braccio sfiorai a tentoni la superficie della strada. Le mie dita incontrarono un pezzo di carta bagnato dove era ancora riconoscibile il nostro indirizzo. Il tratto blu scritto a penna e sfumato in parte e mi ricordò una laguna dipinta ad acquerelli. A stento riconobbi la scrittura di Eva.

Se tu non sei felice, non devi permettere a nessun altro di esserlo.

Ci hanno insegnato Woodstock e poi se lo sono ripresi, con l’innocenza e tutto il resto.

E noi non siamo altro che pesci rossi. Lo ricordiamo per tre secondi , poi basta. La condanna è eterna. Dobbiamo imparare ogni volta ad impararlo di nuovo.

 

Olga Campofreda